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"paranza"L’infanzia è una malattia, un malanno da cui si guarisce crescendo.” (William Golding)

Vivere è difficile. Sempre e comunque. Ogni età ha le sue avversità, periodi, più o meno lunghi, in cui la nostra umana natura ci costringe a frequentare l’oscurità della nostra anima, angoli segreti che celiamo anche a noi stessi, luoghi dell’inconscio che ci catturano quasi a nostra insaputa, mutando, a volte poi immutabilmente, la nostra stessa esistenza. È indubbio che l’adolescenza sia, tra le età dell’uomo, quella in cui la fuga verso il lato oscuro sia più semplice, pericolosa, devastante; il demone del potere, del facile guadagno, della popolarità a qualunque costo, possono cambiare in un solo momento la vita dei nostri ragazzi, il corso di questi piccoli ruscelli che dovrebbero essere tenuti lontani dalle onde tumultuose del mare aperto, dove vengono invece troppo presto gettati per diventare quella che viene definita “paranza”, termine camorristico rubato alla gente di mare per indicare un piccolo gruppo criminale formato da giovanissimi, in luogo dell’originale che indicava le piccole imbarcazioni per la pesca che tirano le reti nei fondali bassi, dove si pescano soprattutto pesci piccoli, buoni solo per la frittura, per essere masticati e deglutiti in un sol boccone. Tra questi, nei vicoli di Napoli, ci sono Nicolas Fiorillo, per tutti Marajà per la sua ossessione di voler accedere nella più esclusiva discoteca della zona, ed i suoi ragazzi dagli improbabili soprannomi, Dentino, il braccio destro, l’alter ego di Nicolas, Briatò, Dragò, Lollipop e Drone, pronti a tutto pur di conquistarsi la loro fetta di notorietà che, purtroppo, a loro insaputa non potrà andare oltre il quarto d’ora di warholiana memoria, mentre ai margini del gruppo si muovono Cristian, fratello di Nicolas, e Dumbo, anch’esso considerato da Dentino al pari di un fratello. Dei loro acerbi tentativi di emergere si impossessano il boss Copacabana ed il suo vice White, facendoli diventare la loro mano armata, spingendoli sempre più in alto sino alla inevitabile repentina discesa agli inferi, in una drammatica, disastrosa, apocalittica iperbole.

È la storia-inchiesta raccontata da Roberto Saviano nel suo romanzo “La paranza dei bambini”, certo, ma – lo sappiamo tutti anche se fingiamo di non vedere – non è affatto dissimile dalla realtà; se guardiamo bene, lasciando che il velo dell’ipocrisia e del perbenismo sia per un attimo allontanato dai nostri occhi, vedremo decine e decine di giovani Nicolas accanto a noi, novelli Icaro (e le ali tatuate sulla schiena di Nicolas ne sono la rappresentazione) che si fanno prendere dall’ebbrezza del volo low cost che viene loro proposto e si avvicinano troppo al sole, andando incontro ad una scontata tragedia, giovani esistenze che crediamo – o vogliamo credere – felici, realizzate nella loro giornata costretta tra le quattro mura scolastiche, con le loro scarpe firmate, all’interno delle loro famiglie di quotidiana normalità, e che invece hanno bisogno di altre attenzioni che siamo stati e siamo incapaci di dedicare loro. Non sono lontani da noi: sono i nostri figli.

Per fortuna c’è chi, probabilmente perpetuando il dettame di Fernando Botero che indicava nell’arte la tregua spirituale ed immateriale dalle difficoltà della vita, non si gira dall’altra parte e combatte sino in fondo la sua lotta contro il degrado, gente come Mario Gelardi, tra i migliori drammaturghi, scrittori e registi italiani, da anni impegnato in un sublime lavoro di rinascita culturale in uno dei luoghi più caldi ed oscuri di Napoli, il Rione Sanità. “Il Nuovo Teatro Sanità” come dice lo stesso Saviano “non è solo resistenza e non è semplicemente teatro, è rappresentativo di una Napoli diversa, di quel cambiamento che io sogno da tanto. Qui si lavora seriamente, ogni giorno. Si fa un lavoro culturale continuo e a luci spente. E questo lavoro è l’indice di un cambiamento che può avvenire, il nucleo intorno al quale alla Sanità, a Napoli, si costruisce un presente reale, che si può toccare vedere e ascoltare. Un futuro che si può immaginare. Sono voci che sovrastano urla, sono mani tese. Solo loro possono trasformare in corpi, volti e voci le mie parole. Se io potessi scegliere dove stare, vorrei essere qui.” Dieci anni dopo la strepitosa edizione teatrale di “Gomorra”, la scrittura sociale di Saviano e la fantasia visionaria di Gelardi tornano ad incontrarsi per la messa in scena de “La paranza dei bambini”, prodotto da Mismaonda in collaborazione con Marche Teatro ed in partnership con AMREF, giunto a Bari ad aprire più che degnamente l’annuale Stagione del Teatro Kismet, anche quest’anno unito al Teatro Abeliano sotto l’ala dei Teatri di Bari, ed è di nuovo capolavoro.

Nella magnifica scenografia ideata da Armando Alovisi, con due rampe mobili su cui sono disegnate le icariane ali feticcio di Nicolas e su cui i protagonisti si arrampicheranno, tentando di salire troppo in alto, passando dai sobborghi, dalle catacombe in cui vivono sino ai tetti della città occupati dalla malavita, per poi precipitevolissimevolmente cadere, si muovono i bravissimi giovani attori Riccardo Ciccarelli (Nicolas “Marajà” Fiorillo), Carlo Geltrude (Dentino), Mariano Coletti (Briatò), Enrico Maria Pacini (Dragò), Simone Fiorillo (Lollipop), Vincenzo Antonucci (Drone) Antonio Orefice, in sostituzione di Luigi Bignone, (Dumbo), e Giampiero de Concilio (Cristian Fiorillo), cui devono aggiungersi Antimo Casertano (White) e, last but not least, Carlo Caracciolo, in ben quattro ruoli, tutti eccelsi che, bardati nei costumi di Irene De Caprio, illuminati dalle luci di Paco Summonte e sulle musiche di Tommy Grieco, realizzano un’opera degna dei drammi shakespeariani, spettacolo essenziale ed allo stesso tempo mirabile, non solo, come era chiaro che fosse, di assoluto impegno sociale, che andrebbe fatto visionare in tutte le scuole d’Italia, ma anche di rara bellezza, emozionante sino alle lacrime, con cui non è possibile non fare i conti una volta usciti dal teatro, come del resto accade con tutti i lavori di Saviano, che ci piaccia o no. Anzi, in finale di articolo, alla luce delle tante – a nostro parere del tutto immotivate – critiche mosse al Saviano/pensiero o anche a quello che molti ritengono essere divenuto il personaggio Saviano, permetteteci di rispondere riportando le parole che l’ottimo Pif utilizza per descrivere la vita del giovane scrittore: “Io spesso incontro gente che è sotto scorta, perché è nel mirino della mafia e può capitare che queste persone siano egocentriche, paranoiche, noiose, vanitose, fissate col sesso, testarde, ritardatarie, egoiste, presuntuose, ingrate, stronze, insomma può capitare che abbiano tutti o qualcuno dei difetti che posso avere io ed è questo che mi mette in crisi, che sono esattamente come me, che quello che hanno fatto loro potrei farlo anche io. Quanto farebbe bene alla mia coscienza se fossero dei Santi del Paradiso? Ma nonostante siano come me, loro sono quelli che fanno il lavoro sporco, al posto mio. Pensare che una persona in prima fila nel combattere la mafia debba necessariamente avere anche il carattere di San Francesco forse è da ingenui. Se un giornalista scrive di mafia io non mi chiedo perché scriva di mafia, non mi chiedo se così abbia avuto più successo con le ragazze, non mi chiedo se così si sia arricchito, io mi chiedo se quello che scrive sia vero, mi chiedo se quello che scrive dia fastidio alla mafia, mi chiedo se, leggendolo, la mia conoscenza e la mia coscienza siano migliorate; io mi sono rotto i coglioni di aspettare che una persona venga ammazzata per rivalutarla; sarò ingenuo, ma ho visto troppa gente a casa mia disprezzata in vita e apprezzata in morte e così, ingenuamente, sosterrò tutti coloro che credono che la Mafia, la Camorra, la ‘Ndrangheta, la Sacra Corona Unita e la Stidda, debbano essere non tollerate, ma sconfitte e, per fare questo, mettono in gioco la loro vita. E li ascolterò anche se eventualmente saranno egocentriche, paranoiche, noiose, vanitose, fissate col sesso, testarde, ritardatarie, egoiste, presuntuose, ingrate, stronze. Lo vedete questo? È un cono gelato, cioccolato, crema e panna. Il popolo italiano protegge Roberto Saviano con una scorta affinché possa scrivere quello che vuole e andarsi a prendere un gelato quando vuole e come vuole; e ogniqualvolta in cui Roberto rinuncia a mangiarsi un cono come questo sarà una sconfitta per noi e una vittoria per la Camorra.” E noi, nel nostro piccolo, la pensiamo esattamente come Pif. Quindi lasciateci dire, a chiare lettere, Grazie Roberto, Grazie Mario, Grazie ragazzi.