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"lola"Classe, dignità ed eleganza non saranno mai fuori moda.” (anonimo)

La Classe, quella con la C maiuscola, non è acqua. Non lo è mai stata, non lo sarà mai. Ed è di pochi, la Classe; è un dono innato che non si inventa e non si dimentica, un marchio di qualità che resta attaccato alla pelle, nonostante la vita, poi, faccia di tutto per cancellarlo, che riconosci immediatamente, anche se lo trovi nei luoghi in cui meno te l’aspetti. Nessuno si sarebbe mai aspettato, infatti, di trovare questo prezioso materiale, ed in smisurata quantità, in una delle ormai mitiche “case chiuse”, le vecchie case d’appuntamento, così magistralmente descritte dal Maestro Federico Fellini, in cui si è sessualmente formata più di una italica generazione; ebbene, proprio in quelle stanze che un tempo hanno custodito gemiti di piacere segreti ed inconfessabili, ritroviamo quattro ex prostitute, Ester, Livia, Carla e Lucia, quattro amiche, colleghe e coinquiline, ormai proprietarie del villino, oggi più vicino ad un rudere, che le aveva viste prodursi nel mestiere più antico del mondo, le quali non chiedono altro che poter vivere serenamente il loro crepuscolo, lontane dalle logiche mondane ma anche dai circoli di vecchi pensionati organizzati. Eppure il destino suona nuovamente alla loro porta, ed ha i tratti di Lola, una quindicenne nigeriana giunta in Italia, in fuga da morte certa, alla ricerca di un lavoro e di una nuova vita, e ritrovatasi a prostituirsi per strada alla mercé di un bastardo sciacallo; sarà per spirito di fratellanza, sarà più semplicemente perchè in lei rivedono se stesse e quella indescrivibile condizione che aveva condizionato e segnato tutta la loro esistenza, privandole anche degli affetti più cari proprio a causa delle angherie dei loro “protettori”, sarà quel che sarà, sta di fatto che le quattro Signore decidono di aiutare la ragazza procurandole un biglietto aereo per volare, insieme a sua madre, in America alla ricerca della ormai insperata felicità, determinazione che le condurrà praticamente sul lastrico, costringendole a vendere il villino ed a trasferirsi in un’angosciante paesino dell’entroterra abruzzese. E fin qui nulla di male, se non fosse che il suddetto “pappone”, investigando sulla fuga della piccola Lola, entra nottetempo nel giardino trovandovi accidentale morte; l’occultamento del cadavere, o sarebbe meglio dire dei suoi tranci, e l’insistente indagine di un giovane quanto irriducibile commissario, farà affiorare ricordi, confessare segreti e delitti irrisolti, riaprire vecchi cassetti e, soprattutto, incancellabili solchi che, pur avendole segnate, non sono riusciti ad inaridire i cuori di queste quattro “Filumena Marturano in pectore” ed a piegarli all’imperante disumanità.

Raccontata così sarà apparsa una storia triste, e senza dubbio lo è, fortemente introspettiva se alla realtà, che sembra acquisita, si concede il beneficio del dubbio, se alle tinte solari della verità ad ogni costo si preferiscono i chiaroscuri di esistenze segnate da ferite su cui è stata gettata una quantità infinita di sale, che ancora bruciano e ancora bruceranno nonostante siano invisibili agli occhi ed alla coscienza dei più. Invece si ride, e tanto, durante i novanta minuti (ma potrebbe durare anche il doppio) di “Tutto per Lola”, la pièce scritta da Roberta Skerl per la regia di Silvio Giordani che ha degnamente chiuso l’annuale stagione del Teatro Abeliano di Bari con due applauditissime repliche, ed il merito del successo dello spettacolo, con buona pace della pur convincente scrittura, che scorre via che è una bellezza tranne rarissime battute di troppo sugli extracomunitari (che hanno – spiace dirlo – anche procurato un timido quanto stupidamente razzista applauso da parte di pochissimi spettatori), e della accattivante quanto semplice regia, deve essere tutto ascritto alla presenza di quattro sublimi prime donne sul palcoscenico, quattro magnifiche interpreti, quattro stelle di prima grandezza che rispondono al nome di Caterina Costantini (Ester), Lorenza Guerrieri (Livia), Lucia Ricalzone (Carla) e Monica Guazzini (Lucia). Accompagnate dal bravo Geremia Longobardo nel ruolo dell’imperterrito commissario, le quattro Signore del teatro e del cinema italiano recitano a memoria, padrone assolute dei tempi e dei ritmi dello spettacolo, così convincenti da far credere che stiano rifacendosi solo ad un canovaccio su cui potrebbero improvvisare all’infinito. La Guazzini è la mente pensante, la ponderata che invece si mostrerà una vera pasionaria quando confesserà prima il delitto – ormai prescritto – dell’odiato vecchio protettore delle quattro, e poi la presenza di un figlio, perduto chissà dove, che crederemo per lungo tempo essere il commissario, il quale invece – scopriremo alla fine – è anch’egli figlio del peccato ma di altra collega delle nostre protagoniste; la Ricalzone è la conoscitrice di tutti gli espedienti legali, esperta in omicidi e simili grazie alle funeste e truculente fiction americane, perfetta nel chiudere ogni battuta ed ogni frase con una sagacia davvero inimitabile; la Guerrieri è l’eminenza grigia, l’amante – non ricambiata – delle sue begonie, l’involontaria assassina del pappone di colore, quella ben ancorata coi piedi per terra ma che, dietro una dura armatura che si è costruita nel corso degli anni, nasconde un cuore grande; ed infine la nostra Costantini, orgoglio del popolo di amanti del teatro barese, che costruisce un personaggio memorabile, fiera di essere prostituta da generazioni, un po’ vecchia Milady ma anche un po’ Michel Serrault ne “Il vizietto” (mentre il pubblico televisivo forse avrebbe detto – errando – un po’ Platinette), riconosciuta spina dorsale dell’intero spettacolo, a disposizione del quale mette tutta la sua immensa Arte, che, nella piccola appendice sugli osannanti applausi finali, si è detta felicissima di essere tornata nella sua città. E noi con lei.