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"aqua1"Affrontare Medea, misurarvisi, cercarne una nuova chiave di lettura, una differente visione, è universalmente ritenuta una prova di coraggio assoluto. Fiumi di inchiostro si sono spesi sulle motivazioni che spinsero il sommo Lucio Anneo Seneca a cimentarsi nella riscrittura del mito, confrontandosi con la tradizione teatrale latina ed, in particolare, con l’omonima tragedia di Ovidio, oggi perduta ma notissima a quei tempi, e con l’ancor più celebre Opera di Euripide. Con tutta probabilità il precettore di Nerone sentì l’urgenza di dare voce all’aspetto più recondito della sua personalità, a quell’imperturbabile stoicismo e a quel rigore morale che non gli concedeva di cercare altra soluzione che non fosse delimitata dalla libertà e dalla giustizia e che lo portò sino all’estremo gesto del suicidio, a quel desiderio di riprendere i presupposti ed i temi delle sue opere filosofiche in una forma più accessibile al popolo, così da poter proseguire lo studio oculato e puntuale sulle reazioni degli esseri umani alle avverse vicende terrene, con un occhio di riguardo alla Morte e, soprattutto, al Male, dominatore indiscusso di tutte le tragedie. In tale ottica, il copioso inserimento di omicidi, incesti, parricidi, rituali di magia nera, sacrifici e simili, in altre parole di un uso anormale e spregiudicato della violenza e di atrocità d’ogni genere, la cui truculenta visione sembrerebbe essere macchinosamente originata ad arte per procurare orrore, non può spiegarsi esclusivamente come un elemento spettacolare, posto in essere al solo scopo di scioccare il pubblico proponendo la realizzazione degli atti nefandi direttamente sulla scena e davanti ai loro occhi, in opposizione al passato in cui i fatti luttuosi venivano narrati da un nunzio anziché essere rappresentati, dato che è accertato che le tragedie di Seneca fossero destinate soprattutto alla lettura, il che non poteva naturalmente escludere la rappresentazione scenica ma non ne determinava il fine ultimo, che era sempre quello di evidenziare in modo netto e limpido le continue collisioni fra ragione e passione e delle forze contrastanti e conflittuali da queste originate.

Quel che possiamo affermare, senza tema di smentita, è che Seneca, pur lapalissianamente rifacendosi e rapportandosi costantemente ai modelli greci, conserva nella sua scrittura una grande autonomia, operando sull’impianto drammaturgico svariati interventi di contaminazione, di rinnovamento, di razionalizzazione; proprio in Medea le innovazioni sono di notevole rilevanza, naturalmente a partire dalla visione dell’eroina stessa: se l’introspezione euripidea aveva portato a capire le ragioni del personaggio e del suo conflitto interiore, Seneca condanna con ferocia Medea non in quanto carnefice, persecutrice del suo stesso sangue, ma perché vittima anch’essa delle proprie passioni, da cui lascia che la sua mano vendicatrice sia guidata.

"aqua"Quando, in apertura di tragedia, Seneca ci immette in Corinto, nella reggia di Creonte, la protagonista è già preda di un furor incoercibile ed irrefrenabile che la spinge alla sovversione di ogni ordine, fisico ed etico; l’amato Giàsone, per cui ha finanche ingannato il padre Eeta ed ucciso il fratello Apsirto, è ora il suo più acerrimo nemico per aver acconsentito, spinto dalla consapevolezza delle proprie colpe, la più grave delle quali è l’aver sfidato il mare con la prima nave violando le leggi della natura per acquisire, proprio grazie alle arti magiche della donna, il vello d’oro, e dalla pietas per i suoi due figli, avuti da Medea, a ripudiare la terribile compagna ed a convolare a nozze con Creusa, figlia di Creonte. Per Seneca, quindi, Medea non è solo la donna impazzita d’amore, tradita e ripudiata dallo sposo fedifrago, per cui aveva compiuto le peggiori nefandezze, che, straziata dall’abbandono, rifiuta di integrarsi in un mondo senza più dei, in una società che considera ingiusta e senza coscienza morale, ma è anche – e, forse, soprattutto – un demone che ha mostrato la sua vera natura, un’orribile strega spinta solo dalla voglia di compiere una tremenda vendetta, di dissetarsi del sangue delle proprie vittime, fossero anche i suoi figli, ossia, riprendendo il magnifico studio di Heiner Muller nei suoi “Appunti per Medea”, potremmo dire che “in lei convivono un Io lunare, riflessivo e razionale, ed un Io solare, impulsivo e irrazionale che la spinge alla vendetta: da qui il germe della follia”.

Ebbene, dal lavoro realizzato da Nicola Valenzano con la Compagnia Badatea sulla tragedia senecana che ha dato vita alla pièceAqua”, andata in scena al Teatro Abeliano di Bari nell’ambito della annuale Stagione dei Teatri di Bari, non traspare – ci spiace doverlo affermare – alcuno dei riportati motivi, ma l’operazione si consuma in una inefficace replica delle tante libere interpretazioni del mito. Pur comprendendo il tentativo di ribaltamento dei classici canoni del teatro antico, con la recitazione del Coro che qui si fa discorsiva, quasi familiare, in luogo della seriosità e del rigore originariamente richiesti, che qui vengono affidati ai protagonisti, non crediamo possano bastare i soli interventi del Coro stesso, con la più che buona prova d’attore di Daniele Ciavarella e l’ottimo apporto di Carla Bavaro agli effetti sonori live, a salvare una rappresentazione che risulta fredda, arida, asettica, proprio a partire dalla regia dello stesso Valenzano, cui davvero l’opera sembra essere sfuggita di mano, per continuare con l’interpretazione della protagonista, una Laura Gigante che non riusciva a dare profondità al suo personaggio e, principalmente, a far vibrare le corde dell’animo degli spettatori, sorte che l’accomunava anche al Creonte di Mauro Milano ed al Giasone di Marco Pezzella, che, preoccupato di mostrarci l’eroe affranto, vinto dagli eventi, quasi obbligato a rinunciare a Medea, dimenticava di donargli un seppur minimo afflato che potesse farci sentire tutto l’insopportabile peso della sua sorte di padre che perde il bene più prezioso; appena più convincenti le prove di Annamaria Vivacqua nei panni della Nutrice e di Antonella Radicci nella velocissima apparizione come Messaggero, che, pur non riuscendo a sottrarsi alla generale recitazione scolastica, ci regalavano una parvenza di spontaneità, mentre nulla aggiungevano – o toglievano – all’apparato scenico i – comunque – convincenti interventi danzanti di Ernesto Valenzano, cui veniva dato il compito anche di materializzare l’atroce morte di quanti erano stati avvelenati dalle vesti preparate da Medea. Le essenziali scene di Danilo Milillo, pur non denotando originalità, creavano un interessante gioco su vari piani visivi, che, però, non sempre erano in linea con il testo recitato, effetto che invece riusciva alle luci di Roberto De Bellis, mentre confacenti allo scopo apparivano i costumi di Dimitri Dimitar, anche qui macchiati dal dejà vu della – ormai insopportabile – commistione tra classiche tuniche, abiti etnici e vestiti moderni. Insomma, “Aqua” ci ha dimostrato, ancora una volta, che la Medea di Seneca è materia da maneggiare con cura, con estrema cura, altrimenti si corre il rischio di scottarsi alla fiamma del fuoco, sempre presente in scena, che, come diceva il filosofo romano “è la prova dell’oro”.