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Dove fiorisce il rosmarino c’è una fontana scura, dove cammina il mio destino c’è un filo di paura. Qual è la direzione nessuno me lo imparò, qual è il mio vero nome ancora non lo so. Quando la luna perde la lana e il passero la strada, quando ogni angelo è alla catena ed ogni cane abbaia, prendi la tua tristezza in mano e soffiala nel fiume, vesti di foglie il tuo dolore e coprilo di piume. Sopra ogni cisto, da qui al mare, c’è un po’ dei miei capelli, sopra ogni sughera il disegno di tutti i miei coltelli. L’amore delle case, l’amore bianco vestito, io non l’ho mai saputo e non l’ho mai tradito. Mio padre: un falco. Mia madre: un pagliaio. Stanno sulla collina; i loro occhi senza fondo seguono la mia luna. Notte, notte, notte sola, sola come il mio fuoco, piega la testa sul mio cuore e spegnilo poco a poco.” (Canto del servo pastore – Fabrizio De Andrè e Massimo Bubola)

"16939508_10210572782070027_5123425237881673143_n"Le parole sono pietre, talvolta. Non possiamo sfuggirle. Ne siamo inevitabilmente colpiti, percossi, bersagliati, investiti persino. Ci vengono scagliate addosso con una tale violenza da irrompere nella nostra mente e nella nostra coscienza sino a tramortirci emotivamente. E possono uccidere le parole, con una lenta ma inesorabile opera di lapidazione perpetuata da una società che si sente legittimata a colpire il “diverso”, l’emarginato, il reietto, infliggendogli una pubblica espiazione che possa essere anche ostentata formalizzazione del diritto alla distruzione di quanti non sono ritenuti degni di appartenenza all’umana natura. E, tra le parole, forse quelle che hanno maggior potenza distruttiva e che hanno dentro la capacità di far implodere esistenze sono quelle non dette, o non più dette, quelle ascoltate una volta e poi perse, voci che affiorano da un silenzio assordante, rifugiatesi negli angoli più segreti della nostra mente per così tanto tempo che, alla fine, non sappiamo più dove cominci la realtà e termini il sogno, incapaci di distinguerle e finanche di comprendere se siano state davvero pronunciate o siano frutto del nostro immaginario. Tutti, tranne qualche essere così fortunato da non essere dotato d’anima propria, siamo stati costretti, prima o poi, ad alloggiare in questo limbo maledetto, in questa terra di nessuno non segnata sulle mappe della formazione di un uomo, in questo brandello di (non) vita che lascia solchi sul terreno fertile di una giovane esistenza, procurando ferite così profonde da essere sicuri di non poterne trovare mai, nemmeno negli anni a venire, la cura, se non in un immediato gesto di estremo rifiuto, di eclatante rivoluzione, di terminale soluzione. E se una tale improba prova segna e spezza le vite dei nostri deboli ragazzi, così da farli assurgere nel peggiore dei modi agli onori delle cronache, non è possibile non comprendere come possa aver delimitato e limitato, definito e finito, il destino di tanti figli del nostro sud, nello specifico dello scenario a noi familiare delle Murge, o, meglio, della Murgia barese, che, certamente in un passato recente ma anche – crediamo – in un orribile presente, siano stati costretti dalle avverse contingenze a farsi “pastaur”, pastori, abbandonando ogni giusta aspirazione ad una vita vissuta.

Roberto Corradino descrive, di fatto rendendole giustizia, in modo sublime questa fetta di umanità dimenticata col suo monologo “Skàuschê (il film di Michele)”, uno spettacolo che non tarderemo a definire essenziale, imprescindibile, indispensabile. Dal momento in cui ha guadagnato il palco di un affollatissimo e, poi, osannante Teatro Kismet Opera di Bari, biascicando una nenia che, pur servendosi di parole per noi, amorfi abitanti di città dimentichi delle nostre radici, incomprensibili, abbiamo compreso che quello non sarebbe stato esattamente per noi uno spettacolo come gli altri, che avrebbe parlato direttamente ai nostri ancestrali riferimenti, che ci avrebbe (ri)condotti alle nostre perdute origini, che avrebbe (ri)aperto nel nostro animo una dolorosa breccia che ci avrebbe rivelato la – anch’essa familiare – figura di Angelino, ragazzo (o sarebbe meglio dire bambino) “in affitto” condannato ad abbandonare la scuola alla tenera – ma solo per gli altri – età di otto anni, reo di aver avuto un gesto di rivolta nei confronti delle arcigne suore che volevano “tosarlo” (presagio della sua futura occupazione?) per paura dei pidocchi. È l’input – spiega Corradino – di quello che avrebbe dovuto essere un lungometraggio, progetto poi abortito per mancanza di fondi; e viene subito in mente un altro capolavoro della cinematografia mondiale, quel “Padre Padrone” che i fratelli Taviani trassero dal libro omonimo ed autobiografico di Gavino Ledda, anch’egli condannato ad una vita da pastore fin dalla tenera età di sei anni, quando il padre (che nella pellicola fu un indimenticabile Omero Antonutti) lo ritirò dalla scuola con le orribili parole (“Scusi, signorina maestra: sono venuto a riprenderlo. Mi serve a governare le pecore e a custodirle. È mio. Che vuole questo governo da me? Che per mandare lui a scuola gli altri miei figli muoiano di fame? Il ragazzo è mio: me lo prendo io e lo uso perché non posso farne a meno. Mi sento tranquillo, io. E la legge che non si sente tranquilla: la legge vuol rendere la scuola obbligatoria. La povertà: quella è obbligatoria!”) che abbiamo ritrovato nella nostra memoria quando Corradino ci ha illustrato come il padre di Angelino lo abbia indirizzato al suo nuovo lavoro, in pratica vendendolo al miglior offerente, facendone saggiare le doti fisiche, tra cui la sana e robusta costituzione ma anche una buona dentatura, come fosse esso stesso un animale, condannandolo ad essere considerato al pari di un oggetto, di una cosa indefinita e di scarsissimo o nessun valore, una nullità, una scheggia, un granello, una pagliuzza, quello che, in dialetto murgiano, è definito “skàuschê”, appunto. Ha uno strano modo di raccontare l’attore barese: entra ed esce dal dramma con una leggerezza, una saggezza ed un tempismo davvero singolari nel panorama teatrale, accelerando in curva per poi rallentare sul rettilineo, creando nel pubblico una totale immedesimazione nel personaggio per poi allontanarsene fugacemente, creando anche momenti di partecipata ilarità, per poi rientrarvi spingendo la sua analisi sino nelle viscere più buie ed inesplorate; la storia di Angelino, delle botte che riceve dal padre, dal massaro e dal padrone, della sua radio a transistor conquistata a fatica, del nome dato alle pecore (tra cui Caterina, la sua preferita perché a lui pare sorridente), del particolare andamento dei pastori, delle feste di paese, delle piazze di quegli stessi paesi, degli agnellini ammazzati e arrostiti all’oscuro del padrone, della mietitura, e di tanto, tanto altro ancora, diviene un pre-testo, un prologo, un’introduzione, una sollecitazione, un segnale che Corradino riceve, decodifica ed amplifica, con una sensibilità che davvero pochi altri sanno avere, trasmettendo al pubblico emozioni difficilmente descrivibili, “e tutto questo raccontato con la naturalezza che solo la passione ti può infondere, con un grande senso di impegno civile, condiviso in modo anche sorridente ed ironico”, dirà penna migliore della nostra.

“Date parole al vostro dolore, altrimenti il vostro cuore si spezza”, dichiara il divino bardo ShakespeareCorradino affermano il contrario, sono di altra natura, composte di pietra dura, aspra, arida, spigolosa, al punto da farci credere che siano state esse stesse asportate dal desolato scenario murgiano. “Sì mamàunê e sì pastàurê, sì la skàuschê dê la ggèndê” (“sei stupido e pastore, sei un fastidio per la gente”), ripeteranno gli “amici” ad Angelino, aprendo una voragine nella sua già più che provata esistenza da cui non potrà – e, forse, non vorrà – più sortire, un abisso nero come la sua anima, al fondo del quale ritroverà la voce dell’amata nonna scomparsa e della nenia che gli cantava per farlo addormentare; ma questo rinvenimento, lungi dall’essere un momento di dolcezza che possa far risorgere la speranza nel ragazzo, ormai quattordicenne, gli darà la certezza che, oltre quella donna, nessuno lo abbia mai amato, determinandolo alla decisione dell’autodistruzione ed, infine, dell’estremo gesto suicida, che si staglia come un atto certamente sovversivo ma soprattutto liberatorio. Ebbene, non vi nascondiamo che quelle poche parole, cantate in dialetto, hanno scavato anche nella nostra anima in modo tanto indelebile quanto profondo, facendovi riaffiorare reminiscenze inconfessabili; forse per questo, quando al termine della sublime pièce, Roberto Corradino proiettava verso il pubblico l’immagine sfocata del volto di Angelino, non abbiamo potuto fare a meno di riconoscerne il viso, i tratti, l’espressione, infine identificandoci in lui. Perché Angelino siamo noi.