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“La musica vera è quella che rimane nell’orecchio di chi l’ascolta dopo che lo strumentista ha finito di toccare le corde”. (Kahlil Gibran)

"page3-1009-full"Ma si che c’è. Ci deve essere per forza un luogo, del tutto immaginario o realmente visitato, dove vanno gli artisti – quelli veri – ogniqualvolta chiudono gli occhi durante una loro performance. O, forse, tornano a far visita ad un’emozione, si lasciano raggiungere e conquistare da un ricordo, da un pensiero, da un palpito. Non a tutti accade ed ancor meno solo quelli che riescono a trasportare sulle stesse ali anche il pubblico accorso ad ascoltarli. Domenico Del Giudice, ad esempio, appartiene indubbiamente a questo sparuto gruppo di musicisti: quando chiude gli occhi e solleva il capo verso un punto indefinito del creato, riesce a innalzare con sé anche tutti gli astanti, in un momento catartico che è più che palpabile; una ulteriore prova della veridicità di quanto affermiamo l’hanno avuta gli spettatori che hanno affollato in ogni ordine di posto l’Auditorium Vallisa di Bari per il suo recente concerto inserito nell’ottimo annuale cartellone dell’undicesima edizione della rassegna curata dall’Associazione culturale Mirarte, che ha in Marina Addante la sua validissima direttrice artistica, conclusosi con vere ovazioni, finale che difficilmente viene riservato ai chitarristi classici.

Certo, parte del merito del successo della serata deve essere dato alle scelte operate nella stesura del programma, assolutamente accattivante, che legava, con un fil rouge magistralmente evidenziato dallo stesso Maestro nei suoi brevi ma precisissimi interventi, artisti all’apparenza slegati ma che, pur abbracciando le tradizioni romantiche, hanno aperto la loro musica a tonalità e forme più nuove, coraggiose, popolari, nel senso più alto del termine, sino a giungere a non disdegnare di rileggere le note, un tempo bloccate sul pentagramma, attraverso la lente della più raffinata improvvisazione. Scorrevano così alcune tra le migliori composizioni di Carlos Guastavino (Sonata n.1), Egberto Gismonti (Agua e vinho, Loro), Roland Dyens (Valse des Loges, Valse des Anges), Sergio Assad (con la splendida Sandy’s portrait) e Mathias Duplessy (Cavalcade, Valse de Lucia, Oulan Bator), pagine tutte di altissimo livello compositivo, a volte nostalgiche a volte gioiose, la cui esecuzione non avrebbe, comunque, avuto i medesimi esaltanti risultati se non fossero state tutte al servizio di un artista che ha fatto della propria infinita sensibilità un identificativo marchio di fabbrica; nelle mani del musicista barese, la chitarra “cessa di esistere in quanto tale, ma diventa una protesi in legno delle sue mani e della sua mente”, nella visibilmente erculea fatica di tentare di far sentire e comprendere tutte le note, spalancandone ogni singola fessura per lasciar entrare ogni piccolo, devastante raggio di luce, sottolineando anche i silenzi pur di far sentire tutta la musica nascosta sul pentagramma e, ancor più, nell’animo dell’artista. L’opera di altri diventa solo lo strumento, il veicolo per spingersi fino al cuore degli ascoltatori, eseguita con un gusto che davvero pochi altri sanno avere e che Del Giudice dimostra di possedere anche nell’arte della composizione quando regala, per l’agognato bis, una sua magnifica creatura che – confessa – ha solo quindici giorni di vita, trasmettendo al pubblico emozioni difficilmente descrivibili sulla fredda pagina telematica, regalandoci l’ennesimo memorabile momento di un concerto in cui le note sono giunte sino a noi con gli stessi benefici risultati di, come diceva Gesualdo Bufalino, “un massaggio serafico sulle cicatrici dell’anima”.