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"jl"La personalissima riflessione del Premio Pulitzer Jhumpa Lahiri sul significato delle copertine dei libri ci svela aspetti inediti della personalità della scrittrice nata a Londra da genitori bengalesi e cresciuta negli Stati Uniti. Come spesso accade, un dettaglio può dire più di mille parole e un piccolo libro può dire molto di un autore e del suo modo di vivere la creatività. E’ quello che succede con ‘Il vestito dei libri‘, tra i primi titoli del 2017 pubblicati da Guanda, in cui la Lahiri torna alla sua infanzia e racconta il desiderio segreto di avere una divisa come quella che i suoi cugini indossavano a Calcutta per andare a scuola.

"Fin da piccola ho imparato che ciò che indossavo mi rendeva, ovunque fossi, ‘altra’. Quella paura di essere malvestita, sbagliata, giudicata" spiega la Lahiri nel libro. Il suo difficile rapporto con gli abiti da indossare quando è diventata scrittrice ha lasciato un riflesso nell’approccio con le copertine dei libri. "Quando, a trentadue anni, ho iniziato a pubblicare libri, ho scoperto – dice – che un’altra parte di me andava vestita e presentata al mondo. Ma ciò che viene messo addosso alle mie parole – le copertine dei miei libri – non è una scelta mia". In questo viaggio nel mondo delle copertine, la Lahiri – che ha scritto in italiano il suo ultimo libro, ‘In altre parole‘ – esplora il processo creativo che sta dietro ‘Il vestito dei libri’ sia dal punto di vista di autrice che di lettrice e svela che a spingerla a scrivere questo piccolo libro è stato il testo che Lalla Romano ha dedicato a ‘Le copertine Einaudi’. "A me che vengo dalla pittura, per cui il fatto visivo non è solo intrigante ma costitutivo, riesce molto difficile amare un libro brutto (come oggetto), tanto più che spesso è tale perchè vuole essere bello" scriveva la Romano con la quale la Lahiri sente un’affinità nel cercare una "perfetta rispondenza" tra la copertina e lo stile del libro. E cita anche il caso di Virginia Woolf che fece disegnare alla sorella Vanessa Bell le copertine di quasi tutte le prime edizioni dei suoi libri pubblicati con la Hoghart Press. "jl2"

La Lahiri riflette anche sul diverso rapporto che hanno editore e autore con le copertine. Per la scrittrice quando un libro ha il suo vestito, è come un addio, l’inizio dell’indipendenza. Mentre per la casa editrice che lo pubblica rappresenta l’inizio di un percorso. E poi "benchè esista per proteggere le mie parole, l’arrivo della copertina, facendo da ponte tra me e il pubblico, mi fa sentire vulnerabile" dice la scrittrice che opterebbe per una "natura morta di Morandi, oppure un collage di Matisse" se potesse scegliere come vestire un libro da sola. La Lahiri si sofferma anche sul valore del "libro nudo", sull’eccesso di annunci che vengono ormai fatti sulle copertine e sulle fascette, con le copie vendute e il numero di edizioni e spesso anche con citazioni di altri autori, che spesso avvolgono il libro come una cintura. Riflessioni anche sulle collane che sono un "involucro più discreto" ma "un po’ formale" e sul significato di una copertina quando non c’è più il volume fisico che vede il suo valore ridotto sempre più a quello di etichetta. Si apre insomma un nuovo percorso, dove le parole e le immagini sono due mondi in dialogo, nel quale ci si immerge con una certezza: "la copertina perfetta non esiste" e non dura per sempre, come i nostri vestiti.