Tempo di lettura: 4 minuti

"va1"Non si offenda, ma questa non è musica”.

Solo un genio come Franz Lehár poteva esigere che sulle medaglie che il Theater an der Wien di Vienna fece coniare in occasione della trecentesima replica fosse incisa questa frase che la stessa Direzione del Teatro ed i critici scettici gli avevano riservato il 30 dicembre 1905, sera della prima assoluta della sua Die lustige witweLa vedova allegra, Operetta in tre atti che il Maestro aveva composto su libretto di Victor Lèon e Leo Stein tratto da L’Attaché d’ambassade, un piacevole vaudeville scritto da Henri Meilhac nel 1861; ebbene Lehár, naturalmente capovolgendone l’iniziale – a dir poco – offensivo intento, disse una grande, inoppugnabile verità: La vedova allegra non è musica, o, meglio, non è solo musica, ma è una esperienza sensitiva.

Alzino la mano quanti possono affermare, senza tema di smentita, di non essere mai stati catturati dall’emozione anche solo ascoltando le immortali note, magari dalla sublime voce materna, o finanche assistendo ad una delle migliaia di rappresentazioni che il mondo ha dedicato all’Opera. Anzi, è il caso di ricordare che, proprio in Italia, poco, pochissimo tempo fa, la fortuna che oggi arride le nostrane produzioni di commedie musicali apparteneva al mondo dell’Operetta, con punte di altissima professionalità, come quelle toccate dal mai abbastanza compianto Sandro Massimini, impareggiabile Signore dei palcoscenici, dalla classe ineguagliabile, la cui dipartita, nell’immaginario collettivo, ha coinciso con l’inizio della fulminante agonia del genere, un tempo tanto amato, di lì a poco divenuto assente ingiustificato in gran parte dei cartelloni teatrali.

Ecco spiegato il motivo per cui abbiamo salutato con vivissimo favore la decisione della Fondazione del Teatro Petruzzelli di inserire quale ultima Opera in cartellone per la Stagione 2016 proprio il capolavoro del compositore austriaco, unendoci ai tantissimi"va2" spettatori che hanno affollato ed affolleranno il nostro Politeama durante le tante repliche previste, alla ricerca di un tesoro, celatosi talmente a lungo ai nostri occhi da crederlo disperso per sempre, che, invece, avremmo di certo ritrovato integro e lucente, grazie soprattutto alle riconosciute sapienti guide di Federico Tiezzi alla regia e di Michael Tomaschek alla direzione d’orchestra. Eppure, ci spiace dire che, forse anche alla luce delle nostre aspettative, la produzione del Teatro Verdi di Trieste, Teatro Carlo Felice di Genova e Fondazione Arena di Verona, ci ha lasciati per lo più interdetti. Pur cogliendo i presupposti e la visione di Tiezzi, che ha inteso trasformare l’ambasciata di Pontevedro, da sempre simbolo, nella sua – forse solo ostentata ma non più reale – opulenza, dello spreco che può portare all’inesorabile fallimento di un’intera nazione, nell’opprimente interno di una Banca o di una Borsa, sempre intenta in nuove trattazioni, così da lasciar immediatamente comprendere che il denaro era da considerarsi il vero – e forse unico – protagonista dell’intera vicenda, non possiamo dirci del tutto in accordo con le sue scelte, che ci consegnavano una versione 2.0 dell’Operetta, in cui la fredda tecnica dettata dagli imperanti numeri faceva spesso capolino; non che la lettura di Tiezzi sia da disdegnare, chiariamoci, ma, nel nostro piccolo, avremmo preferito che, almeno in parte, fossero conservati, finanche recuperandoli dal passato, lo sfarzo delle scenografie, qui presente solo nell’ultimo, bellissimo quadro, quello da Chez Maxim’s, e, soprattutto, le raffinate ed eleganti danze che hanno sempre fatto da cornice alla storia, in particolare alle schermaglie amorose fra Danilo Danilovitch ed Hanna Glawari, la bellissima vedova, che, in questa edizione, risulta invero poco allegra, anzi a tratti malinconica, una Marilyn dalla bionda parrucca, visibilmente posticcia, che sembrava uscita dall’infelice set de “Il principe e la ballerina”, mentre tutte le altre interpreti femminili richiamavano alla mente le fattezze di Louise Brooks, il caschetto più attraente del cinema muto.

"va3"Se si eccettua il già citato ultimo quadro, l’intera rappresentazione si trascina senza particolari sussulti, né serve a ravvivare la scena, semmai ad appesantirla, il gigantesco sipario / separè argenteo che spesso confina gli attori / cantanti sul proscenio, persino restringendone i gesti, come accade nella celeberrima marcetta “È scabroso le donne studiar!”, che ci lascia una percezione di irrisolto, di trovarci di fronte ad una performance senza alcuna lacuna e sbavatura ma senza l’ombra del richiesto pathos, sensazione che, purtroppo, raggiungeva anche l’Orchestra del Teatro Petruzzelli ed il suo direttore, nonché il cast tutto, dalla Vedova Hanna Glawari di Francesca Sassu, alla Valencienne di Laetitia Vitelaru, il Conte Danilo di Vittorio Prato, il Signor Camillo de Rossilon di Anicio Zorzi ed il Barone Zeta di Omar Montanari, visibilmente il più effervescente degli interpreti; finanche l’atteso Njegus del nostro Antonio Stornaiolo, probabilmente talmente preoccupato di non fare errori alla sua prima prova operistica da non far affiorare la sua nota verve, che pure sarebbe occorsa al suo personaggio, sempre affidato a fior di capocomici, non riusciva a venir fuori dalle secche che bloccavano la nave di questa produzione. E se, alla fine, il pubblico batteva le mani a ritmo o canticchiava sulle sublimi arie, in una atmosfera spensierata e contagiosa, il merito andava riconosciuto in larga parte alle inconfondibili note di Franz Lehár ed alla loro immortale bellezza.