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"rf2"Amo ferocemente, disperatamente la vita. E credo che questa ferocia, questa disperazione mi porteranno alla fine. Amo il sole, l’erba, la gioventù. L’amore per la vita è divenuto per me un vizio più micidiale della cocaina. Io divoro la mia esistenza con un appetito insaziabile. Come finirà tutto ciò? Lo ignoro.”

Avevamo da poco abbandonato la stupenda trasposizione che Licia Lanera e le sue Fibre Parallele hanno realizzato di Orgia (di cui si è ampiamente detto su queste pagine), ed eccoci nuovamente trasportati nell’amato universo di Pier Paolo Pasolini grazie all’omaggio resogli dai due enfants terribles del teatro italiano, Stefano Ricci e Gianni Forte, che nella loro decennale attività ci hanno abituato a rappresentazioni sempre intense, innovative, scioccanti, tanto da creare un vero e proprio marchio di fabbrica, legittimamente acclamato dal pubblico.

Anche con questo “PPP – Ultimo inventario prima di liquidazione”, con cui si è aperta la annuale stagione al Teatro Kismet Opera dei Teatri di Bari, non tradiscono le attese ma lasciano che questa volta lo scandalo sia affidato – quasi – esclusivamente alle parole del Sommo Poeta. È la parola, infatti, lo strumento per giungere al cuore dello spettacolo: la parola come chiave, come cardine, come grimaldello, come coltello, come pietra, ma anche come gioco, a partire da quello strano titolo che cela dietro le iniziali del Maestro il modo di dire prettamente cinematografico con cui si indica il primissimo piano, anche se, a ben vedere, il sottotitolo stesso può essere parte del fraintendimento, inteso"rf4" come la catalogazione prima della svendita oppure come qualcosa che si è inventato prima di essere uccisi, liquidati appunto, ovvero le due cose insieme. In realtà, niente in questo lavoro pare essere come sembra o, meglio, tutto sembra apparire per poi sparire dopo un solo attimo, in un caleidoscopio di rimandi e citazioni tratti dalla produzione poetica, cinematografica, letteraria, drammaturgica e finanche giornalistica di Pasolini, che talvolta lambiscono ed accarezzano, più spesso violentano e sopraffanno.

In una strada di periferia, non luogo per eccellenza, con decine di pneumatici accatastati, rivivono luci ed ombre, certezze e paure, amori e biasimi, vita e morte dell’artista e dell’uomo, entrambi già etichettati ma anche tollerati e forse finanche assorbiti da una società ipocrita quanto reazionaria, attraverso l’incontro con brani rubati, tra gli altri, a Comizi d’amore, Uccellacci e Uccellini, Salò, persino al Peer Gynt di Ibsen (la fusione dei bottoni), ma anche con figure di varia umanità, amate e divinizzate o odiate e disprezzate; il nostro eroe dovrà misurarsi, in un continuo corpo a corpo, con questi spettri del passato, del presente e del futuro, rifrazioni della sua coscienza, trasformatisi via via in qualcosa di indefinito ed indefinibile che si fa fatica a classificare: forse soavi ballerine o fantasiosi calciatori (è noto quanto Pasolini amasse il calcio) o dolorose partorienti o sfuggenti amanti in cerca di compagno o maiali per incantesimo circense che braccano l’eroe Odisseo o spettrali zombies (che il nostro allontana dal proscenio – salvando il pubblico? – tirandoli via per capelli in una delle scene più intense dello spettacolo) o bambini antropofagi che si nutrono dei cuori altrui per restare ancorati al terreno o donne "rf3"disperate che si percuotono il petto per aver perso uno dei cinque sensi o personaggi di una sceneggiatura al femminile presto abbandonata, sino a divenire dei cuccioli di orso bianco o dei novelli Teletubbies che, restituendo al poeta la sua purezza infantile e soddisfandolo nella sua ancestrale necessità di donarsi totalmente, come fosse acqua nell’acqua, proprio nella scrittura, di esprimersi senza cadere nella trappola del conformismo e dell’appiattimento, lo accompagneranno verso la morte sacrificale, ricoprendolo di Petrolio (il titolo dell’ultima opera incompiuta) e schiacciandolo (come del resto accadde nella realtà) sotto il peso dei – questa volta non più metaforici – pneumatici.

Chi ha ucciso, dunque, Pasolini? Chi ha attentato alla sua folgorante vita? Lungi dal decifrare uno dei misteri irrisolti dei nostri tempi, con cui ancora oggi non abbiamo finito di fare i conti, PPP sembra dare una risposta che non crediamo sia dissimile dalla realtà, ipotizzando che la distruzione di Pier Paolo sia stata determinata proprio dalla sua coscienza critica, politica, sociale, artistica, vale a dire dalle parole stesse, le sue, quelle dette e quelle taciute, quelle trovate e quelle perdute, compagne e nemiche, madri ed aguzzine. La ditta Ricci / Forte ci consegna la sua opera più matura, ipnotica ed asfissiante, onirica e reale allo stesso tempo, di luce accecante ed inflessibile bellezza, praticamente perfetta in ogni scelta, dagli estratti letterari, ai momenti “fisici”, che racchiudono anche una dedica all’amata Pina Bausch, a quelli musicali, come sempre"rf1" fondamentali nei loro spettacoli, che culminano nella hit dei Queen The show must go on, considerata il testamento artistico di Freddie Mercury, preludio al sacrificio del Poeta e testimonianza della sua ancora indivisa eredità artistica.

Giuseppe Sartori, figura storica del gruppo, incarna ineccepibilmente il corpus pasoliniano, sognatore sognante ed incantato, “spavaldo e insieme turbato”, donando alla parola una veste inedita, primordiale, onirica; Anna Gualdo, Liliana Laera, Émilie Flamant, Elodie Colin e Cécile Basset vanno spesso oltre la perfezione, assolutamente a loro agio in una performance di difficoltà assoluta, che è certamente riuscita nell’intento, confessato dagli autori, di “decodificare il tempo presente, comprendere il significato che può avere l’intervento artistico in un Paese come il nostro e se anche noi artisti non finiamo per ritrovarci nelle stesse gabbie, se ha ancora senso il confronto attraverso un’arte che, oggi, è anch’essa sfruttamento e inquinamento”, tema, caro a Pier Paolo, che andrebbe riscoperto in questi tempi di ottenebramento barbarico.