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"cp"La vita non è come l’hai vista al cinematografo: la vita è più difficile.

(da “Nuovo Cinema Paradiso” di Giuseppe Tornatore)

La parola è danno. L’amore non è quello che i poeti del cazzo vogliono farvi credere. L’amore ha i denti; i denti mordono; i morsi non guariscono mai. Nessuna parola, nessuna combinazione di parole, può chiudere le ferite d’amore. È tutto il contrario, questo è il bello. Se quelle ferite si asciugano, le parole muoiono con loro.

(da “Different seasons” di Stephen King)

La magia del cinema e la magia del teatro. Unite a quella del circo. In un solo spettacolo. Roba da non crederci. Eppure esiste e si è materializzato davanti ai nostri occhi quando abbiamo trovato riparo dalla piovosa notte nella sala, invasa in ogni ordine di posto, con tanti bimbi tra il pubblico, del Teatro Comunale di Ruvo di Puglia: all’interno, la compagnia “La luna nel letto”, già da noi applauditissima per la messa in scena de “L’abito nuovo”, unico lavoro scritto a quattro mani da Eduardo De Filippo e Luigi Pirandello, aveva preparato per noi un incantesimo dal titolo “Cinema Paradiso” che non ha tardato a stregarci. Pur muovendo i passi sulle orme del capolavoro autobiografico di Giuseppe Tornatore, premio Oscar nel 1990 come miglior film straniero, Michelangelo Campanale, cui si deve la regia ma anche le luci e le scene dello spettacolo, riesce a liberarsene immediatamente, affiancandolo, distaccandosene e, finanche, talvolta superandolo in pathos e lirismo.

Il moderno piccolo Totò (uno strepitoso Giuseppe di Puppo) stila la sua personalissima lista salvifica di film che ne hanno segnato l’infanzia e l’adolescenza per poi farne l’uomo che è; ecco, è come se i pezzi di pellicola che (nel film) l’amato proiezionista Alfredo gli aveva donato (“facciamo così … te le regalo … ma te le tengo io!”), per una volta rivivessero tutte insieme negli occhi, nella mente e, soprattutto, nel cuore di Totò, sognatore incallito, pescatore di perle (come suggerisce la cantata di Georges Bizet inserita nella splendida colonna sonora che annovera anche l’ipnotica “Heroes” bowiana nella paradisiaca versione"cp2" dell’arcangelo Peter Gabriel), insoddisfatto della propria vita ed, in generale, della indigenza emozionale del mondo, goffamente incapace di adattarvisi, che riesce a sentirsi vivo solo superando lo schermo, il velo che separa la finzione dalla realtà, dando vita, quasi fosse un novello Frankenstein, ai propri mostri ed incubi, come le due orrende sorelle di “Shining” di Kubrick, e, come è giusto che sia, ai propri eroi, qui rappresentati dall’Uomo Ragno, Doc di “Ritorno al futuro”, i Blues Brothers, Mary Poppins e l’immancabile Charlot, pronto a prenderci per mano per portarci via, lontano, verso un mondo senza ingiustizie e dolori come fece con il suo Monello, in un infinito gioco di rimandi e citazioni che ci fa dubitare più volte su quale possa essere la scelta finale di Totò, se saprà infine decidersi tra la vita reale e quella fittizia. La risposta c’è ed è celata in un’altra pellicola – dove altrimenti? -, in “Stand by me” di Stephen King che è forse la migliore fotografia mai realizzata del passaggio all’età adulta di un ragazzo. Annarita De Michele, Erica Di Carlo, Paolo Gubello, Daniele Lasorsa, Leonard Lesage, Salvatore Marci, Maria Pascale, Palmiriana Sibilia, Luigi Tagliente e il già menzionato piccolo Giuseppe realizzano e rendono in modo superbo una favola che non ci stancheremmo mai di ascoltare, come potremmo restare per ore seduti a guardare gli spezzoni dei film (in luogo dei baci della famosissima scena del film) che il protagonista, in finale di spettacolo, proietta sul telo bianco dei nostri ricordi, delle nostre emozioni, della nostra anima.