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"nm"Riprendiamo da oggi l’appuntamento domenicale con le Storie di Film di Nicola Mascellaro. Nella puntata nr. 19, l’autore si era soffermato sul film di Orson Welles, Macbeth e sull’altro non meno interessante di Curzio Malaparte, Il Cristo Proibito.

Ma… nonostante la profusione di pellicole ‘leggere’ e di comicità ‘nazional-popolare’, è il melodramma, questo pure ‘nazional-popolare’, che riempie le sale cinematografiche. Tanto che il regista Leonide Moguy, dopo il grande successo di Domani è troppo tardi, dove toccava con delicatezza il tema della sessualità adolescenziale, torna con Domani è un altro giorno affrontando il tema della disperazione, mitigata da un filo di speranza, con l’intento di bissare il successo del precedente film. Non ci riesce. Nondimeno il cinema Galleria, dal 25 gennaio per una settimana, ogni sera riempie la sua sala capace di 2.000 posti a sedere.

Il tema della ‘disperazione’ lo si ritrova nell’ottima pellicola di Henry Hathaway, La 14ma ora interpretato da un attore emergente e molto espressivo, Richard Basehart, che interpreta la parte di un uomo deluso dalla vita e vuole farla finita gettandosi dal quindicesimo piano di un grattacielo a New York. Quando infine un poliziotto lo convince a desistere, un banale incidente lo fa precipitare nel vuoto per lo sgomento di quanti assistono in strada. Le scene dell’aspirante suicida sono seguite dalla strada e dagli"nm2" abitanti degli edifici dirimpettai che continuano nella loro vita con noncuranza. Una delle giovani donne che osservano la tragedia mentre si svolge nell’edificio di fronte al suo, è Grace Kelly al suo esordio.

Fra le novità della nuova stagione cinematografica c’è da segnalare il ritorno del peplum un genere di film epico avventuroso che narra storie della mitologia greco-romana, biblica o di culture della stessa epoca e che sembra abbia avuto origine in Italia nel lontano 1914 con il film Cabiria realizzato dal regista Giovanni Pastrone che faceva costruire monumentali e suggestive scenografie con grande impiego di masse. Pare che Cabiria avesse colpito così profondamente il cineasta americano David Wark Griffith, ‘l’uomo che inventò Hollywood’, che due anni dopo realizzò Intolerance un film a episodi lungo tre ore e mezza ancora più ambizioso di Cabiria superandolo per magnificenza.

Il genere, successivamente accantonato per i costi e per gli eventi bellici mondiali, torna nel 1950 ad opera del regista americano Cecil B. De Mille, specialista di western "nm3"spettacolari, che produce Sansone e Dalila distribuito dalla Paramount nel 1950 e giunto sullo schermo del Margherita il 31 ottobre 1951. Il film si annuncia sontuoso. È interpretato da un possente Victor Mature, un Sansone grande e grosso con un petto più prosperoso di Dalila, la bella Hedy Lamarr. Nonostante il rispettabile nome di De Mille e due Oscar, per scene e costumi, la pellicola americana riceve una severa bocciatura dai critici nostrani che parafrasarono il famoso epilogo dell’eroe: muoia Sansone con tutti i Filistei. Il critico della Gazzetta, Virgintino, così scrive: "è una grossa focaccia sfornata dal forno di un grande regista. Del sapore biblico, profondamente mistico e solenne, rimane ben poco. Peccato". Eppure, nella cronaca del giornale barese c’è una piccola notizia dove si legge: "ieri, al cinema Margherita, la gente ha fatto a pugni per assicurarsi un posto". Era il cinema di Hollywood insomma, fatto non per raccontare la storia, la mitologia o altro ma per abbagliare, sbalordire fare spettacolo, divertire e impressionare con il super kolossal. E ci riesce perché anche con Sansone e Dalila quanti erano ragazzi allora e hanno visto il film, qualche anno dopo al cinema Adriatico, hanno conservato per diverso tempo negli occhi i colori meravigliosi, il fasto dei costumi e le grandiose scenografie.

Naturalmente anche i cinematografari nazionali, soprattutto le piccole industrie"nm4" artigianali, erano tantissime ed in questi anni fatturano miliardi, hanno le orecchie tese. Era importante sapere le novità, i generi che Hollywood si apprestava a realizzare e lanciare sul mercato dal momento che solo il cinema americano, dal dopoguerra e fino alla metà degli anni Cinquanta, era considerato concorrente al nostro cinema, se non per quantità certamente per qualità.

E lo ‘sbarco’ del peplum in Europa era noto. Lo sapeva Carmine Gallone, un anziano regista ligure considerato l’equivalente di De Mille in Italia, che negli anni Venti aveva realizzato lo spettacolare film Gli ultimi giorni di Pompei e negli anni Trenta, per la gloria del Fascismo, Scipione l’Africano con grande impiego di masse popolari. Dopo il Regime aveva girato alcuni melodrammi lirici con discreto successo, ma il ritorno del peplum gli fa sbocciare l’antico amore. Prepara dunque un canovaccio, Messalina, e lo offre a diversi produttori nazionali che lo rispediscono al mittente: costa troppo! Decide allora di fare come De Mille e produrre il film con i propri mezzi. Sono quelle iniziative temerarie tipiche degli italiani: è vero che De Mille produsse in proprio Sansone e Dalila, ma aveva alle spalle gli studi e l’organizzazione della Paramount. Gallone, invece, aveva alle sue spalle solo la sua esperienza e un po’ del suo denaro.

La rubrica "Storie di film e dintorni" continua la prossima domenica.