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"na"C’è Yussef, il barbone che legge Freud tra i cartoni; oppure Emanuele, che consegna il pane a domicilio assicurando che il suo non è un lavoro nero, mentre invece Salvatore smercia profumi di marca a prezzi stracciati. E c’è anche la Tarantina, 78 anni di trasgressione, un vero mito della Dolce Vita partenopea, quando ancora non esistevano gay, lesbiche, transessuali e via dicendo, ma solo i "femminielli". E’ una varia umanità, immobile e perennemente in cammino, quella che il giornalista Pietro Treccagnoli racconta ne La pelle di Napoli. Voci di una città senza tempo (Cairo editore, pp. 274, 15 euro), che raccoglie i reportage dedicati alla città pubblicati su Il Mattino.

Il tempo passa a Napoli, eppure sembra cristallizzarsi in un eterno presente, che offre scorci di oscenità e di sublime, il cui confine è talmente sottile da apparire sfumato e impercettibile. La città è spudorata, e sembra compiacersene: è affamata di vita, fragile, irriverente, e si mostra senza nascondersi, ma solo se la si visita consumando la suola delle scarpe. Treccagnoli da cronista lo sa bene, e la percorre a piedi, scontrandosi con i mille volti della città. Se l’autore prende di petto, in modo frontale, tutto ciò che incontra sul suo cammino, tuttavia il suo sguardo riesce a insinuarsi lateralmente, di sbieco, alla ricerca di dettagli rivelatori. Particolari che sono essenziali a far sì che la scrittura sia molto più di una descrizione, ma il racconto di una storia millenaria, che ancora vive al giorno d’oggi mentre si trasforma incessantemente.

Quello che però colpisce di più è la capacità del giornalista di utilizzare la sua curiosità, tra una domanda e uno sguardo rubato, per far immergere il lettore dentro il ventre di Napoli, dove "la tragedia è spruzzata di commedia": ecco che sembra di udire le voci degli scugnizzi e il rombare dei motorini tra i vicoli, di sentire il naso pizzicare per i forti odori, di pesce, di olio esausto di frittura, di immondizia agli angoli delle strade. C’è anche il sole che scalda i panni stesi sui fili, o l’oscurità che nasconde la vita misteriosa dei bassi. Nel dedalo delle strade cittadine la camorra ti sbatte in faccia la sua presenza cui fa da"na2" contraltare la pesante assenza dello Stato: qui si scippa e si affibbiano i "pacchi" ai turisti, qui c’è il lavoro nero e la prostituzione. E poi i tanti, troppi poveri, che sono tutti uguali: tra immigrati e napoletani la disperazione non ha preferenze. Ma poi si guarda bene, e prepotenti arrivano gli echi dello splendore che fu, di una bellezza malata e poetica. E’ la Napoli che si arrangia di Eduardo e Totò, quella colta di Benedetto Croce e Salvatore Di Giacomo, e ancora quella devota dei Santi e delle Madonne da pregare per avere la grazia.

Ci potrebbe essere tanto da fare a Napoli, oppure forse conviene lasciarla così, immobile mentre porta in scena di fronte al mondo la sua eterna voglia di riscatto e di autocommiserazione. In questo atto d’amore tra letteratura e giornalismo, Treccagnoli gratta via la patina dei luoghi comuni e non dà giudizi, mettendo sul piatto la preziosa opportunità di guardare dentro quella che lui chiama una "fotografia mossa, ma mai sfocata" della città.