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"v"Ti voglio bene mi sono affezionato, ma a volte mi sento un po’ giù. No, no, non faccio scene, ho sempre sopportato, ma da tempo non parliamo quasi più. E poi … e poi … e poi … Quando ci sono i figli … no, non possiamo … e i nostri genitori? Beh quello sarebbe il meno … certo che è dura eh? Gli amici, la gente, il lavoro, si, anche il lavoro … non possiamo lasciarci! E allora? Continuare così, per i figli, per tutti, la risata davanti agli altri, tutto tranquillo, regolare, il tradimento piccolo borghese, la falsità, la commedia, la meschinità, e poi … e poi … e poi …

(Giorgio Gaber)

“Strano è il teatro, come, del resto, la vita.” ci è capitato di scrivere qualche tempo fa: accade di entrare in una accogliente sala e ci si ritrova in un salotto che, pur essendoci assolutamente familiare, assomiglia in tutto e per tutto ad un girone dantesco. È la casa di George e Martha, maturi coniugi residenti nella cittadina di New Carthage, fotografati nella notte di un sabato qualunque, di ritorno da un festa organizzata dal rettore – e padre di Martha – della locale università, allo scopo di favorire la socializzazione tra gli insegnanti. Il bicchiere della staffa e poi a letto? Non questo sabato. Non questa notte. Infatti, il padre di Martha, deus ex machina non solo delle mura universitarie ma – pare di comprendere – anche delle esistenze che vi si affollano, ha decretato che i due ricevessero immediatamente un’altra coppia, Nick, aitante ed arrogante insegnante di biologia, fresco di nomina, e la sua giovane moglie Honey, per un incontro che si preannuncia pregno di sudore e superalcolici. È la scintilla che accende la miccia di un – probabilmente da lungo tempo atteso – gioco al massacro senza vincitori né vinti ma solo con vittime, di un duello all’ultimo sangue che pare non avere mai fine, di una carneficina totale che ha inizio tra i"v4" padroni di casa ma, presto, coinvolgerà anche gli ospiti. All’ostico benvenuto di George risponde la irregolare – ed impura – ospitalità di Martha, la quale non trova di meglio che rinfacciare al marito di essere un fallito, un pusillanime che non è riuscito, nonostante la acclarata posizione privilegiata determinata dalla acquisita parentela, a farsi largo all’interno dell’università, accontentandosi di restare un modesto professore di storia. George, che parrebbe colpito a morte dalle affermazioni della moglie, si rialza e trova la forza di attuare la sua catarsi: se verità deve essere, verità sia, ma non solo per lui o per Martha bensì per tutti i costretti in questo virtuale carcere; così toglierà il velo della menzogna su cui si fondano i due rapporti coniugali ma anche le interrelazioni createsi nella notte, sino a giungere ad “uccidere” il figlio che Martha, con buona pace dello stesso George, si era inventato, uno spettro che – probabilmente – risultava essere l’unico collante della coppia, che, invece, proprio a seguito di questa offerta sacrificale del novello Isacco sull’altare della realtà, come la fenice sembra rinascere dalle proprie ceneri ed accogliere la luce dell’alba come il dono di un nuovo cominciamento.

Chi ha paura di Virginia Woolf?” era, è e rimarrà per sempre un capolavoro assoluto del teatro contemporaneo che dobbiamo alla penna del drammaturgo statunitense Edward Albee, una scrittura di irraggiungibile genialità, a partire da quel titolo in cui la grande scrittrice britannica (affetta da depressione cronica e morta suicida e, pertanto, icona del malessere esistenziale che affligge anche Martha e George) è citata per lo "v3"storpiamento delle parole della canzoncina per bambini “Who’s afraid of the big bad wolf?” (da noi sarebbe “Siam tre piccoli porcellin”) che la protagonista, ormai ubriaca, ripete quasi meccanicamente; un’opera di indicibile bellezza che scandaglia il fondo più nero della vita non di una coppia, ma di ogni vita di ogni coppia; un lavoro di ricerca da cui nessuno può dirsi immune e che fa, lentamente ma inesorabilmente, riaffiorare le carcasse che credevamo ormai celate non solo agli altri ma anche a noi stessi. La seduta psicanalitica di Albee non produrrà i propri effetti solo sulla matura coppia formata da Martha e George, lapalissianamente individuabili come i canonici assassini di quello che un tempo – lo supponiamo – doveva potersi chiamare “amore”, ma anche per i giovanissimi Honey e Nick, che nella loro laccata felicità costruita sulla finzione del perbenismo, appaiono infine ancor più colpevoli della distruzione dei propri sentimenti, meschini sino al punto da non riuscire a rinunciare nemmeno per un attimo a se stessi in virtù della effettiva consacrazione di un rapporto affettivo; sarà per questo che Albee pare da ultimo concedere una prova d’appello, una ulteriore possibilità, solo ai due padroni di casa, i quali hanno sì vissuto nella finzione ma al solo scopo di essere d’aiuto al proprio congiunto, condannando la giovane coppia di ospiti alla perenne inedia d’amore, a quel limbo dei sentimenti umani in cui si ritrova chi ha giurato e spergiurato esclusivamente per il proprio personale tornaconto.

“Strano è il teatro, come, del resto, la vita.” dicevamo. “Sembra provarci gusto” continuavamo “a disorientare, sviare, depistare, confutare le nostre tesi, le nostre supposizioni, persino le nostre piccole certezze”. Queste parole, che erano state da noi riportate a commento di un precedente lavoro proprio del regista Arturo Cirillo, oggi vogliamo ripeterle, salutando con una vera ovazione la messa in scena con cui si è chiuso l’annuale ottimo cartellone della Stagione di Prosa del Teatro Pubblico Pugliese del Comune di Bari. Infatti, lo confessiamo, ci eravamo accostati titubanti al Teatro Kismet, soprattutto in quanto abbiamo ancora la nostra pelle di spettatori marchiata a"v2" fuoco dall’allestimento dell’opera di Albee che, più di dieci anni fa, fu portata sino a noi – poveri mortali – da Gabriele Lavia, con – nei panni della protagonista – la Divina Mariangela Melato. Ebbene, chiediamo pubblicamente scusa per le nostre preventive paure: la lettura di Cirillo è davvero di altissima levatura, supportata da una scenografia scarna ma funzionale, con una infinità di bicchieri usati ad invadere la notte e le esistenze dei personaggi, ed una colonna sonora di sicuro impatto, che, oltre a citare Schubert e Tina Turner, ci è parso anche riprendesse la straordinaria intuizione di Iñárritu che affidò il commento del suo capolavoro “Birdman” alla sola batteria di Antonio Sanchez.

Le discese ardite nel dramma e le risalite verso una – talvolta – ilare ironia si susseguono in modo frenetico, con continui ribaltamenti e colpi di scena, che hanno almeno due punti di "v5"forza: innanzitutto nelle scelte registiche di Cirillo, in cui ogni passo, ogni movimento, ogni parola, ogni silenzio finanche, hanno una straordinaria importanza e fotografano in modo praticamente perfetto la vicenda narrata, come quando, per svelare l’ultima verità, annunciando la decisione di dare morte all’immaginario figlio, abbandona il palco per entrare, per un momento, nel mondo reale. E poi, soprattutto, ricorderemo la magistrale prova d’attore resa da Milvia Marigliano (Martha), Valentina Picello (Honey), a tratti addirittura la più convincente, Edoardo Ribatto (Nick) e dello stesso Cirillo nel ruolo di George: intensa, inquietante se non addirittura angosciante, tanto da attanagliare alla sedia e togliere il fiato, restituendoci compiutamente il dolore dei protagonisti che si fa finanche insopportabile quando – finalmente – comprendiamo che quelle vite che si agitano sul palco potrebbero essere le nostre, o forse già lo sono.