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"d"Gli uomini veramente coraggiosi non hanno nessun bisogno di battersi a duello, mentre molti vigliacchi duellano in continuazione per farsi credere coraggiosi.

(Ernest Hemingway)

 

Avea là imparato a sparger il sangue de’ nemici senza odiarli, ad andarsi a vendicar senza ira, ad uccidere senza discortesia, a preferire l’onore, ch’è un bene immaginario, alla vita ch’è l’unico bene reale dell’uomo.

(Giacomo Casanova)

 

Una sessantina di pagine bastano a costruire un capolavoro assoluto ed impareggiabile? Sì, se la penna è quella di Joseph Conrad ed il racconto risponde al nome de “I duellanti (The Duel: A Military Tale)”, inserito nella raccolta “Un gruppo di sei” pubblicata nel 1908. Motore dell’intera vicenda sono due ufficiali degli Ussari di Francia, il tenente Gabriel Féraud, uomo del sud, tradizionalista, irascibile e collerico per indole, ed il suo pari grado Armand d’Hubert, uomo del nord, freddo, riflessivo, imperturbabile. Nel 1800, quando Napoleone è ancora console, il primo ferisce mortalmente in duello il nipote del sindaco di Strasburgo ed il secondo, incaricato di porre il collega agli arresti domiciliari, tenta di compiere il suo dovere mentre questi si trova nel salotto di Madame de Lionne, provocandone l’ira e, quindi, una sfida a duello. Vincendo la tenzone, Armand si trova invischiato in un codice d’onore che lo vuole o omicida o vittima. Ne nasce una diatriba che vede i due fronteggiarsi per oltre quindici anni, entrambi trascinati dalle campagne napoleoniche sino in Russia ed infine a Parigi, di pari passo capitani, colonnelli, generali."d2" Il crollo di Bonaparte determinerà anche la caduta in disgrazia del fedelissimo Gabriel, finanche condannato a morte dal Governo dei Cento Giorni, e solo l’intervento di Armand, più incline ad accettare la Restaurazione, ne impedirà l’esecuzione. Féraud, ignaro del gesto del suo nemico, fugge dal confino, lo raggiunge e lo sfida nuovamente in duello alla pistola, fallendo i suoi due tentativi e consegnandosi a d’Hubert, il quale deciderà di non ucciderlo ma di ridurlo in virtuale schiavitù, condannandolo a vivere un esilio psichico, come fosse un piccolo Napoleone sconfitto, in perenne attesa del giudizio del suo benevolo aguzzino, il quale, in tal modo, avrà spezzato definitivamente la catena che lo legava ad uno stupido codice di malinteso onore e potrà concedersi all’amore della sua giovane compagna.

Oggi, per la prima volta in assoluto, il capolavoro conradiano prende vita sui palcoscenici italiani, anche – per nostra fortuna – su quello del Teatro Abeliano per la annuale Stagione di Prosa del Comune di Bari e del Teatro Pubblico Pugliese, grazie alla traduzione ed adattamento di Francesco Niccolini ed alla regia di Roberto Aldorasi ed Alessio Boni, che in scena si ritaglia il ruolo di d’Hubert affidando le sorti del collerico Féraud a Marcello Prayer"d3"– purtroppo sempre – attualissima allegoria delle ragioni dell’odio ed, in particolare, delle ostilità militari, e quindi della guerra stessa, di tutte le guerre, banalizzate ed, in parte, ridicolizzate mettendone in risalto l’innata volgarità (come quando Prayer copre di insulti Boni in perfetto dialetto barese, rivelando una natura più da primate che umana) e, soprattutto, la profonda inutilità (come nel toccante, sublime passaggio del racconto a due voci della Campagna di Russia).

Ma questa versione de “I duellanti” contiene altresì una penetrante riflessione sull’assurdo richiamo all’odio che una persona esercita su un’altra senza un apparente motivo, sul confronto dell’uomo con un’avversità incomprensibile ed inarrestabile, con un destino a cui non può sfuggire, con un’entità che è familiare più di quanto si creda, sino a rivelarsi il proprio perfetto alter ego, ma anche sul tema della doppia personalità, delle due nature che convivono in noi, dottor Jekyll e mister Hyde, bene e male, luce ed oscurità in perenne confronto, che si attraggono e respingono all’infinito; così le ragioni che potrebbero giustificare il duello vengono progressivamente dimenticate, quasi cancellate, allo scopo di evidenziare semplicemente l’introspezione dei caratteri ed il lato irrazionale della sfida, lasciando intravedere solo in lontananza una parvenza di luce che possa riportare l’uomo sulla retta via dei sentimenti, dei rapporti sociali, della comunicazione. Lo scontro diventa l’unica ragione di vita non solo per Gabriel ma, quasi inconsapevolmente, anche per Armand, l’unico stimolo che riesca a smuoverlo da una esistenza fiacca ed irrisolta, l’unico vincolo che gli appaia indissolubile sino a quando non deciderà di sostituirlo con un nuovo, inscindibile – questo sì – legame, donandosi completamente alla sua giovane sposa che lo farà diventare padre: questo, e non la sconfitta di Gabriel, lo porterà ad essere l’unico vincitore di questa guerra di anime. Ma se, come detto, la vittoria non è sull’avversario bensì su se stesso, su quella tenace inclinazione ad accettarsi esclusivamente come riflesso dell’altro, l’avventura deve essere individuata in interiore hominis, e deve, per sua stessa natura, definirsi inesauribile, inestinguibile, inappagabile, infinita, come comprendiamo solamente nell’ultimo, magnifico frammento in cui i due protagonisti si liberano dei loro doppi narratori per tornare, sciabole sguainate, a porsi l’uno di fronte all’altro, en garde."d4"

Ma il lavoro messo in cantiere da Boni e – forse ancor più – da Prayer non è solo congetture e filosofia: è tensione, voce, sudore, sangue, muscoli, spasimo, è quanto di più fisico possiate immaginare in due ore di vibrante spettacolo, erede di una drammaturgia che ha radici ben piantate nel nostro bagaglio e che credevamo perduta per sempre a causa di quella immotivata voglia di innovazione che, talora come una cura, più spesso come un virus, un morbo, ha attaccato e si è diffuso nel nostro teatro, talvolta portandolo a dolorosa morte. Coadiuvati dall’ottimo Francesco Meoni, interprete en travesti di tutti i ruoli di contorno, e con la bella presenza della brava violoncellista Federica Vecchio che esegue dal vivo le musiche di Luca D’Alberto, Alessio e Marcello offrono una prova d’attore superba, ipnotica, memorabile, tesa come corda di violino, dal ritmo più che serrato, che non concede un solo attimo di respiro allo spettatore, riuscendo magicamente a restituirci tutta l’epicità dell’opera conradiana, con accenni più o meno velati anche ai più celebri “Linea d’ombra” e “Cuore di tenebra”. Ricoprendo ogni angolo, ogni singolo millimetro delle magnifiche scene costruite da Massimo Troncanetti, i due sembrano davvero percorrere le migliaia di chilometri cui la lucida follia napoleonica li ha costretti, così da farci credere di essere stati davvero in Russia con entrambi o in esilio con il solo Gabriel, nella splendida scena in cui il generale rimosso giunge sino a citare i lamenti di Giobbe contenuti nella Bibbia. La loro perfetta rappresentazione dell’epopea conradiana è un atto d’amore nei confronti della sublime macchina del teatro, il migliore che potessimo aspettarci, un magnifico ritorno al futuro allo spettacolo che preferiamo.