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"s1"Sarah Jane does not interpret soul. She is soul, with all its passion and pain, joy and sorrow, hard times and highs.”

(The Gazette, Montreal)

Come definireste un concerto che vi promette delle sonorità jazz, blues e soprattutto soul e poi vi fa ritrovare a ballare praticamente sulle sedie l’hit vintage Don’t leave me this way”? Quantomeno strano, non abbiamo dubbi; noi non abbiamo tardato nemmeno un attimo a qualificarlo come un concerto sublime, qualità cui ormai ci ha abituato l’annuale cartellone della Associazione Nel Gioco del Jazz che, dopo gli exploit di Dianne Reeves e Kurt Elling, ci ha regalato il fantastico ritorno a Bari della voce soul femminile per eccellenza, la splendida Sarah Jane Morris che ha costretto il Teatro Forma agli straordinari dato che si sono dovuti realizzare ben due set nella stessa serata per rispondere alla miriade di richieste pervenute. Non sappiamo come sia andata – anche se possiamo immaginarlo – la prima performance ma possiamo assicurarvi che la seconda è stata eccellente, emozionante e divertente come non ci capitava da tempo di vedere, nient’affatto costruita – come era logico aspettarsi – integralmente sull’ultimo lavoro discografico della Morris, il buon Bloody rain, ma caleidoscopica e variopinta, gremita di tutte le sfumature che appartengono alla sua ormai quasi trentennale carriera che non può non definirsi assolutamente coraggiosa."s2"

Quanti avrebbero, infatti, rinunciato alla fama ottenuta come artista pop nell’esecuzione di brani dal successo planetario quale quello testé ricordato con i Communards o “Into the garden” con gli Eurythmics o ancora nella cover del brano di Barry White “Never gonna give you up”, solo per essere libera di esprimere la propria personalità nel modo a lei più consono, esclusiva padrona della sua arte? Pochi, di certo. Sarah invece ha scommesso ed ha vinto. E continua a vincere. Anche in questa nuova avventura live a capo di un gruppo in assoluto di grazia che poteva annoverare l’ottimo Tony Remy, co-compositore dell’ultimo album, e Tim Cansfield alle chitarre, Henry Thomas al basso e Martyn Barker alla tromba, cui si aggiungevano eccezionalmente le percussioni di Enzo Zirilli e soprattutto il sax di Roberto Ottaviano, che ha dismesso per una sera i panni di deus ex machina dell’associazione che condivide con Donato Romito, la Morris si è dimostrata regina incontrastata del palco, proponendo ancora una volta un appuntamento di rara bellezza ed intensità, forse secondo solo a quella volta che, in una remota Chiesa del quartiere San Pio (allora ancora Enziteto), divise “l’altare” col mitico pianoforte del Maestro Danilo Rea; nel set cui abbiamo avuto la fortuna di assistere hanno trovato posto taluni brani del più "s3"recente lavoro, tra cui abbiamo apprezzato “Feel the love” e “For a friend”, ed una ricca carrellata dei veri cavalli di battaglia dell’artista britannica, che nell’immaginario collettivo appartengono ormai indissolubilmente a lei, tra cui si distinguevano “Another little piece of my heart”, con cui ha di fatto raccolto la virtuale eredità di Janis Joplin, la splendida “Fragile” di Sting, con un a dir poco superbo solo del Maestro Ottaviano, “Into my arms di Nick Cave, il già ricordato hit dei Communards e l’immancabile “Me and Mr. Jones”, come sempre proposta nel lunghissimo quanto indimenticabile bis. Insomma un concerto che, qualora mai ve ne fosse stato bisogno, ha fugato ogni dubbio sulla nostra eterna sudditanza alla classe incontrastata di Sarah Jane Morris.