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"jt"Ogni volta che ci si trova di fronte al ‘mito’ si prova l’inevitabile emozione ancorata ad un passato che ha lasciato un segno profondo nella nostra memoria. E poco importa se il tempo e la storia hanno significativamente modificato l’immagine che di un personaggio ci siamo fatti all’epoca del suo splendore. Rimane sempre in agguato il dubbio di essere ingannati da un evento che abbia solo le carte in regola di un’operazione commerciale. Ma in genere si preferisce lasciare spazio alla (auto)indulgenza.

Il tempo non fa mutare solo l’aspetto al ‘mito’, ma anche le idee, la creatività, affina la tecnica, modifica le espressioni in senso lato. E nel caso dei Jethro Tull di tempo ne è passato: 45 anni sono tanti! Di passaggio in Italia hanno fatto tappa all’Auditorium Manzoni di Bologna.

La storia parte da molto lontano, da un agronomo inglese vissuto a cavallo fra il ‘600 e il ‘700, tale Jethro Tull, dal quale Ian Anderson nel 1967 per puro caso prese il nome per la sua rock-band. All’inizio suonavano blues, ma cambiarono presto rotta. Creatività e"jt2" ispirazione portavano in altre direzioni: il rock, il folk, il progressive soprattutto, ma anche rapide incursioni nella classica e nel jazz. L’innovazione più grande fu l’inserimento del flauto traverso nella musica rock. Dal 1967 il gruppo produsse un album all’anno e svolse intensa attività artistica per tutti gli anni ’70. Oggi conta più di 3.000 concerti in tutto il mondo e qualcosa come 62 mln di dischi venduti.

Dopo tanto tempo e all’età di 67 anni è lecito aspettarsi sul palco un artista lento, impacciato, ‘scoppiato’ come suol dirsi… e invece no! Dopo i primi momenti di imbarazzo (laddove una volta lussureggiava una folta e riccia capigliatura ora una bandana copre una inaccettabile calvizie!) si (ri)stabilisce un vecchio contatto accantonato, più che dimenticato. Occorre anche un po’ di tempo per abituarsi alle immagini proiettate sul fondo, ove appaiono cantanti che interagiscono con la scena live: non si capisce se è un espediente o un atto creativo. Forse c’è bisogno di  alternare la voce di Anderson per via "jt3"del suo timbro nasale; o forse è necessario far tirare il fiato ogni tanto al leader. L’effetto è comunque interessante e il progetto innovativo. Dopo la strutturata splendida “Wind Up”, delicata e vigorosa al tempo stesso, i primi accordi di “Aqualung” rompono una qualsiasi eventuale forma di ghiaccio: ritorna l’energia e con essa l’emozione. Da quel momento il concerto non fa che salire in un crescendo di entusiasmo e coinvolgimento. La ‘Rock Opera’ dei Jethro Tull è costituita per il 60 per cento dai successi del passato, il resto è materiale dell’ultimo album “Homo Erraticus” dello scorso anno. Si passa da tenui ballate a brani aggressivi con grandi aperture armoniche, dal rock viscerale a raffinatezze espressive, liriche. Non mancano i clamorosi stacchi e le splendide pennellate del flauto. Ciò che stupisce è la vitalità di Anderson, nonostante la evidente pancetta: è il solito animale da palcoscenico che saltella da un lato all’altro del palco e suona spesso poggiandosi solo sulla gamba destra (sua tipica posa da ‘trampoliere’); sono inalterati anche l’istrionismo, il carisma, il sarcasmo, la mimica facciale. Ian Anderson c’è: anche se gli anni si fanno sentire lo spirito (indomito) è lo stesso.

A New Day Yesterday”, “My God”, “Farm on a Freeway”, “Minstrel in the"jt5" Gallery”, “Living in the Past” e qualche blues mozzafiato scorrono fino a “Locomotive Breath”, quando le emozioni implodono, si accavallano, si annullano nell’entusiasmo generale, mentre il treno nel video corre pazzo verso la libertà. Il bis non può che essere che la Bachiana “Bourée”. Ed è il saluto finale.

“Il menestrello nella galleria” ha perso lo smalto, è inevitabile, ma finchè ci sono musicisti come lui, sempre pronti a mettersi in tour e in discussione, il Rock è vivo!

Alla chitarra Florian Ophale (da applausi a scena aperta i suoi assolo), John O’Hara alle tastiere e in regia, Greig Robinson al basso e Scott Hammond alla batteria. Dallo schermo le voci di David Goodier, Ryan O’Donnell, Unnur Birna Bjornsdottir (violino).