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"bo1"E’ stato il quartetto di Ron Carter a inaugurare la X edizione del Bologna Jazz Festival, una kermesse che ha voluto mantenere come segno di continuità la memoria di Massimo Mutti, uno dei fondatori, scomparso 3 anni fa. La dedica a lui è stata doverosamente estesa anche a Marco Tamburini, il trombettista bolognese morto lo scorso maggio in un incidente stradale.

In genere chi suona il contrabbasso svolge un ruolo poco appariscente in un gruppo, anche se gli armonici sono molto importanti. Ma a volte sulla scena mondiale compaiono dei contrabbassisti dotati di forte personalità e grande creatività, tanto da diventare protagonisti. E’ il caso di Charlie Mingus, Scott LaFaro e i contemporanei Miroslav Vitous, Dave Holland e Ron Carter, appunto.

Ronald Levin Carter comincia a dieci anni a suonare il violoncello, acquisendo quella particolare sensibilità che lo arricchirà oltre misura. Il suo orientamento verso la musica classica viene però presto bloccato dal razzismo che regna nell’ambiente. Così Ron volge il suo interesse al jazz iniziando un’esperienza stimolante che lo porta a collaborare con artisti prestigiosi del calibro di Cannonball Adderley, Mal Waldron ed Eric Dolphy. Nel"b1" 1968 Miles Davis lo invita alla sua corte in quella che fu una delle migliori formazioni della storia del jazz con Herbie Hancock al piano, Tony Williams alla batteria e Wayne Shorter ai sax. Tutto ciò che è passato nella sfera del grande trombettista nero, si sa, ha acquistato carisma: se Ron ha talento, Miles ha la giusta intuizione. Nel 1972 il quintetto si scioglie e Carter percorre altre strade. Nel corso della sua carriera incide una infinità di dischi (qualcuno dice 1.000, ma forse sono molti di più), sia come leader sia come gregario.

Ed eccoci al concerto di Bologna, sintetizzato in tre parole: elegante, raffinato, intenso. Ron pur avendo da poco inciso un cd con una intera orchestra, “My Personal Songbook”, predilige suonare in trio, con chitarra e piano, o in quartetto,’Foursight’, come in questa occasione: con lui ci sono la talentuosa pianista canadese Renee Rosnes, Payton Crossley alla batteria e Rolando Morales-Matos alle percussioni. Al centro "bo2"del palco Carter torreggia con il suo strumento, in completo grigio e cravatta a strisce rosse.

E’ jazz colto che gioca su canoni classicheggianti con una spinta creativa che raffina, filtra e purifica la tradizione alla ricerca di rinnovamento stilistico. La grande padronanza tecnica e il virtuosismo non penalizzano la comunicativa, sempre sul filo sottile di una espressività ricercata e di gran pregio. La prima parte del concerto si svolge senza soluzione di continuità: i temi mutano ed è proprio la finezza del contrabbasso che definisce, delimita e al contempo lega, fonde, reggendo le fila di un discorso musicale unitario. E se Morales con le sue molteplici percussioni supporta e arricchisce il lavoro ordinario di Crossley, Rosnes al piano brilla come stella di prima grandezza, facendosi carico della parte propriamente lirica. Ron indica strade e soluzioni armoniche, apre universi sonori: è un ‘maestro’ che non impartisce lezioni in tono accademico.

Poi il concerto si mette sui binari dell’intimismo e della introspezione: la liquida poetica"bo3" della Rosnes sale in cattedra, mentre Carter costruisce atmosfere perfette, dense di attesa e malcelata inquietudine. Il jazz si lascia scivolare nelle vene, ricco di vibrazioni in un grande affresco di emozioni. Ed è anche il momento degli assolo, tanto calcolati, tanto eloquenti, tanto liberi, con qualche innocente concessione ai virtuosismi.

Il bis è un masterpiece, un saluto sontuoso per il pubblico: ‘elegante, raffinato, intenso’.