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"abramo1"Il potere che cercava il nostro umore mentre uccideva nel nome d’un dio, nel nome d’un dio uccideva un uomo: nel nome di quel dio si assolse. Poi, poi chiamò Dio quell’uomo e nel suo nome – nuovo nome – altri uomini uccise.

(Fabrizio De Andrè)

Lungi da noi l’ardire di confrontarci o, peggio, accostarci all’esperienza di vita di David Maria Turoldo, o anche solo alla maestosità delle sue parole che gli valse l’appellativo di "coscienza inquieta della Chiesa" e che ritroviamo tutta nella sua “O Signore mio, amato e crudele”, ma lasciateci dire che anche nel tempio che frequentiamo sin dalla nostra infanzia è ritratto l’evento descritto nel capitolo 22 della Genesi, anzi, per dirla tutta, dal posto che ancor oggi settimanalmente occupiamo abbiamo una visione privilegiata dell’episodio di Abramo e di suo figlio Isacco, il che ci ha permesso di soffermarci ed interrogarci spesso sul significato di una delle pagine più controverse del Vecchio Testamento, sino a convincerci che in essa andava soprattutto letto il messaggio profetico di quel che sarebbe accaduto a Gesù Cristo sulla croce, quando Dio avrebbe tenuto fede al proprio impegno con l’uomo giungendo sino al sacrificio del proprio unico Figlio: quel che Dio non permette ad Abramo, fermando la mano patricida, impone a se stesso, nell’estremo atto di devozione al Suo progetto.

Meglio, molto meglio, della nostra semplicistica – e qui stringatissima – domenicale"abramo5" lettura, ha saputo fare il filosofo contemporaneo Ermanno Bencivenga che, affrontando l’episodio della Bibbia, ha creato il suo “Abramo”, tragedia in tre atti data alle stampe poco meno di un anno fa, immaginando che il patriarca avesse portato a termine il proprio insano ed orrendo gesto eseguendo senza riserve l’ordine divino trasmessogli dai misteriosi viandanti che lo avevano visitato nella sua dimora e che, al loro ritorno presso i malcapitati a disgrazia già consumata, descrivono ad Abramo il suo totale fallimento, mandando in frantumi il suo mondo ed il muro che aveva eretto a sua protezione, chiarendogli che ciò che gli veniva richiesto era non già di adagiarsi sulla scelta di assecondare l’imposizione divina, costruendosi una fede a propria umana immagine che avesse i canoni del più scriteriato fondamentalismo, bensì di avere talmente tanta fede nella grandezza dell’amore di Dio da essere capace di rifiutare quelle parole, considerandole non degne di divina provenienza, in quanto non potevano venire da un Padre che mai aveva chiesto ai propri figli di rinunciare alla loro dignità ed al loro libero arbitrio.

Non è dunque il messaggio divino all’indirizzo del suo prediletto a muovere la mano del padre sul figlio ma la primitiva ed innata sete di sangue dell’uomo – Abramo, che non indugia nemmeno a rivolgere la mano contro il sangue del suo sangue pur di dissetarsi, nonché il suo strenuo tentativo di non aver alcuna discendenza, di non lasciare nulla al mondo oltre se stesso, di non concedere che alcuno gli sopravviva e possa finanche offuscare il suo nome, come gli contesta l’anziana moglie Sara, impazzita per il dolore al "abramo4"racconto del servo unico testimone dell’omicidio. L’inatteso ritorno di Isacco (sogno della demenza materna o dono di un pentimento divino?) non sarà un segno di rinascita ma una ulteriore discesa negli inferi, quando lo stesso confesserà alla madre di aver compiuto egli stesso il rito sacrificale del caprone, tramutatosi in iniziazione al rito del sangue di cui anch’egli si dice assetato; nel silenzio di Abramo, che affiderà alla fredda carta il suo testamento (“sono solo un pazzo … un folle tace anche quando parla, è muto anche quando strepita … mi è rimasto solo il silenzio, e nel silenzio spegnerò la mia vita”), sarà Sara a rivolgere la novella – ma dalle antiche e ben piantate radici – sete nei confronti degli “altri”, dei “diversi”, degli stranieri che, con il loro arrivo, già ottenebrano la ritrovata supremazia; Isacco saprà infine colpirli come fossero innocenti agnelli, lordandone indelebilmente le preziose pelli.

Anche alla luce di quest’ultimo angosciante richiamo alla più urgente attualità, che ogni giorno rimbalza sin nelle nostre case, della infinita tragedia dei migranti e dei rifugiati, non vi è chi non veda la complessità dell’opera di Bencivenga, che però non ha turbato in alcun modo Teresa Ludovico che l’ha affrontata da par suo, adattandola e curandone la regia, realizzando la straordinaria piéce con cui si è aperta (dopo l’anteprima di Fiorello) la annuale interessantissima Stagione di Prosa del Comune di Bari e del Teatro"abramo3" Pubblico Pugliese, una prima nazionale che, peraltro, celebra la fusione del Teatro Kismet e del Teatro Abeliano nei neonati “Teatri di Bari”.

Ebbene, la sfida deve considerarsi innegabilmente vinta perché la Ludovico ci consegna una performance di assoluto valore, degna di essere annoverata tra le migliori produzioni teatrali, soprattutto per la pungente asperità che, usufruendo della magnifica complicità della scenografia e delle luci curate da Vincent Longuemare, cattura lo spettatore trascinandolo in un vortice di emozioni da cui potrà risorgere solo al calare del sipario e che, a nostro modesto parere, hanno il loro culmine nel geniale inserimento della “Supplica a mia madre” di Pier Paolo Pasolini, letta dalla acerba quanto efficacissima voce del piccolo Davide Di Domenico. Augusto Masiello, Christian Di Domenico, Michele Altamura, Gabriele Paolocá, Domenico Indiveri e la stessa Ludovico offrono una prova d’attore sempre convincente, forti di una regia a tratti addirittura perfetta, con dei momenti da incorniciare come fossero magnifici dipinti, che ha però la saggezza di non offuscare mai la parola di Bencivenga, lasciandone trasparire tutte le componenti, dal contrasto tra le diverse generazioni, quindi tra la paternità e la filiazione, ma anche tra uomo e donna, padre e madre, alla rappresentazione della violenza sociale di un popolo, sino all’impeto estremista, che si (auto)assolve dai crimini perpetuati in nome di Dio e della ragion di Stato, dimentico del modello della fede autentica e del dono divino, così da farci infine comprendere che Abramo siamo noi.