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"macbeth1"La vita non è altro che un’ombra in cammino; un povero attore che s’agita e pavoneggia per un’ora sul palcoscenico e del quale poi non si sa più nulla. È un racconto narrato da un idiota, pieno di strepito e di furore, e senza alcun significato.

Ancora "Macbeth"? Perché? Possono le parole, che William Shakespeare dedicò alla (dis)umana vicenda di una coppia talmente assetata di potere da riuscire a dissetarla solo nel sangue dei propri simili, ancora oggi catturarci così come avvinsero il genio di Giuseppe Verdi quando pensò di affidarle a Francesco Maria Piave per realizzare il libretto del suo primo incontro con la poetica del Bardo? Oggi, che vediamo intorno a noi infiniti Macbeth, ben più sanguinari dei coniugi scozzesi, i quali almeno avevano un disegno di conquista alla base del loro insano progetto, mentre nel nostro disastroso quotidiano uccidono senza nemmeno la parvenza di un motivo, senza altra spinta se non quella che nasce dalla pura follia? Ebbene, fosse solo per la sua mostruosa attualità, il messaggio che Shakespeare e Verdi ci hanno consegnato ha ancora la assoluta necessità di essere rappresentato, ma anche decriptato, destrutturato; occorre però una sensibilità fuori dal comune, quella cui solo grandi registi ed interpreti ci hanno abituato. Il compianto Giancarlo Cobelli affrontò l’improba prova con una messa in scena che è divenuta una pietra miliare, e che oggi viene ripresa, con qualche variazione, da Lydia Biondi"macbeth2"quell’“altrove” che gli autori ci avevano sempre lasciato solo immaginare e a cui noi stessi tardiamo a dare un significato; in tal senso non può che colpire il primo quadro che, all’apertura del sipario, ha materializzato davanti ai nostri occhi un vero girone dantesco, in cui non era dato comprendere se i personaggi si muovessero nel corso di una cruenta battaglia o nel mezzo di un orgiastico amplesso, metaforica introduzione all’intero dramma ed, anche, simbolica immagine di quanto si agita nell’animo della truce coppia di protagonisti.

Il palco è tagliato in due parti da un pannello, precario confine tra il vero e l’immaginario, tra l’umano ed il bestiale, tra la letizia e l’orrore, tra il bene ed il male: su di un proscenio freddo e desolato, in uno spazio reso claustrofobicamente ristretto dalla presenza del coro, posizionato su i due lati del palco a richiamare la tradizione greca, si muovono i personaggi della nostra vicenda che appaiono e scompaiono da botole infernali, mentre sul fondo del palco si animano le ombre di quel che le loro scelte hanno determinato, fino a quando il male non potrà più esservi contenuto e deborderà sull’intera scena determinando l’orrenda fine dei sanguinari coniugi Macbeth. La resa scenica è assolutamente sublime, con dei momenti di caravaggiesca bellezza (su tutti il quadro della vestizione del corpo martoriato di re Duncan, che rimanda anche all’iconografia della Sacra Sindone), perfettamente supportata dalle scene ed i costumi di Carlo Maria Diappi, ripresi da Valentina Dellavia, e dalle luci di Giuseppe Ruggiero, realizzazione che, crediamo, avrebbe meritato solo una maggiore attenzione agli elementi coreografici che, soprattutto nel terzo atto, divengono centrali per la lunga assenza di canto. Ma è solo un dettaglio: l’ambientazione primitiva e moderna allo stesso tempo, con "macbeth3"un occhio strizzato al dark, il richiamo alle rivisitazioni macbethiane cinematografiche, quelle di Polanski e Welles su tutte, ma anche al “Riccardo III” di Loncraine con Ian McKellen, il fondale che appare, scompare e riappare, aprendo un gioco di teatro nel teatro ovvero non-più-teatro, il continuo mostrarsi di nudità dei corpi in contrapposizione alla impossibilità di scorgerne le anime, e molto, molto altro, hanno fatto di questo "Macbeth", che conclude la prima parte della Stagione Lirica del Teatro Petruzzelli prima della pausa estiva, un’Opera che difficilmente dimenticheremo.

E se ciò non fosse bastato, l’Orchestra ed il Coro del Teatro Petruzzelli, magistralmente diretti rispettivamente da Fabrizio Maria Carminati e Franco Sebastiani, sottolineando in modo incisivo i tanti chiaroscuri che si celano nella partitura, hanno superato in modo più che mirabile la difficilissima prova, così come ha fatto tutto l’ottimo cast, anche se una menzione particolare si sono meritati il Macduff di Salvatore Cordella e, soprattutto, la divina Lady Macbeth di Tamar Iveri ed il Macbeth di Luca Salsi. Gli ultimi due maggiormente, di certo rispondendo ai dettami del Maestro Verdi che, celando le infinità difficoltà che aveva creato per i due ruoli principali, affermava che “questi pezzi non si devono assolutamente cantare: bisogna agirli, e declamarli con una voce ben cupa e velata: senza di ciò non vi può essere effetto”, hanno donato uno spessore ai loro personaggi cui raramente ci è stato dato di assistere, dimostrando una cura nel canto, che forse mai negli ultimi tempi era giunto sin "macbeth4"alle nostre orecchie in modo sì efficace, ma anche una totale attenzione all’aspetto mimico; nelle calde movenze della Lady, dalla voce – lo ripetiamo – impeccabile, si coglieva tutta la carica erotica che pervade profondamente il testo, mentre il Macbeth di Salsi, anch’egli più che perfetto vocalmente, riusciva a trasmetterci tutta l’inquietudine di un uomo che volle farsi re ma in fondo non riuscì ad essere altro che un misero burattino, nelle mani del destino, profetizzato o anche immaginato, e della donna amata, infine conscio dell’inutilità del potere e della sua stessa maledetta esistenza. Una performance superba quella dei due protagonisti che strappano continuamente applausi a scena aperta sino all’ovazione finale.