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"decamerone"“Se così è, che essere manifestamente si vede, che facciam noi qui, che attendiamo, che sognamo? Perché più pigre e lente alla nostra salute che tutto il rimanente de’ cittadini siamo? Reputianci noi men care che tutte l’altre? O crediamo la nostra vita con più forti catene esser legata al nostro corpo che quella degli altri sia?”

Tutti conosciamo l’incipit del Decamerone: dieci giovani fiorentini, sette donne e tre uomini, si allontanano per quattordici giorni dalla città ormai in preda alla peste ripiegando in collina per tentare di scampare al virus inarrestabile; nasceva così l’esigenza di far passare le lunghe giornate, magari raccontandosi storie le più disparate, che potessero far per un momento dimenticare l’immane tragedia che si stava vivendo. Così per dieci (deca) giorni (più quattro di riposo) si susseguono storie di amori e di varia umanità, storie grottesche, sensuali, crudeli, appassionate, agghiaccianti, ma sempre ipnotiche.

E oggi? A cosa può servire oggi lasciarsi ancora catturare dalla sublime narrazione nata dal genio indiscusso di Giovanni Boccaccio? Ce lo ha spiegato con la abituale arguzia Marco Baliani, le cui parole sono di tale spietata bellezza che ci consentirete di riportarle integralmente: “Oggi ad essere appestata è l’intera società. Ne sentiamo i miasmi mortiferi, le corruzioni, gli inquinamenti, le conventicole, le mafie, l’impudicizia e l’impudenza dei potenti, la menzogna, lo sfruttamento dei più deboli, il malaffare. In questa progressiva perdita di un civile sentire, ci è sembrato importante far risuonare la voce del Boccaccio attraverso le nostre voci di teatranti. Per ricordare che possediamo un’altra Italia, che non compare nei bollettini della disfatta giornaliera con la quale la peste ci avvilisce”. Giunto al secondo capitolo del progetto “Grandi italiani”, dopo l’Ariosto dell’Orlando Furioso e prima del Machiavelli del Principe, Baliani prende a prestito dal Maestro toscano solo sette delle cento novelle e costruisce il suo Decamerone: vizi, virtù e passioni”, un’altra delle sue preziose opere teatrali giunta al Petruzzelli di Bari per due affollatissime repliche inserite nel cartellone della stagione di prosa del Teatro Pubblico Pugliese, ancora una pietra miliare non solo del teatro di narrazione, di fatto da lui stesso creato nel 1987 con quel capolavoro incontrastato ed – ai nostri occhi e nelle nostre menti – incontaminato che è “Kohlhaas”, ma anche e soprattutto del teatro di denuncia, ovvero politico nel significato più alto che si possa ancora dare a questa parola. In un pregevolissimo omaggio alla Commedia dell’Arte, vediamo uno straordinario gruppo di sei guitti giungere sino a noi con il loro scalcinato furgone dentro cui si cela un mondo intero; basta solo volerlo e la potenza della parola sarà capace di materializzarvi paesaggi da sogno, meravigliosi destrieri, donne dolcissime ed uomini vili. Onestà e depravazione, gioia ed invidia, speranza e disperazione, amore e gelosia, vendetta e perdono, vita e morte: tutto il meraviglioso universo contenuto nel capolavoro del Boccaccio riaffiora nella perfetta operazione di riscrittura dello stesso Baliani e di Maria Maglietta che, complici gli ingegnosi costumi di Carlo Sala, con tappeti che si tramutano in lussuosi abiti, e le efficaci luci di Luca Barbati, costruiscono una pièce di altissimo livello, metafora compiuta della società contemporanea in preda alla “pestolenza” dello spirito, anche quando la denuncia sociale – visibilissima in alcuni passaggi – lascia il posto alle storie più squisitamente “boccaccesche”, quasi a voler riprendere fiato, a voler donare un fuggente attimo di sollievo al martoriato cittadino. E se Stefano Accorsi è il perfetto capocomico / maestro di cerimonie della compagnia, non può tacersi la prova maiuscola di tutti i versatilissimi attori, Salvatore Arena, Silvia Briozzo, Fonte Fantasia, Mariano Nieddu, Naike Anna Silipo, superbi dall’entrata in scena sin alla finale raccolta del meritatissimo applauso, in cui ci è parso si facesse cenno al Totò di “Miseria e nobiltà”: che fosse un richiamo alla futura messa in scena del Principe machiavellico o alla grande Arte dell’Attore, non importa; quel che conta è, come dice il protagonista in finale, che si sia risvegliata nello spettatore la voglia di rileggere il Decamerone nella sua globalità. Fosse solo per questo, l’operazione meriterebbe il nostro incondizionato plauso.