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"024"Infine il giorno di Patricia Barber è giunto. Dopo il rinvio di qualche mese fa che ha fatto slittare quello che avrebbe dovuto essere il concerto di apertura della bellissima annuale stagione de “Nel gioco del jazz”, l’associazione barese che si è guadagnata un – se non il – posto di primissimo piano nel panorama musicale di genere (provate a dare un’occhiata alle anticipazioni per il prossimo anno e ne sarete stupiti), la pianista e vocalist statunitense è giunta allo Showville di Bari per una performance che aveva tutti i crismi dell’evento. Sì, perché la Barber è da tempo artista di culto mondiale ed il suo successo, tanto di pubblico quanto di critica, non conosce confini, al punto che, nel vano tentativo di etichettarla, i paragoni con assoluti mostri sacri si sono sprecati; del suo tocco pianistico si è detto che ricordasse l’immenso Bill Evans, mentre il suo modo di cantare e, soprattutto, la poetica dei suoi testi l’hanno fatta accostare alla divina Joni Mitchell. Niente di tutto questo, o, forse, non solo questo: la Barber ha dimostrato nella sua ormai lunghissima carriera di riuscire a non farsi mai classificare, chiudere all’angolo della ovvietà del mestiere, irretire dal ripetersi in nome del raggiunto successo; la sua musica non è mai scontata, rassicurante, definita, così come le sue scelte, che la spingono ogni volta a dirigersi verso strade nuove e, talvolta, inesplorate, come quando compose l’album “Mythologies”, interamente dedicato alle Metamorfosi di Ovidio, diventando la prima cantautrice che si fosse meritata il prestigioso Guggenheim Fellowship Award. Insomma, Bari aspettava da tempo di poter gustare dal vivo il personalissimo sound di Patricia, peraltro impreziosito dalla presenza di un trio di tutto rispetto che, oltre ai fedeli Larry Kohut al contrabbasso e Jon Deitemyer alla batteria, poteva vantare lo straordinario (in tutti i sensi) apporto del nostro Roberto Ottaviano al sassofono. Ebbene, nonostante tali felici presupposti, non possiamo sinceramente dire che il set ci abbia catturato nella sua totalità, e questo è accaduto – ci spiace molto dirlo – esclusivamente per colpa della band leader. Il suo pianoforte si è lasciato spesso intrappolare in vicoli ciechi, così da doversi risolvere in irrequiete frasi spezzate, nervose introspezioni, passaggi ibridi e poco fluidi, mentre il lirismo – di cui la Barber è assolutamente capace – faceva capolino solo in rare quanto splendide occasioni, in cui l’attentissimo pubblico sembrava andare in apnea, incapace di qualsivoglia resistenza alle ipnotiche doti della quasi sessantenne artista. Eppure, nonostante si cogliesse l’apprezzamento della platea per i momenti con maggior pathos, la Barber sembrava più interessata ad una operazione di destrutturazione della sua musica e del jazz in generale, così da donare tanto alle sue composizioni originali quanto agli standard una veste insolita, mai ammiccante ma, purtroppo, non sempre convincente. Lungi dal pensare che tali decisioni fossero dettate da una serata votata all’apatia ed all’indolenza, siamo portati a credere di esserci trovati di fronte ad un ennesimo nuovo inizio, ad un embrionale work in progress, alla primordiale genia del percorso che Patricia pensa di tracciare nel prossimo futuro, e per questo lo appezziamo, anche se – lo confessiamo – avremmo preferito che nella serata barese, sapendo di poter contare su di un motore di incredibile potenza in quel trio – peraltro anche “abbandonato” per qualche minuto nel mezzo della prova – che aveva nel Maestro Ottaviano la sua maggiore spinta propulsiva, avesse deciso di volare alto per tutta la durata del concerto, senza vuoti d’aria, come lei sa magnificamente fare; di certo noi l’avremmo seguita con maggiore ardore.

Foto di Gianfranco Morisco