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"La Mongolia è un Paese che sta cambiando, dove la gente, e soprattutto i giovani, ha lo sguardo puntato verso il futuro, non vuole guardare com’era e com’è, ma come vorrebbe diventare". Il senso di sospensione tra il vecchio e il nuovo della società mongola è l’essenza di "Black Gold Hotel", progetto del fotografo italiano Michele Palazzi premiato al World Press Photo come migliore storia nella categoria "Daily Life". "L’idea è nata da una curiosità personale, una ricerca un pò nostalgica di ciò che sta scomparendo – racconta all’ANSA – la Mongolia in questi anni vive una crescita economica molto rapida, e i mutamenti che questo genera l’hanno resa la scelta perfetta per vedere come la mentalità contemporanea, capitalista, intacca inesorabilmente i modi di vita tradizionali". Sono seguiti diversi viaggi, nella capitale Ulan Bataar e nel deserto dei Gobi, all’incontro della società mongola e delle sue variegate componenti: "Nel deserto ho vissuto il momento emotivamente più forte – ricorda il fotografo – vivendo con i nomadi e come loro, perchè per ritrarli nei loro gesti quotidiani devi unirti al loro lavoro, aiutarli a curare i cammelli, spostarti con loro. E questa condivisione di stile di vita, in un luogo così atipico e lunare, mi ha fatto vedere un barlume di storia, ci ho rivisto una tradizione millenaria". Il contatto umano e la condivisione sono tratti ricorrenti nel lavoro di Palazzi, che negli anni scorsi l’hanno portato, per esempio, tra gli ultimi terremotati rimasti nelle tendopoli a L’Aquila, o nel Sulcis martoriato dalla crisi economica e industriale. "Quello che cerco nei miei progetti sono dei momenti di empatia, empatia con le persone ma anche con i luoghi – spiega – che non vuol dire solo un rapporto personale con i soggetti che fotografo, ma anche cercare un momento di lucidità, di illuminazione, che mi permetta di capire, di sentire la storia che scorre". Per questo, aggiunge, ha preferito lasciare da parte il lavoro sulle "hard news", con cui aveva mosso i primi passi nel mondo della fotografia: "Ho capito che non era quello che cercavo, perchè non mi permetteva di portare avanti questo tipo di percorsi personali, in cui parte del significato viene anche da come io mi misuro con i processi complessi, come quello di modernizzazione. È un lavoro in cui i criteri oggettivi, più strettamente giornalistici, sono in un certo senso messi da parte: la realtà in una storia è sempre filtrata, e io voglio essere uno di questi filtri". Una prospettiva che si ritroverà anche nel prossimo progetto del fotografo romano, che lo porterà nel Guingzhou, regione della Cina Meridionale: "La politica di espansione dei centri urbani scelta dal governo cinese porta a uno spopolamento delle aree rurali, un processo che è ormai inarrestabile – spiega – quello che vorrei fare è raccontare in immagini questo processo, che sta cambiando la struttura ossea del Paese e del mondo".