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"relear"A noi spetta di assumere il fardello di questi tempi grami, dire ciò che si prova, non quello che si deve. Sono stati i più vecchi a sopportare i pesi più gravosi; a noi giovani non sarà mai dato di vedere, né vivere, altrettanto.”

Fermatevi un momento a riflettere su queste parole: sono le due piccolissime frasi con cui William Shakespeare chiude il suo Re Lear. Ora chiedetevi cosa vogliono dirci. Ebbene, se appare ormai acclarato che il Bardo volle fotografarvi la fine di un’epoca storica collocata tra il 1604 e il 1606, poco dopo l’incoronazione di Giacomo I, nel tentativo di proiettarsi oltre l’età elisabettiana, noi non riusciamo a non leggervi un presagio, meglio una profezia dalla forza dirompente; abbiamo sempre creduto che nella tragica iperbole di Lear e del suo mondo potessero riconoscersi i segni di un futuro prossimo che Shakespeare aveva già intravisto dall’alto del suo incontrastato genio.

E quali tempi – diteci – se non i nostri sembrano i più congeniali a far rivivere la tragedia del sovrano dei Britanni? In quale tempo più che nel nostro si è assistito al disfacimento dell’ordine prestabilito in virtù di un rigetto delle regole per l’incapacità di tenervi fede? In quale tempo più che nel nostro la sete di potere ha generato mostri capaci di celare dietro le più lusinghiere adulazioni qualsivoglia abominio e crimine? In quale tempo più che nel nostro la cecità dell’uomo si è fatta così patologica da non riuscire a riconoscere il falso dal vero? In quale tempo più che nel nostro l’uomo è parso aver dimenticato le pesanti lezioni del passato, pronto a compiere nuovamente i propri insani errori? Se – come crediamo – l’oracolo si è compiuto, occorre che qualcuno ci ricordi chi siamo, da dove veniamo, dove stiamo andando e, soprattutto, cosa abbiamo già sbagliato.

L’operazione della riscrittura del testo shakespeariano da parte di Michele Placido a nostro modesto parere parte da qui, da quelle macerie che già vediamo sul palco al nostro ingresso nel Teatro Petruzzelli, dove la messa in scena è giunta inserita nell’annuale stagione di prosa del Teatro Pubblico PuglieseHallelujah di coheniana memoria e dal Corpus Christi Carol, l’inno inglese che paragona Gesù crocifisso ad un re ferito: a canticchiare entrambe sarà Cordelia, una splendida Federica Vincenti, da poco Signora Placido, parte di un ottimo cast in cui spicca su tutti un sublime Francesco Bonomo, praticamente perfetto nel difficilissimo ruolo di Edgar, seguito dal Conte di Kent di Francesco Biscione, il Matto di Brenno Placido (figlio di Michele, già noto al pubblico televisivo soprattutto per la partecipazione a “Tutti pazzi per amore”), l’Edmund di Giulio Forges Davanzati, la Goneril di Margherita di Rauso e la Regan di Linda Gennari, ed infine da Placido, che ci consegna un Lear di grande impatto, perfettamente in linea con le scelte operate, superbo in quel suo spezzare le frasi di continuo, in quel cercare le parole ed i gesti in un blob di emozioni, in uno spazio indefinito e sconosciuto, in quel prenderci per mano per farci entrare nella follia di un re che volle farsi uomo e che assomiglia più di quanto non crediamo a noi, cui – siamone certi – spetta di assumere il fardello di questi tempi grami, sperando di essere degni di dire ciò che si prova e non quello che si deve.