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"AvignonNon si è nudi solo per la mancanza di vestiti, la nudità è la perdita della dignità umana.” (Madre Teresa di Calcutta)

Riguardo a “Sul concetto di volto nel Figlio di Dio” praticamente è già stato scritto tutto; fiumi di parole sono sgorgati dalle migliori (ed anche dalle peggiori) penne sin dal debutto mondiale nell’autunno 2011, e finanche Romeo Castellucci, il geniale autore e regista della piéce e storico fondatore della “Socìetas Raffaello Sanzio, ha sentito forte l’inconsueto bisogno di scrivere una lunga lettera nel tentativo di difendere la propria creatura, di spiegarne le ragioni, di renderla accessibile, scevra dalle incomprensioni e dai fraintendimenti che hanno fatto sì che si giungesse all’accusa di blasfemia. Cosa potremmo dunque aggiungere noi, con la nostra povera penna, ora che abbiamo potuto finalmente assistere – ma sarebbe più giusto dire partecipare – all’opera grazie al Teatro Pubblico Pugliese che l’ha inserita nel suo annuale cartellone di prosa per una sola affollata replica al Teatro Petruzzelli? Forse null’altro può esserci concesso se non una nostra personalissima – e probabilmente inesatta – digressione sul senso della performance, provando ad allontanarci non solo dalle delucidazioni dello stesso Castellucci, ma anche – ed oseremmo dire soprattutto – da quanti osteggiano la messa in scena ovunque sia programmata, circostanza ripetutasi anche a Bari ove – in verità in modo civilissimo – si è sentita persino l’urgenza di organizzare all’esterno del teatro una adorazione eucaristica in riparazione della rappresentazione stessa.

Al nostro arrivo in sala troviamo ad accoglierci, a sipario già levato, una scena scarna, fatta di pochi mobili, su cui campeggia e domina una gigantografia del volto di Cristo benedicente di Antonello da Messina, dipinto tra i più famosi di tutti i tempi forse proprio a causa di quello sguardo così penetrante ed impenetrabile, eloquente ed inespressivo allo stesso tempo, talmente opprimente da percepirlo come assente, un urlo talmente forte da divenire silenzio, un tutto che si fa nulla. Davanti a quegli occhi si consuma l’iperbole umana di un padre – un magistrale Gianni Plazzi – amorevolmente accudito da suo figlio – Sergio Scarlatella – proprio nel momento dell’assoluto bisogno, in quella fase in cui si torna bimbi, figli dei propri figli, bisognosi di ogni assistenza, sino al verecondo cambio dei pannoloni pregni di feci che sembrano non avere fine, atto estremo di perdita di dignità e di finale riconsegna della propria umanità nelle mani di altro uomo. E lì dove il figlio umano mantiene le proprie promesse, dedicandosi incondizionatamente al padre, fallisce il Figlio Divino, incapace di dare risposte non solo al vecchio ma anche al giovane, che, in preda alla disperazione, gli si affida con un bacio che potrebbe rinnovare il gesto estremo di Giuda, salvo comprendere che questa volta è il Cristo a tradire l’uomo e le sue aspettative, a lasciare suo fratello da solo sulla croce così come fece suo Padre al cospetto della sua Passione. Ecco dunque che il vecchio, tornato bambino, proverà a distruggere l’immagine di questo Dio silente con il lancio di numerosissime bombe a mano, ma non vi riuscirà se non nell’attimo finale della propria esistenza, quando il suo corpo e la tela diverranno una cosa sola che si lascerà dilaniare dal dolore non solo fisico ma soprattutto spirituale di chi ha scoperto che colui che credeva essere il buon Pastore in realtà, a visione più attenta, non lo è affatto.

Questa è la nostra visione, fallace o no.

Ora però lasciateci dire che non ci sentirete unirci al coro di quanti hanno accusato Castellucci di sacrilegio, anche se – ci perdoni l’autore – non crediamo alle sue parole che vorrebbero nel finale l’immagine sporcata da inchiostro e non da escrementi (il protagonista porta con sé il putrido contenitore prima di ‘attaccare’ il dipinto), certi che qualsivoglia dibattito su argomenti di tale portata non possa che fare bene alla nostra conoscenza, ma quel che piuttosto denunciamo nella comunque lodevole operazione è di aver fotografato in modo troppo didascalico, seppur fortemente scioccante, l’estrema condizione del malato, quasi da mero osservatore; replicare in modo così brutalmente realistico una realtà che ormai, in un’epoca in cui si ha una maggiore aspettativa di vita ma con frequentissime patologie invalidanti, appartiene a tutti noi, non crediamo abbia destato negli spettatori – e sono tanti – che vivono le medesime situazioni altro che un senso di inutile reiterazione. In altre parole, a modesto parere di chi scrive, la piéce non aggiunge molto al nostro quotidiano sconforto di figli o di padri, bisognosi – come il salmista che gridava “Dio, non nascondermi il tuo volto – di uno sguardo divino, di una sola parola di aiuto e conforto che – spesso – stentiamo a riconoscere nel silenzio assordante della nostra esistenza; quindi il rischio, semmai, è in una certa ovvietà del messaggio (i medesimi argomenti sono stati spesso trattati in passato, talvolta – crediamo – con più convincenti risultati), malcelata dietro una apparente – e un po’ furbesca – eresia; ma se il lavoro di Castellucci è blasfemo, allora lo siamo tutti o, perlomeno, lo siamo stati ogniqualvolta abbiamo anche noi urlato contro il cielo “Padre, perché mi hai abbandonato”, non una accusa ma un’implorazione che è di per sé già agnizione della presenza di Dio, perché, come diceva Giovanni Testori, “T’ho amato con pietà, con furia T’ho adorato. T’ho violato, sconciato, bestemmiato. Tutto puoi dire di me, tranne che T’ho evitato”.