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"RudreshMahanthappa1"È entrata nel vivo, dopo la straordinaria anteprima con Chris Thile & Brad Mehldau di cui si è già detto, la ventinovesima edizione di Time Zones, che, con le prime due serate in programma al Teatro Forma di Bari, ha ancora una volta dimostrato di essere il Festival delle musiche possibili e, talvolta, anche, nel bene e nel male, impossibili. Senza voler in alcun modo provare a stilare una classifica di gradimento delle cinque formazioni che abbiamo avuto modo di ascoltare, ci sia permesso comunque di affermare che le nostre personalissime preferenze vanno all’apertura della serata del 7 novembre ed alla chiusura del 9 novembre, rispettivamente affidate a Taylor Mc Ferrin ed a Rudresh Mahanthappa. Figlio di Bobby McFerrin, uno dei nostri inamovibili idoli musicali, Taylor ci ha stupito per svariati motivi; innanzitutto per la sua capacità di non proporsi seguendo pedissequamente le orme del padre, pur non dimenticandone – o, peggio, disprezzandone, come accade a qualche figlio d’arte – la grande lezione, cercando di imporre un proprio stile, intriso di sonorità che vanno dall’hip-hop al soul (con evidentissimi echi dell’immancabile Marvin Gaye e del migliore Bill Withers), dal jazz al pop, sino a giungere al broken-beat, il tutto miscelato con gusto ed eleganza, rari al giorno d’oggi, che affioravano sia quando si produceva live alla voce o alle tastiere, sia quando sfruttava campionamenti rubati a mostri sacri del soul e del rock, tra cui non potevamo non riconoscere i Radiohead: una prova maiuscola che lascia presagire un futuro più che radioso.

"taylor-mcferrin1"Luminoso, addirittura accecante, appare il presente di Rudresh Mahanthappa, artista in cui – non lo nascondiamo – riponiamo le nostre maggiori speranze non solo per la vita futura del jazz ma anche per la sua evoluzione del genere musicale da noi tanto amato, finalmente dimentico delle stagnanti paludi che troppo spesso ne hanno spento gli antichi ardori. Di origini indiane, ma nato nel 1971 a Trieste, Rudresh segna già da tempo il nuovo corso indicando orizzonti sonori planetari, pregno di un vigore sconosciuto che non può non emozionare e coinvolgere anche l’ascoltatore più distratto; è stato così anche per il set che l’alto sassofonista, forte della pubblicazione del suo secondo strabiliante album Gamak, ha proposto nell’ambito della manifestazione barese, con la collaborazione di un trio delle meraviglie che annoverava la chitarra di Rez Abbasi, il basso di Rich Brown  e la batteria di Marcus Cantarella, addirittura perfetto a dispetto della sua giovanissima età; le composizioni di Mahanthappa, con i loro proverbiali ritmi asimmetrici, hanno inondato le nostre orecchie, sorprendendoci con continui colpi di scena, in virtù di una energia viscerale ed inedita, coinvolgente al punto da farci pubblicamente gridare al miracolo.

"molina3"Nel mezzo – e non solo come collocazione temporale – di queste due eccellenze, il programma ha proposto il Trio di Juana Molina che, a sua totale insaputa, ci ha determinato un problema d’identità: la sua esibizione barese, infatti, ci ha costretti, per la prima volta nella nostra vita, ad essere in totale disaccordo con il divino David Byrne che l’ha definita “la Bjork dell’Argentina”; ci dispiace dissentire dal Maestro, ma l’ex star della tv sudamericana ci è parsa più propensa a giocare con l’elettronica che interessata ad una vera proposta musicale. Ed è la stessa impressione che, pur partendo da presupposti molto diversi, abbiamo ottenuto a seguito dell’esibizione di Witxes, che, ai nostri occhi, appariva come l’ennesima espressione di un uso delle macchine fine a se stesso, pregno solo di narcisistico autocompiacimento, senza nemmeno un barlume dell’apporto dell’anima di cui, ad esempio, si serve il già citato Taylor McFerrin. Forse troppa anima invece permeava l’esibizione dei Dale Cooper Quartet & Dictaphones, però inquadrata solo dal suo lato oscuro, finanche troppo buio perchè potesse scaldarci il cuore. Già il fatto che abbiano tratto il loro nome da uno dei personaggi della mitica serie televisiva Twin Peaks la dice lunga sugli intenti del gruppo bretone, ma occorre affermare che non basta per impadronirsi anche della geniale vena artistica dell’immenso David Lynch come non è sufficiente avere tra le proprie fila una voce in tutto simile a David Sylvian per replicarne le magnifiche atmosfere; il progetto, pur mostrando infinite possibilità evolutive, almeno nella sua resa live dichiara tutti i suoi odierni limiti, risultando alla fine anche un po’ noioso, sensazione tutta nostra – si intenda – che però è stata elevata all’ennesima potenza quando, subito dopo, è salito sul palco Rudresh Mahanthappa con i già ricordati positivi effetti.