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"Doctor3"“Un pretesto per tornare bisogna sempre seminarselo dietro, quando si parte.” [Alessandro Baricco]
Ignoriamo del tutto quale sia stata la ragione che abbia portato alla reunion dei Doctor 3 dopo cinque lunghissimi anni di silenzio ma non possiamo che salutarla come un miracolo, come fosse manna caduta dal cielo per venire a lenire la fame di quanti si sentivano abbandonati nell’arido deserto delle attuali produzioni musicali. Ed è bastato un attimo per tornare a farci catturare dalle emozioni che da sempre sanno regalarci il pianoforte di Danilo Rea, il contrabbasso di Enzo Pietropaoli e la batteria di Fabrizio Sferra, così da considerarli nuovamente il nostro gruppo jazz preferito, primato che possiamo considerare oggi addirittura rafforzato se dobbiamo basarci sullo splendido concerto cui abbiamo assistito in quel di Capurso, inserito nell’annuale ottimo cartellone del Multiculturita Summer Jazz Festival. Eppure, a pensarci bene, nella nostra lunga degenza da malati di jazz ce ne sono capitati di gruppi formatisi per sole ragioni commerciali con i nomi più altisonanti sulla piazza, e li abbiamo visti cadere sulla prova comunitaria, non riuscire a creare la tanto agognata amalgama ed, alla fine, rappresentare una sterile quanto inutile lotta tra titani ovvero trascinarsi per anni in nome di un asfissiante contratto discografico. Per i Doctor 3 è diverso: nella loro decennale attività in gruppo, ci avevano abituati ad un livello di qualità sempre altissimo, senza mai rinunciare a quella iniziale dichiarazione d’intenti di piegare la musica pop – soprattutto – e classica – raramente – ai dettami della più pura e spontanea improvvisazione jazz, con il rispetto, l’umiltà e l’amore che solo i grandi musicisti sanno avere; eppure – credeteci – mai sinora c’era capitato di poter testimoniare un’intesa talmente perfetta come quella dimostrata oggi dai tre, una magia che si manifesta anche nel loro magnifico ultimo lavoro discografico, quel “Doctor 3” edito poco più di un mese fa, in cui sono raccolti brani provenienti per lo più dal bagaglio musicale anni ’60, ’70 ed ’80, molti dei quali riproposti nel concerto di Capurso. L’alchimia è sempre presente: per fortuna non si è perso il piacere di ‘inventare la musica’ in modo istantaneo, di improvvisare in modo collettivo pur non dimenticando mai il tema del brano, che viene sempre trattato con rispetto, anzi diremmo con cura. “How deep is your love” dei Bee Gees, “Life on Mars” di David Bowie, “Across the universe” dei Beatles, “Cheek to cheek” di Irving Berlin ed altre perle di incontrastata bellezzae luminosità erano impreziosite e rese uniche dall’assoluto stato di grazia del gruppo, che riusciva, apparentemente senza difficoltà, a far “sentire” tutte le note, aprendole, dilatandole sino al limite, sottolineando anche i silenzi pur di far sentire tutta la musica nascosta sul pentagramma e, ancor più, nell’animo di chi l’ha composta un tempo e di chi oggi la esegue ma anche di quanti la ascoltano, in modo da far diventare ogni brano un “pre-testo”, un segnale che i nostri ricevevano dall’esterno, decodificavano ed amplificavano a loro piacimento, con un gusto ed una sensibilità che davvero pochi altri sanno dimostrare, trasmettendo al pubblico emozioni difficilmente descrivibili sulla fredda carta. Invero non c’è stato un momento, un solo momento del set in cui non si sia percepita l’onda di vibrazioni positive che dal palco arrivava sino in platea e veniva rispedito con ammirazione ed affetto ai mittenti, con Rea che, con innata ed incontrastata classe unita ad una tecnica che – come il buon vino – migliora col tempo, guida e traccia la strada da seguire, abbozzando deliziose melodie che trovano immediatamente una perfetta sponda in Pietropaoli e nella sempre precisa ritmica di Sferra. Bentornati Doctor 3.