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"carmen-sherazade5"“Ah, finalmente l’amore, l’amore ritradotto nella natura! Non l’amore di una vergine superiore, bensì l’amore come fatum, come fatalità, come destino, cinico, innocente, crudele e – appunto in ciò – natura! L’amore che nei suoi strumenti è guerra, nel suo fondo è odio mortale dei sessi![Friedrich Wilhelm Nietzsche in commento alla Carmen].

Credeteci: nonostante la delusione di non poter assistere alla rappresentazione dei “Carmina Burana”, il balletto creato da Shen Wuei sulle musiche del capolavoro di Carl Orff, ci siamo accostati con malcelata curiosità all’evento in programma ‘in sostituzione’ nella Stagione 2014 del Teatro Petruzzelli, che comprendeva le due celeberrime coreografie “Carmen Suite” e “Shéhérazade”, soprattutto catturati dalla vincente idea di mettere a contatto due eroine accomunate da una vita votata all’amore sino alla tragica morte, due icone della libertà femminile, due immortali rappresentazioni di quella passione da cui – confessiamolo – quasi aneliamo farci investire, colmarcene i sensi, forse anche per affrontare il grigiore dei nostri giorni. Ebbene, è proprio questo il primo e, senza dubbio, più importante degli elementi assenti dalla messa in scena cui abbiamo assistito: la Compagnia di Balletto dell’Opera di Kiev, diretta da Aniko Rehviašvili, infatti, non riusciva a far trasparire alcuna forma di passione, riducendo la rappresentazione ad una semplice prova di bravura, peraltro spesso ben lontana dalla perfezione e – ci duole dirlo – talvolta non dissimile da un ottimo saggio di fine anno scolastico.
Certo, la Carmen Suite non vale l’originale, come fu peraltro già rilevato dai commentatori dell’epoca quando, nel 1967, il compositore russo Rodion Shchedrin, probabilmente con l’unico scopo di far risaltare le doti di sua moglie, l’etoile Maya Plisetskaya, si mise in testa di ‘riarrangiare’ la musica del capolavoro di Georges Bizet affidando la coreografia al cubano Alberto Alonso; ma se l’iniziale dichiarazione di intenti era quella di allestire quantomeno un’opera che ponesse in primo piano lo spirito malizioso della Carmen, ci sia consentito dire che anche questo aspetto è stato tradito dall’ensemble di Kiev, in cui si faceva apprezzare solo l’algida bravura di Julija Kulik nel ruolo della protagonista.
Stessa sorte è toccata a Shéhérazade, che, a dispetto della suntuosità delle scene e dei costumi, con questi ultimi che creavano una strana commistione tra India e Brasile, non riusciva quasi mai a trasmettere al folto – e per lo più giovanissimo – pubblico le emozioni che sono proprie della creazione di Michel Fokine sulla sinfonia di Nikolaj Rimskij-Korsakov; l’eros, il desiderio quasi animalesco che cattura i protagonisti della vicenda non traspariva nemmeno in quell’orgiastico aggrovigliarsi di corpi che nel lontano 1910 fu una delle trovate di Fokine e della sua strenua operazione di innovazione e di riforma estetica della danza classica. In tale quadro, si facevano comunque apprezzare le convincenti prove di Katerina Kozačenko nel ruolo di Zobeide e di Jan Vanja in quello dello Schiavo d’Oro, che rubavano applausi a scena aperta pur non valendo – come era ovvio che fosse – il confronto con la ‘grazia innaturale’ di Ida Rubinstein e Vaslav Nijinskij che ne furono i primi interpreti. La – come sempre – buona prova dell’Orchestra del Teatro Petruzzelli, diretta dal maestro Mykola Diadiura, mitigava quel senso di insoddisfazione che, purtroppo, ci accompagnava all’uscita del teatro.

Foto di Carlo Cofano