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"KekkoFornarelli4"Barese, classe 1978. Kekko Fornarelli e il suo pianoforte girano il mondo portando ovunque sonorità jazz che guardano al Nord Europa senza dimenticare il mediterraneo. Una personalissima strada nel mondo del jazz che fa di Kekko Fornarelli uno dei musicisti più apprezzati dalla critica internazionale. Quattro album all’attivo in una carriera che, in ogni lavoro, l’ha portato a sperimentare e innovarsi, fino all’ultimo album Outrush, uscito nel 2014 e ora in promozione in una lunga tournèe che toccherà Brasile, Russia, Cina, passando per la Puglia il prossimo  22 giugno in occasione di “Suoni delle Murge festival”. Un pugliese che il mondo ci invidia e che, come spesso accade ai nostri artisti,  trova più spazio d’espressione all’estero che in Italia.

Nella tua biografia scrivi che ti sei avvicinato al pianoforte all’età di tre anni e non l’hai mai più lasciato. Praticamente una vita assieme.

È accaduto tutto per gioco, con una tastiera giocattolo… ed è stata passione. I miei hanno capito subito che nella mia attrazione verso la musica e verso quello strumento c’era qualcosa di forte. Hanno assecondato questa inclinazione e sin da piccoloho iniziato astudiare. Da allora il mio è un rapporto continuo e ininterrotto con il pianoforte, fatto di odio e amore, di studio e soddisfazione. Ho avuto le idee chiare: mio padre racconta che avevo solo 4 anni quando, un Natale, ho dichiarato a tutta la mia famiglia che da grande avrei fatto il pianista. A 16 anni ho capito che davvero il pianoforte sarebbe stato il mio lavoro e ho investito tutto perché questo si realizzasse.

E l’incontro con il jazz come è avvenuto?

Anche quello è avvenuto per caso quando avevo 18 anni. Non per una scelta precisa. Un mio amico mi regalò un cd che conteneva alcuni brani di Michel Petrucciani. Me ne sono innamorato e ho cercato subito di approfondire quella sua musica. Da là c’è stato il mio tuffo nel mondo del jazz

Sin da giovanissimo hai iniziato a viaggiare e a portare la tua musica oltre confine. Come è successo?

Sono sempre stato molto curioso, fin dai tempi della scuola. È una curiosità che va oltre la musica. Ho sempre desiderato viaggiare, conoscere quello che c’era fuori, oltre la Puglia prima e fuori dall’Italiapoi. Ho girato molto, ho vissuto due anni in Francia ma non l’ho fatto perché qui mi mancava qualcosa, l’ho fatto per curiosità e voglia di scoperta. Poi ho capito che questa spintaa guardare oltre era propria della mia musica: il jazz è fatto di incontri, condivisioni, collaborazioni e libertà. Dovrebbe essere una condizione naturale per tutti i coloro che fanno questa musica, anche se spesso non è così.

"kekko12"Nel tuo percorso artistico ci sono stati lunghi momenti di pausa fra un lavoro e l’altro. Cosa accade in quelle fasi?

Non sono mai stato un session man, uno da mille concerti e mille progetti. Ho sempre voluto scrivere di mio pugno la mia musica, quindi è ovvio che ci siano lunghi momenti di pausa.

Ci sono state fino ad ora due fasi nel mio percorso artistico, una prima di avvicinamento al jazz: ho incontrato questo genere musicale e ho deciso di farlo mio, commettendo anche errori che fanno tutti, come quello di accostarmi al jazz mainstreem. Con il tempo mi sono reso conto che volevo sviluppare una mia idea di scrittura. Ho scelto allora di fermarmi per tre anni. Ho cercato un rapporto onesto con la musica e con il pubblico. Il mio album di ritorno dopo questa pausa nel 2011, Room of Mirrors, segna l’inizio di una nuova fase, più autentica. Il mio jazz si è permeato di tutti i miei colori, senza restrizioni di stile. C’è molto dentro: c’è il classico, c’è il rock, c’è il pop… c’è tutto quello che mi piace, al di là della struttura e dei tecnicismi. La mia musica ora parla di me, raccoglie piccole storie personali, è più vicina al mondo delle colonne sonore. Questa scelta è stata coraggiosa  ma è stata premiata. L’album di ritorno ha creato molto interesse per il mio lavoro, aprendomi alla scena internazionale.

Definisci il tuo ultimo lavoro Outrush “complessità che arriva in maniera semplice”. Cosa intendi?

È una scelta propria di questa seconda fase di approccio alla musica. Il jazz è un genere che parla alla testa, spesso è comprensibile solo agli addetti ai lavori. Quando mi sono fermato mi sono chiesto “Cosa voglio dalla musica?” è ho capito che volevo fare una musica che colpisse anche lo stomaco e non solo la testa. Ho cercato un modo per parlare a tutti, una chiave d’accesso che non avesse bisogno di competenze specifiche per essere apprezzata. Ogni brano comunica in maniera semplice, poi ovviamente arriva la complessità, il virtuosismo, la raffinatezza propria del jazz.  È un mondo con diverse sfumature e piani di lettura.

Il tuo ultimo tour ti porterà in tutto il mondo, senza dimenticare però lo Puglia. Che legame artistico c’è con la tua terra?

Un legame fortissimo, tant’è che ho deciso di vivere a Bari quando non sono in giro con i miei concerti. A livello professionale il problema è non solo pugliese ma italiano: c’è poca curiosità da parte degli addetti ai lavori e del pubblico. Io ce la metto tutta per mantenere un legame anche professionale con la Puglia, infatti ho deciso di inaugurare il mio tour proprio a Bari al Teatro Forma lo scorso 26 marzo.  Purtroppo il detto “Nemo profeta in patria” ha la sua verità, anche i media hanno più interesse a seguire i grandi nomi piuttosto che approfondire quanto di nuovo si muove nel settore. Arriverà anche il momento della Puglia, forse più in là, per ora continuo a portare la mia musica nel mondo.