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"noah35"
Il racconto di Noè e del diluvio universale è forse uno dei più avvincenti di tutta la Bibbia. Peccato che nelle mani di Darren Aronofsky, nonostante un ottimo cast, diventi una storia noiosa e a tratti prolissa.Il regista newyorkese dice di voler onorare il testo sacro, ma di libertà se ne prende non poche. L’esperienza di Noah (Russel Crowe) si ispira ovviamente alla vicenda biblica, ma si concentra principalmente su un uomo che deve affrontare una situazione più grande di lui. Noah è in fondo un essere umano come tanti. Risponde a una chiamata difficile e lo fa attraverso una fede cieca. La sua integrità, la sua determinazione nel portare avanti il compito affidatogli da Dio, lo fanno però apparire a tratti come un pazzo, come un uomo pronto a sacrificare la sua stessa discendenza.

La pellicola è tutto costruita intorno a questa complessa figura. Una figura interpretata ottimamente da Crowe che ne restituisce l’intimità e la lotta interiore, i pregi e i difetti. Eppure Noah non potrebbe portare a termine la sua missione senza il sostegno della moglie Naameh (Jennifer Connelly). La donna ha un ruolo marginale nel racconto biblico, ma nella pellicola è lei il vero pilastro della famiglia. E’ lei che rappresenta un freno alla pazzia di Noah. Ed è lei che, più di tutti, riesce a sopportare il peso della situazione senza che la sua forza, saggezza e modestia ne vengano scalfite. Questi valori la accompagnano fino alla fine e, durante la storia, traspaiono al meglio grazie all’interpretazione della Connelly. Accanto a loro i figli Sem (Douglas Booth), Cam (Logan Lerman) e Jafet (Leo Carroll). E poi c’è la figlia adottiva, l’orfanella Ila (Emma Watson) recuperata in un campo di profughi.

Il loro rapporto, prima, dopo e durante il diluvio, dà vita a un dramma familiare in piena regola. I figli crescono e si scontrano con la mentalità di un padre di cui non sempre condividono le scelte. E questo dà un tocco di contemporaneità a una storia antichissima. La modernità ovviamente arriva anche e principalmente da un uso consistente degli effetti speciali che danno al film un tocco quasi fantasy (per esempio con le figure dei giganti). In realtà né il tentativo di creare scene spettacolari né il montaggio serrato che punta a dare dinamicità e drammaticità, ottengono un vero risultato. Più di due ore di film non passano mai. I personaggi sono ben delineati, ma il racconto non è mai avvincente e certe volte scade nel melodrammatico. Vuole andare oltre il testo biblico, ma non regala un prodotto straordinario. Insomma con tanti soldi a disposizione e con tanta ambizione (Aronofsky dice di essere interessato a Noè da quando aveva tredici anni) ci si aspetta qualcosa di più.