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"Francesco-Bearzatti7"«In questo progetto ho voluto creare qualcosa di più giocoso dei lavori precedenti, che unisse il genio di Thelonious Monk con i riff del grande rock». A parlare è l’istrionico sassofonista Francesco Bearzatti, italianissimo di nascita ma francese d’adozione, che, assieme al suo “Tinissima Quartet sta spopolando sui palcoscenici di mezza Europa. In occasione dei suoi concerti in Sicilia – la prossima tappa si terrà domani sera (13 febbraio) all’Auditorium Santa Chiara di Erice (TP) per la stagione degli “Amici della musica di Trapani” – il musicista ha incontrato noi di LSDmagazine e ci ha raccontato dei suoi lavori presenti e futuri.

Come nasce l’idea di unire Thelonius Monk e il Jazz?

«L’idea originaria mi è venuta nel lontano 2005. Ai tempi suonavo con un trio punk, i Sax Pistols, e già allora utilizzavo espedienti come il distorsore per far suonare il sax come una chitarra elettrica. La forma attuale – più organica – l’abbiamo tuttavia sviluppata assieme al “Tinissima Quartet”, l’ensemble con cui lavoro ora. Il punto di partenza è stato un comune sostrato blues, presente sia nella musica afroamericana che nel rock. Da lì l’idea di far incontrare le melodie di Monk con riff di autori come Queen, Led Zeppelin o Pink Floyd.

Quanto bisogna essere trasversali per concepire un progetto del genere?

«Diciamo che ognuno di noi, all’interno del gruppo, ha un bagaglio d’esperienze che ha toccato vari ambiti e proprio per questo possiamo permetterci di fare dei dischi come questo. Alla tromba c’è Giovanni Falzone, che ha avuto dapprima una carriera straordinaria nel mondo della classica e poi ha deciso d’intraprendere la strada del jazz. Il basso, invece, è suonato da Danilo Gallo, un ragazzo dal sound molto creativo, mentre alla batteria troviamo Zeno De Rossi, tra i più ricercati batteristi in ambito jazz ma non solo, perché è anche il batterista di Vinicio Capossela. Insomma tante esperienze da far convergere in un sound nuovo».

Durante la tua carriera hai avuto modo di collaborare con una miriade di artisti di livello internazionale, da Boltro a Gatto a Joe Lovano. C’è qualcuno che ti piacerebbe ricordare in particolare?

«Una delle collaborazioni che più mi ha segnato è stata quella con Aldo Romano. Un artista  magari in Italia meno conosciuto, ma che qui in Francia è una vera star della musica. Quando mi sono trasferito a Parigi, circa dodici anni fa, quello con lui è stato il mio primo ingaggio importante e mi ha aperto le porte alla “Serie A Jazzistica” transalpina. Abbiamo suonato davvero tanto assieme, ma anche oggi, che capita un po’ meno il rapporto è rimasto quello di una bella amicizia».

E il futuro? Cosa bolle in pentola?

«In questo periodo sono molto attivo sia sul piano discografico che su quello live. A breve usciranno due album cui tengo molto: uno è un tributo al sassofonista americano Dewey Redman, l’altro è invece un omaggio, in chiave elettronica, al grande capolavoro “A Love Supreme” di John Coltrane che ho realizzato assieme a un dj napoletano che si chiama Martux. I concerti, poi, mi impegnano quotidianamente. A volte in Francia ho anche più di un concerto al giorno, cosa che non può che rendermi felice».