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"inglese111"Dalla provincia meridionale a Bukingham Palace. Qual’è la strada che deve compiere una camicia made in Italy, realizzata con la tecnica e la maestria delle nostre antiche sartorie, per arrivare a conquistare il mondo? Un viaggio difficile e, se non conoscessimo la storia di Angelo Inglese, quasi impossibile da immaginare. Eppure accade. Anche in momento storico in cui la parola crisi rimbalza di bocca in bocca e le più solide aziende spostano la propria produzione all’estero, può succedere che una piccola sartoria della provincia di Taranto esporti ovunque i propri capi, arrivando nell’armadio di ministri, attori e personalità di ogni angolo del pianeta. Un piccolo miracolo dietro cui si cela la storia, la tenacia e la passione di Angelo Inglese, imprenditore quarantenne di Ginosa.

Da dove parte tutto questo? Qual è la storia della sua azienda?

L’azienda nasce nel 1955, mia nonna realizzava camice. Poi i miei zii sono diventati sarti e sono entrati in azienda e mio padre ha iniziato a occuparsi delle vendite. L’azienda ha subito numerose metamorfosi legate ai tempi che ha vissuto. Negli ultimi tempi di gestione da parte dei miei parenti si limitava alla vendita di capi finiti: negli anni ‘70 e ‘80 gli apprendisti erano stati assorbiti dalle grandi industrie come l’Ilva, mancavano gli artigiani, per cui l’attività sartoriale era cessata.

Poi 15 anni fa la sua scelta: ha deciso di rilevare l’intera azienda e darle una nuova vita. Ha sempre pensato di fare questo lavoro?

Io ho studiato e mi sono formato nel settore delle vendite, allontanandomi anche da casa, ma in cuor mio ho sempre saputo di voler lavorare nell’azienda di famiglia. Quando mio padre è improvvisamente mancato mi sono trovato davanti alla necessità di scegliere e ho deciso di rilevare l’azienda e di riportarla alle sue origini.

Da subito ha deciso di riprendere l’attività sartoriale?

Ho rilevato l’attività in un momento in cui in Italia la grande industria ancora funzionava. Chi mi ha venduto le prime macchine da lavoro mi prendeva per pazzo: in Puglia le sartorie lavoravano per conto terzi, per grandi aziende e griffe internazionali. Io invece da subito ho avuto l’obiettivo di far vivere il marchio di famiglia e di distribuirlo in ogni parte del mondo.

Come è riuscito a diffondere i suoi prodotti in tutto il mondo? Quale è stata la sua strategia?

Non è stato semplice. Avevo un po’ di esperienza fatta nel settore delle vendite, così ho iniziato a inviare immagini e video dei miei prodotti ai buyer di tutto il mondo. Soprattutto ho avuto l’intuizione di guardare nel momento giusto ad Oriente, in Giappone. Il Giappone è stato subito un terreno fertile per il mio tipo di prodotto: è un mercato in cui l’artigianalità e la qualità del made in Italy sono da sempre apprezzati e ricercati. E’ stato un trampolino di lancio internazionale, sono arrivato in poco tempo a vestire le più alte cariche dello stato giapponese, le persone più famose e quindi a far conoscere il mio lavoro nel mondo.

"inglese999"Quali sono le caratteristiche vincenti del suo prodotto? 

Il punto di forza dei miei prodotti è quello di riuscire sempre a raccontare una storia. Ogni singolo capo, ogni tessuto, ogni lavorazione racconta una storia, quella della mia famiglia, della mia terra e della tradizione artigiana del nostro lavoro. Oltre a questo c’è chiaramente un’attenzione estrema alla qualità della materia utilizzata, dei tessuti, dei lavaggi, dei tagli: la qualità del fatto a mano. Ho deciso di produrre di meno, ma di produrre sempre al massimo della qualità. Valore aggiunto è anche la ricerca del particolare che innova ma recuperando la tradizione, come l’utilizzo della lavorazione all’uncinetto.

Non ha mai pensato di spostare altrove la sua azienda?

C’è un forte rapporto con la mia terra, con il territorio in cui vivo e lavoro. Per questo ho deciso di rimanere qua e di non vendere il mio marchio. Ho ricevuto una proposta molto allettante da compratori stranieri, sono stato tentato ma, dopo sei mesi di estenuanti trattative, ho deciso che non potevo lascare tutto questo. Proprio a Ginosa stiamo ristrutturando un palazzo nel borgo antico perché diventi il contenitore di tutte le nostre attività. Un posto in cui possa vivere la nostra storia e la nostra cultura.

Il patrimonio della sua azienda è fatto soprattutto di know how, una competenza artigianale quasi smarrita. Ha mai pensato di fare formazione in questo settore?

È un argomento che stiamo affrontando. In molti ci chiedono di imparare, da ogni parte del mondo, Corea, Giappone, Stati Uniti. C’è grande sete di apprendere non solo le nostre tecniche di lavorazione ma anche la nostra filosofia di vita, il modo di creare in Italia. È una cosa a cui penseremo non appena la nuova sede sarà pronta. Sarà una grande occasione di scambio culturale.

Come vede il settore della moda italiana in questo momento?

Vedo confusione. I mercati si aspettano sempre molto dall’Italia. Siamo capaci di non deludere le aspettative, ma nell’ultimo periodo ci siamo un po’ distratti. Mi auguro che si comprenda sempre di più il valore del prodotto sartoriale, quello che ci distingue nel mondo. L’Italia è il paese in cui si produce all’ombra dei campanili, la grande industria ha sconvolto questo sistema ma il ritorno alla qualità artigianale credo sia la mossa vincente.