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"1963"
Comincia con un inverno terribile, a Faeto la temperatura scende di 20°, a Noci la neve ha raggiunto un metro di altezza; segue un’estate inclemente: fortunali, uragani, straripamento di fiumi, trombe d’aria, grandine grossa quanto albicocche che devasta coltivazioni di grano in Capitanata, altrettante coltivazioni di tabacco in Salento e vigneti ovunque. Finisce l’11 ottobre con il crollo della diga del Vajont, la più spaventosa catastrofe provocata dall’incuria dell’uomo: 150 milioni di metri cubi d’acqua si abbattono nella valle sottostante inondando, affogando e seppellendo 2018 abitanti.

Come sempre si promette la ricostruzione immediata e, come sempre, scriverà qualche tempo dopo Indro Montanelli, «ci furono molti vivi che si arricchirono sui morti».

La moralità pubblica è a pezzi per un eccessivo esercizio del potere politico nella vita del Paese, per la prevaricazione di singoli uomini, per inamovibilità di altri, per l’abuso e lo sperpero di pubblico denaro, per la perdurante carenza e inefficienza della macchina burocratica e per la totale mancanza di rispetto delle competenze, dei meriti, delle capacità e dei diritti di ogni singolo cittadino.

Sembrano parole lette ieri su qualunque foglio con un minimo di obiettività. Invece sono state scritte sulla Gazzetta alla vigilia delle elezioni generali del 28 aprile a cui segue il primo governo balneare di Giovanni Leone, per l’incapacità di trovare un accordo di Governo con i socialisti che si realizza, invece, otto mesi dopo a dicembre con la nascita del primo governo di ‘centro sinistra organico’, con Aldo Moro presidente del Consiglio e il socialista Pietro Nenni vice presidente.

Bisogna cambiare passo, aveva detto John Fitzgerald Kennedy, inaugurando la politica della ‘Nuova Frontiera’ all’indomani della sua elezione a Presidente degli Stati Uniti d’America.

Cominciamo daccapo, aveva detto Nikita Kruscev ad una sessione del Comitato Centrale del PCUS «basta con la politicizzazione delle masse. L’amore per la propria terra è direttamente proporzionale al benessere dei cittadini. Conosco certi individui, che sono considerati teorici, i quali non sanno comprendere questa profonda verità marxista: che la gente deve mangiare, bere, avere una casa e vestirsi prima di essere in grado di occuparsi di politica, di scienza e di cultura».

E, ad entrambi, aveva fatto eco Giovanni XXIII: «come si fa ad aumentare tranquillamente i milioni quando c’è tanta gente che muore di fame?» Poi, sorridendo aggiunge: «l’avaro non è mai un uomo allegro». Alla gente che lo acclama festosa, dice: «quanta bella gente e non uno che ci manchi di rispetto. La verità è che voi sapete chi è il Papa: non è un uomo che dà armi alle nazioni, non fa politica, non si mette in grossi affari. Cerca il regno di Dio e conosce di persona le cose umili e semplici. Ma per oggi basta, credo che mi avete capito».

Tutto, in questo Papa, lo accomuna alla gente più semplice. Mai un gesto di un Padre severo, mai un atto d’insofferenza e, se all’aspetto, alla bonomia della sua figura, si aggiunge un modo di esprimersi che arriva direttamente al cuore, i romani a loro volta, ricambiano: Ar Papa ie damo er core, si legge in uno dei tanti striscioni delle borgate. Non è solo la gente comune ad avere venerazione, stima, ammirazione per lui.

Ha una fede incrollabile nelle capacità dell’uomo di trovare sempre la via della pace. «Qualcuno afferma e scrive che il Papa è troppo ottimista, non vede che il bene, prende tutte le cose dal punto buono… ma sì, io sono ottimista perché non mi distacco dal Signore. Certo nel mondo c’è del male, fiacchezza morale, turbinio, sensazioni fortissime che distraggono, ma c’è anche la grazia del Signore che colpisce tante anime generose e buone». E sempre più spesso è fra la gente, nelle borgate romane lamentando di sentirsi «chiuso, chiuso, chiuso entro il Vaticano, nell’immenso palazzo dove gli bastano due stanze per vivere e lavorare. Lasciate almeno che ogni tanto possa uscire e incontrarsi con i suoi figli per portare a tutti il senso della fiducia e della pace».

"1963"Pare quasi di ascoltare papa Francesco appena ieri, sessant’anni dopo il ‘Papa buono’.

All’altro capo del mondo intanto, l’amministrazione di Kennedy, dopo aver risolto la crisi di Cuba, è alle prese con i ‘diritti civili’, con la discriminazione razziale, che ha il suo leader in Martin Luther King il quale lotta per la parità con il collaudato metodo gandhiano della ‘non violenza’.

L’11 maggio, Kennedy, con un famoso discorso alla Nazione annuncia che «è tempo di dire basta alla segregazione razziale, è tempo di agire nel Congresso, negli organismi legislativi, nelle comunità locali, in ogni manifestazione della vita quotidiana».

Due giorni dopo l’appello alla Nazione in favore dei negri d’America, Kennedy parte per l’Europa da solo. La moglie, Jacqueline, è in Grecia, ospite sul panfilo di Onassis per riprendersi e distrarsi da un parto infelice: il terzogenito della famiglia del Presidente, Patrick, è morto poche ore dopo la nascita.

La prima tappa del viaggio europeo di Kennedy è in Irlanda, la terra dei suoi avi. Verrà anche a Roma, ma lo scopo principale del tour europeo è assicurare la Germania che gli Stati Uniti non l’abbandoneranno.

Kennedy, che pure ha sofferto molto per la perdita del figlio, è in forma smagliante. Il 26 giugno, di fronte alla Porta di Brandeburgo, sotto il muro di Berlino, dinanzi ad oltre centomila berlinesi, pronuncia un discorso che è ancora vivo nella memoria di migliaia di giovani di allora: «ci sono molti uomini al mondo che non si rendono conto o dicono di non capire quale sia la differenza fra il mondo libero e il mondo comunista: let them come to Berlin! Che vengano a Berlino! Alcuni sostengono che il comunismo rappresenta il futuro – e poi aggiunge in tedesco – lasst sie nach Berlin Kommen! Che vengano a Berlino. La libertà presenta molti problemi e la democrazia non è perfetta, ma noi non abbiamo mai dovuto costruire un muro per tenere dentro il nostro popolo… tutti gli uomini liberi, ovunque vivano, sono cittadini di Berlino, quindi, come uomo libero, sono fiero di dire – ed ancora in tedesco – ich bin ein Berliner! Io sono un berlinese».

E’ un trionfo, qualcuno piange, perfino l’inviato della Gazzetta non riesce a nascondere nella penna, l’emozione per aver vissuto quella storica giornata. Sarà una coincidenza, ma l’indomani del discorso del Presidente americano, anche Kruscev è a Berlino, dall’altra parte, esattamente allo stesso punto del muro dov’era il palco di Kennedy. Lì, insieme al folto seguito si ferma, l’osserva per qualche momento, e poi, rivolto ai suoi accompagnatori dice: «ieri Kennedy ha detto che questo muro è brutto. Io non so cosa ci sia di brutto in questo muro. A me piace!»

Intanto, presentendo la fine, Papa Giovanni parla spesso della morte. Ad aprile, durante l’ennesima visita ad una borgata romana, una donna anziana dietro una transenna, grida: «Santo Padre, non lasciarci mai!» Il Papa ha sentito l’invocazione, s’avvicina alla donna e dice: «questo mondo non è la nostra dimora. Leone XIII è morto vecchissimo, altri prima. E’ una sorte che tocca a tutti. Forse presto toccherà anche al Papa che ti parla!»

Quando gli suggerivano di non affaticarsi, di diradare i suoi impegni, Papa Giovanni rispondeva: «non vi preoccupate: perché le valigie sono pronte ed io sono prontissimo a partire». Sino all’ultimo aveva dato prova di estrema vitalità… eravamo stupefatti della sua serenità – diranno i medici che controllavano il decorso dell’inesorabile malattia – a volte, era Lui a confortare noi!

Ricordate sempre disse, quando gli venne conferito il premio per la pace della fondazione Balzan, «che la ricchezza più degna di essere vissuta sulla terra è la pace. Ove questa manchi, è vano sperare letizia e benedizione».

Papa Giovanni si spegne alle 19,49 del 3 giugno ‘assistito’ da una folla immensa in piazza San Pietro.

«Per molto tempo – scrive il direttore della Gazzetta Oronzo Valentini – continueremo a chiederci perché il dolore per la scomparsa dell’umile grande Papa Giovanni sia così acuto e penetrante e ferisca il cuore degli uomini di ogni continente, cattolici e non cattolici, finanche dei non cristiani».

"1963"
John F. Kennedy arriva a Roma il 30 giugno e vedrà, naturalmente, il suo successore, l’austero Paolo VI.

Tornato in patria Kennedy comincia a scuotere l’albero dei grandi ‘trust’, i ‘signori’ dell’acciaio e le grandi compagnie petrolifere, per finanziare le promesse riforme, ma i petrolieri texani gli fecero sapere che non intendevano rinunciare ai loro privilegi e profitti «per aiutare un branco di fottuti negri». La risposta del Presidente è altrettanto dura: «mio padre era solito dire che gli uomini d’affari sono tutti figli di porci. Ho dovuto affrontare questi primi tre anni di presidenza per rendermene conto».

Così, per calmare gli animi dei grandi finanziatori texani, alla vigilia delle primarie Kennedy decide di fare una visita conciliatrice nel Texas.

L’Air Force One, l’aereo presidenziale, arriva all’aeroporto Love Field di Dallas alle 11.40 del 22 novembre.

Come può essere crudele il destino.

Love Field significa pista, campo dell’amore ma a giudicare dai cartelli che innalzano le poche centinaia di persone all’aeroporto, l’accoglienza non è poi così ‘amorevole’. Su quei cartelli è scritto: «Kennedy stai distruggendo la democrazia; Sei un traditore; Vattene a casa yankee».

Sul prato dell’aeroporto, Kennedy e la First Lady sono attesi dal Governatore del Texas Connally con la moglie. Tutti e quattro siedono su un’auto scoperta. Il tragitto, dall’aeroporto alla periferia di Dallas, dura 15 minuti. L’auto, scortata dai soliti agenti alla sicurezza con ai lati i motociclisti della polizia di Dallas, arriva in Elm Street alle 12.30.

Una manciata di secondi dopo, tre colpi di fucile spengono per sempre la vita di Kennedy e feriscono gravemente John Connally.

«Fra i meriti per cui il suo nome rimarrà nella storia – scrive il direttore della Gazzettauno sovrasta gli altri: l’aver ridestato negli uomini liberi la coscienza del primato dei loro ideali e delle loro fedi… di avere ogni giorno, ogni ora, dimostrato di non essere soltanto un nobilissimo predicatore, un generoso utopista, ma anche un coerente realizzatore, fedele ai propri principi».