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Comincia oggi il festival Jazz milanese Ah-Um, e per 5 giorni invaderà il Quartiere Isola di Milano con tantissimi eventi musicali.

Ah-Um, già da diversi anni si è contraddistinto a Milano, per un concetto più ampio di Festistival: un festival diffuso sul territorio, che coinvolge non solo teatri piazze e Jazz Club, ma anche ristoranti, negozi, strade di un quartiere che è una città nella città, in continuo cambiamento ed evoluzione.

Alla conferenza stampa, tenutasi lunedì a Palazzo Marino, hanno presieduto Antonio Ribatti – dir. artistico Ah-Um Milano Jazz Festival, Antonio Calbi – dir. centrale Assessorato Cultura, Alessandro Pollio – dir. centrale Assessorato Commercio e Turismo, Piervito Antoniazzi – coordinatore DUC Isola (Distretto Urbano del Commercio), Alida Catella – vicepresidente Fondazione Riccardo Catella e i musicisti Marco Massa e Ferdinando Faraò.
La discussione, in questa conferenza, considerati anche gli attori coinvolti, non verteva solo sull’esposizione del programma, ma era anche incentrata sull’importanza della scelta di quartiere, e sulla "rinascita" del Jazz a Milano.
Il Quartiere Isola, di fatti è un quartiere che nasce come operaio, dove residenze e industrie risiedevano nello stesso luogo, separato da Milano (come un’isola appunto) dalla ferrovia, e nel quale la vita era come quella di un paese, con artigiani, botteghe, gente che si conosceva e parlava per le strade. Ma con la ri-mordenizzazione della zona Isola-Porta Nuova-Garibaldi (per l’expo 2015), il quartiere è diventato fulcro di una città che cambia, un contrapporsi di antico e moderno, tradizione e innovazione, case a ringhiera e imponenti tower.
Viene spontaneo identificare, come colonna sonora di questa realtà, il Jazz, una musica che è contaminazione, che nasce da dei progetti ma si evolve in improvvisazioni.
Ecco quindi il "risveglio" del Jazz a Milano, una città che è stata simbolo della nascita del Jazz in Italia, patria dei più grandi protagonisti italiani di questo genere, che per la prima volta si sono distinti anche a livello internazionale, ma che per molti anni si è quasi "spento". Ora rinasce, non più come musica "esclusiva", ma "pervasiva".

Ah-Um però è un festival che rimane in "sordina", un festival che, nonostante l’incredibile energia che genera e il forte potenziale, sia artistico che economico, che questa "idea di festival" potrebbe tirar fuori, stenta ad avere forti sostegni che gli permettano di far tornare Milano fra la rosa delle città simbolo del jazz in Italia.
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Abbiamo fatto una chiacchierata fuori conferenza con Antonio Ribatti, direttore artistico del festival, e da sempre promotore di questa iniziativa.

– Innanzitutto devo rivendicare la paternità di questa concezione di festival, perchè fino al 2010 non c’era a Milano un festival diffuso sul territorio, forse solo il festival Mito aveva fatto una cosa analoga, utilizzando diversi spazi, ma con una diversa concezione. Non c’era l’idea, la concezione di festival come approfondimento culturale a carattere territoriale. Certo non mi riferisco all’Italia o all’Europa, ma alla città di Milano. Ci sono dei festival che hanno sempre avuto la concezione di estendersi nelle strade, prendi Umbria Jazz in primis, o il festival di Montreux, che per me è sempre stato un punto di riferimento. E’ interessante vedere come la cultura possa diventare motore dell’economia. Se pensi che Montreux nel 67 è cominciato con un solo concerto e ora il festival dura più di trenta giorni con migliaia di concerti! Mi piacerebbe far diventare la settimana dedicata a questo Festival, un po’ come la settimana del Design a Milano, dove il Fuori Salone porta nelle strade a veder le esposizioni, non solo architetti o designer, ma incuriosisce un po’ tutti. E questo evento, allo stesso modo, arrivando in maniera così capillare, potrebbe rappresentare un modo per far avvicinare la gente alla musica.
Sarebbe bellissimo avere una "settimana del Jazz" a Milano!
E’ esattamente quello che mi piacerebbe diventasse questo festival, un appuntamento fisso che la gente attende, tutti gli anni a maggio. Anche Musica Jazz ci aveva definito come "l’unico festival Jazz a Milano" perchè sì, ci sono delle rassegne molto importanti, come quella al Manzoni, ma che si estendono in lunghi periodi, sono rassegne, non festival.
Ma nonostante la bellissima "idea", e nonostante la programmazione sia sempre curata e interessante, non avete i soldi per fare qualcosa che richiami a livello nazionale e internazionale.
Esattamente, ma neanche la possibilità di fare qualcosa che si distingua a livello di innovazione. Io quest’anno ho dovuto rinunciare a due progetti progetti grossi estremamente interessanti e innovativi, ma che mi comportavano spese che non riuscivo a sostenere. Con la situazione attuale non posso invitare Bollani, Fresu o Rava, né tantomeno artisti stranieri.
Un festival che quest’anno si è contraddistinto per una concezione simile, portando la musica in strada e in diversi angoli della città, è stato il Torino Jazz Festival, ma parliamo di "numeri" ben più grossi. Purtroppo le risorse economiche che questa città di confine riesce ad ottenere sono ben più elevate. A me piacerebbe portare anche degli artisti Italiani del sud, per esempio la scena pugliese ha degli artisti eccezionali, sono tre anni che vorrei portare qui Roberto Ottaviano, o Partipilo, Signorile…portare i musicisti pugliesi a Milano. Ma c’è questa concezione spesso di localizzazione dei festival e si predilige avere artisti locali. A differenza di quello che prima succedeva a Milano, che rappresentava un punto di attrazione per tutta l’Italia, ora i milanesi suonano a Milano, i baresi suonano a Bari, i sardi suonano in Sardegna, il che è una situazione un po’ assurda! Non c’è più la volontà di scambio, non c’è più curiosità. Certo, la musica a chilometro zero riduce le spese, però a me piacerebbe scoprire e proporre artisti che vengano, non dico dall’altra parte del mondo, ma almeno da altre parti d’Italia, dove abbiamo grandissimi artisti. Vorrei creare rete e scambio. Il nostro è sempre stato un festival dedicato ai musicisti italiani, anche quando ci sono stati artisti stranieri, sono sempre stati coinvolti in progetti nuovi, interfacciandosi con musicisti italiani, per poter creare davvero uno scambio culturale.
Il problema nasce forse dal fatto che il pubblico è sempre meno curioso, è talmente addestrato ad "andare sul sicuro" che sperimenta poco, va vedere i suoi amici, quelli di cui già conosce il nome, quelli dei quali ha già il disco, e si aspetta magari che quello che va ad ascoltare sia uguale al disco, cosa sbagliatissima nella musica e ancor più nel jazz, dove tutto si evolve sul palco.
Parlando anche con molti musicisti stranieri, che non fanno parte di quella rosa di musicisti "noti", tutti lamentano che hanno difficoltà a venire a suonare in Italia.
Purtroppo la curiosità manca anche e soprattutto in chi si occupa di cultura. Ci sono degli enti, delle indubbiamente importanti, che fanno delle proposte e si guarda solo quelle. Ma ci sono anche delle realtà che hanno mosso che che muovono tantissimi artisti, che propongono cose creative, ma che non vengono presi in considerazione. Noi per esempio in questi anni abbiamo promosso e organizzato una quantità incredibile di concerti, muovendo tantissimi musicisti, eppure il sostegno stenta ad arrivare. Da noi sono nate anche delle realtà importanti, come la Artchipel Orchestra, di Ferdinando Faraò, che si è aggiudicata il Top Jazz 2012 come “Migliore formazione dell’anno”, e sarà in concerto venerdì con un progetto dedicato ai Soft Machine, all’insegna della commistione tra jazz e rock, con musiche arrangiate da Beppe Barbera, Ferdinando Faraò e Francesco Forges.

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Continuando a parlare di programmazione, il festival comincia con un concerto non strettamente jazz: Marco Massa con Francesco Baccini. Come mai questa scelta?
Innanzitutto ci sono state una serie di coincidenze che hanno determinato questa scelta, ma comunque questa soluzione era interessante perchè Marco Massa è un cantautore milanese che lavora con dei jazzisti incredibili, come Sellani, De Piscopo, Brioschi, Morriconi, e poi lui ha scritto questo brano, Cara Milano, che ha vinto il Premio Sergio Endrigo 2011, che poteva essere simbolico. L’idea di aver un cantautore milanese che cerca di rinnovare il suo linguaggio, pur mantenendo fede alla tradizione, è un po’ una metafora di quello che sta succedendo anche dal punto di vista architettonico nel quartiere. E’ una zona molto tradizionale che è stata completamente ridisegnata da questo progetto mastodontico, che vuoi o non vuoi, ormai c’è e bisogna farci i conti, senza andarci contro, ma considerando questo segno molto forte che di sicuro ci porterà da qualche parte. Inoltre un concerto propriamente jazz nella nuovissima piazza Gae Aulenti, non era totalmente appropriato, anche perchè è una piazza molto grande.
Ma il festival, specialmente quest’anno, è molto aperto ad altri linguaggi, anche perchè quando ascolto delle proposte non mi pongo dei limiti. Per esempio ho coinvolto Serena Ferrara, che è una cantante giovanissima, che parte da una matrice jazzistica ma mischiata al Flamenco e alle canzoni in siciliano, e lei nel disco si è avvalsa di musicisti di altissimo livello. Anche la Severini, in duo chitarra e voce, farà cose molto più Folk, essendo lei molto influenzata da Joni Mitchell.

Il mio impegno è quello di cercare di capire come sonorizzare gli spazi, dato che sono luoghi diversi, o situazioni diverse, e per ognuno, a secondo delle condizioni, cerco di trovare la giusta musica.
Anche il Collettivo Thelonious Monk, è un ensemble di nove elementi che suonerà in via Garigliano, sarà un concerto molto bello, d’impatto, che sta bene in mezzo alla strada, ma non puoi proporlo in un ristorante mentre uno mangia. Cercare la musica giusta nel contesto giusto e viceversa. è un po’ una sfida ma forse è il lato più creativo di questo lavoro.

Il programma completo del Festival, e l’elenco di tutti i luoghi coinvolti, sono visionabili su www.ahumjazzfestival.com

A stasera!