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"Bridgestone"
Bridgestone ovvero il colosso industriale made in Japan che fa tremare la Puglia. Milleduecento, tra operai e personale dell’indotto, sono in allarme dallo scorso 4 marzo, data in cui la dirigenza nipponica ha annunciato in video conferenza la “chiusura irrevocabile” della filiale barese entro il giugno 2014. Una notizia eclatante che ha gettato nello sconforto prima e nella disperazione dopo le famiglie di un Sud d’Italia già tramortito da una crisi globale senza precedenti e che aveva trovato nell’azienda di pneumatici un solido punto di riferimento. Un attivo annuo di circa 6 milioni di euro, un personale altamente specializzato per una produzione ineccepibile: un’industria forte e rigogliosa, insomma, il fiore all’occhiello di una multinazionale regina dei mercati. Almeno così sembrava prima di quel fatidico lunedì di inizio marzo in cui tutto è cambiato. Forse per sempre. A nulla sono serviti i riflettori della stampa e gli interventi della classe politica che, dopo il clamore iniziale, ha smesso di ascoltare, salvo rare eccezioni, le grida di dolore dei cittadini meridionali. Eppure loro, gli operari, non si sono arresi. Ogni mattina, nonostante la paura e la rabbia, si sono presentati puntuali davanti ai cancelli per portare avanti il proprio lavoro con dignità. Senza fronzoli o strumentalizzazioni di sorta, ma con la testa e con il corpo, come solo gli uomini sanno fare. Uomini come Alfredo Perulli, operaio e rappresentante sindacale, che è intervenuto ai microfoni di Radio Sound City Network per ricostruire le tappe di questa lunga e intricata vicenda. “Ancora oggi – così Perulli ai conduttori Valentina Delle Foglie e Francesco Santoro – non riusciamo a comprendere l’origine di questa tragedia. La nostra azienda ci ha abbandonato di punto in bianco senza che nessuno, compresi i quadri dirigenti, ci abbia fornito alcuna spiegazione plausibile”. “Nel giugno del 2012 – ha proseguito – sono stati mandati a casa circa un centinaio di interinali della Bridgestone. Non era mai accaduto prima: secondo Bruxelles si trattava solo di una misura momentanea provocata dalla crisi globale dell’economia. Poi, dopo qualche mese, l’azienda ha ripreso a vele spiegate il suo cammino, investendo perfino un ingente capitale nella ristrutturazione dei macchinari. Il segnale, ci siamo detti, della ripresa. Ma alla fine è arrivato il messaggio del 4 marzo ed è stato l’inizio del nostro incubo peggiore”. “Davanti ai cancelli, fuori dall’orario di lavoro, siamo rimasti in pochi. Gli operai sono stanchi e delusi. L’annunciata chiusura e l’attesa inerte ci hanno resi impotenti e oggi viviamo di speranza aspettando che il tavolo tecnico del prossimo 5 aprile faccia chiarezza sull’accaduto”. Nel frattempo, le parole di Mons. Francesco Cacucci arrivano al cuore delle famiglie riunite davanti alla fabbrica per la domenica delle palme. Gli uomini politici, insieme ai giornalisti, sono tornati per l’occasione sul luogo del delitto. Solo il tempo di qualche flash e di qualche dichiarazione. Null’altro. La sorte di milleduecento lavoratori adesso è nelle mani del mercato che, ci auguriamo, sappia ritrovare la sua etica.