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"basilicata"Il volume ”BASILICATA, I LUOGHI DELLA NARRAZIONE’ (a cura di Paolo Albano, Regione Basilicata, pp. 444) che la Regione Basilicata ha voluto per celebrare il 150/o dell’Unità d’Italia costituisce allo stesso tempo un testo che chiunque utilmente potrebbe sfogliare e leggere per preparare un viaggio in una regione che comunque è e sarà ancora forse la più «misteriosa». Infatti, se è facile – anche attraverso luoghi comuni, per lo più negativi – farsi o avere un’idea delle regioni che la circondano, la Basilicata (o la Lucania, suo antico nome: e qui è il primo intoppo) sfugge sia allo stereotipo sia ad un giudizio più compiuto.

Quasi appartata – caratteristica che distingue anche i lucani che la abitano e quelli, tantissimi, che l’hanno lasciata e non smettono di portarla nei ricordi – la Basilicata in effetti solo dalla metà del ‘900 è visibilmente «entrata in gioco»: e la sua identità è ancora oggi affidata troppo spesso a coloro che l’hanno visitata o vi hanno trascorso del tempo (Carlo Levi vi fu confinato dal Fascismo e il suo «Cristo si è fermato a Eboli» è un libro imprescindibile). Il fatto è che la Storia ha percorso le scarse pianure, le numerose valli e colline e le aspre montagne di questa regione da tanti secoli: se si parte dalla Magna Grecia lasciamo già qualcosa indietro.
Il punto d’arrivo è però il futuro, che può essere ben rappresentato dal Centro di geodesia spaziale di Matera. In mezzo, oltre due millenni di una vicenda che è possibile ripercorrere, sia sfogliando «I luoghi della narrazione» sia poi visitandoli, con l’avvertenza che preparare un unico itinerario non è possibile. Oggi Matera ha già una parte nei percorsi turistici non solo nazionali: ma si può visitarla, perdendosi nei Sassi, che affascinarono registi del calibro di Pier Paolo Pasolini e, poi, Mel Gibson, saltando (il 2 luglio) la sua straordinaria festa della Bruna? E può chi voglia affrontare qualsiasi antropologia ignorare la festa del «maggio» di Accettura? Senza svoltare per Montescaglioso, dove si erge un’antica abbazia? E scartare la maestosa cattedrale di Acerenza non significherebbe privarsi di emozioni uniche, le stesse che danno anche oggi i castelli di Lagopesole e di Melfi, che Federico secondo di Svevia preferiva? E la riva di uno dei laghi vulcanici di Monticchio, in cui si specchia un’altra grande abbazia? Vi sono tesori nascosti anche a Potenza (non solo nel centro storico e non solo il 29 maggio, con la «processione» dei turchi), ancora ingiustamente relegata nel solo angolo che le spetta come capoluogo amministrativo, e che invece avrebbe tanto da dare! Ma un elenco insufficiente fa torto al Vulture, alle Dolomite Lucane (oggi sorvolabili nel fulmineo ma paralizzante «volo dell’angelo»), alla Val d’Agri (salendo il Sacro Monte della Vergine Regina delle genti della Lucania, perchè il cristianesimo ha «formato» la regione), al Parco nazionale del Pollino e a quel «pezzetto» di mar Tirreno che bagna Maratea.

Il volume però ha voluto ricordare anche gli uomini della Basilicata, a cominciare da quel Giustino Fortunato che si pronunciò contro le «bestemmie separatiste», ricordato nella sua Rionero in Vulture dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel 2009. Senza dimenticare i suoi poeti, primo fra tutti Leonardo Sinisgalli che ha un posto ben definito nella cultura italiana del ‘900, insieme ad Albino Pierro, che fece del dialetto di Tursi (a proposito, che rimarrà indifferente davanti al santuario di Santa Maria d’Anglona?) una dolce e misteriosa lingua, anche d’amore. Insomma, la narrazione di una regione in un volume a più voci (fra le più ascoltate della Basilicata) per mettere insieme una storia «mai commemorativa, mai celebrativa» (e costellata anche di terremoti, ad esempio quello, disastroso, del 1980), come ha scritto lo stesso presidente della Regione, Vito De Filippo.

Va bene, ma alla fine cosa resta di questa Basilicata e dei lucani che la abitano (al netto dei tanti problemi, dei quali però giustamente il libro non parla)? Resta che danno l’impressione – che il volume di oggi conferma – di voler rimanere appartati, in un tempo loro, da dove uscire per rapide puntate nella modernità e nel «futuro», ma pronti a rientrare in una vita «più vera», nella quale accogliere chi l’ha lasciata per scelta o per la dura necessità (portando nel mondo la sua «lucanità») o chi vuole scoprirla, rimanendone incantato.
Per i lucani, se il futuro non è antico non merita di essere inseguito.