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"PinoĖ “antipolitica” termine ricorrente nelle cicliche fasi di crisi che la politica attraversa. Ed è l’antipolitica sentimento che in tali fasi facilmente fa breccia ed attecchisce nella parte istintuale del sentire comune, trovando fertile humus in quel malcontento generale che porta per solito ad identificare, nella communis opinio, la politica tutta, indistintamente, come male assoluto, ingenerando così una generalizzata sensazione di rigetto che tende ad allargare il divario fra cittadini e politica.
Ma dove affonda le proprie radici più profonde questo “sentiment”? Prova ad approfondire la questione il breve saggio di Pino Pisicchio, politico e parlamentare già in diverse legislature e attuale vicepresidente di Alleanza per l’Italia, saggio intitolato “Alle origini dell’antipolitica. ‘Sentiment’ antipolitico, democrazia e Costituzione”, edito per i tipi della Levante Editore. Lo fa partendo da un excursus storico-filosofico. Nell’analisi diacronica condotta da Pisicchio, il primo distinguo che emerge tra una “antipoliticità naturale” – già teorizzata da Hobbes – e l’antipolitica contemporanea risiederebbe in una declinazione “attiva” dell’antipolitica attuale, il cui presupposto di partenza è comunque una esacerbata idiosincrasia verso tutto ciò che nell’immaginario collettivo incarna l’ideologia, la burocrazia, i privilegi della cosiddetta “casta”.
Antipolitica, antipartitismo ed in ultima istanza antiparlamentarismo sono i labari – spiega Pisicchio – che tradizionalmente l’antipolitica sciorina e brandeggia, propalando qualunquismo e fomentando populismo. Fenomeno strisciante e sommerso, che l’autore paragona con felice similitudine ad un fiume carsico che in maniera subdola e costante erode i fondamenti della democrazia, l’antipolitica ha attraversato la nostra storia nazionale nella sua interezza.
Dal punto di vista teorico, l’antipolitica ha trovato fecondo sostegno nelle teorie neoliberiste, nel neocapitalismo, grazie alla formazione di élites, lobbies e tecnocrazie che nel corso degli ultimi anni (ma ormai dovremmo parlare di decenni), hanno progressivamente ristretto i margini della partecipazione attiva alla politica (nei suoi ruoli decisionali) per le classi subalterne.
Conseguenza: una trasformazione personalistica degli apparati partitici – che spesso, tentando di proporsi in discontinuità con la cosiddetta “vecchia politica”, si autodefiniscono “movimenti” – e che tendono ad identificarsi in un leader carismatico.
"PinoMa l’aspetto più interessante della riflessione di Pisicchio risiede soprattutto nelle ripercussioni che il “sentiment” antipolitico italiano ha sull’impianto costituzionale repubblicano, impianto costituzionale che finisce per ritrovarsi messo in discussione nei principi suoi fondanti. Ciò induce l’autore a sottolineare l’incostituzionalità di alcuni portati della deriva antipolitica attuale, a partire dall’incongruenza tra il sistema elettorale maggioritario e il nostro impianto costituzionale, che aveva pensato ad un sistema in origine proporzionale proprio per garantire al massimo l’idea di pluralismo nella partecipazione alla vita politica.
E che dire dell’incostituzionalità palese delle liste elettorali bloccate, in chiara antinomia col divieto di mandato imperativo sancito dall’articolo 67 (e non solo da quello) della nostra Carta Costituzionale? A nulla è approdato il dibattito politico sulla legge elettorale, tant’è che alle imminenti elezioni politiche si voterà ancora col cosiddetto “porcellum”, strumento che secondo Pisicchio favorisce l’introduzione di una prassi impropria di presidenzialismo camuffato in vesti surrettizie.
Su questo quadro complessivo si innerva poi la trasformazione mediatica della politica, che ha finito per trasporre il dibattito ed il confronto in forme e dinamiche più proprie del marketing e del consumo. Paradosso di questo sistema di comunicazione “mediatizzatosi” smodatamente negli ultimi anni è che gli stessi protagonisti della politica si fanno portatori di un messaggio antipolitico, delegittimando la politica medesima, come se a farla non fossero loro stessi in prima persona.
In questo panorama, decisivo è il ruolo svolto dai mass-media, la cui situazione in Italia è ben oltre il limite del grottesco e che è tramite ulteriore attraverso il quale si veicola un messaggio fortemente antipolitico.
In conclusione, per Pisicchio, i principali “attori” del “sentiment” antipolitico sono i politici stessi, impegnati nella celebrazione costante di una liturgia mediatica implicitamente (o esplicitamente) antipolitica che, mentre in passato era dislocata prevalentemente a destra, fa oggi registrare una trasversalità mai conosciuta prima.

Com’è nata l’idea di questo libro?

L’espressione "antipolitica" è ormai parte di quel lessico che definirei "ipnotico" che nutre la scena pubblica italiana da almeno un ventennio, direi dalla caduta della cosiddetta Prima Repubblica. In realtà, come tutte le parole ipnotiche, può contenere tutto e niente. Io ho cercato di capire e di dare una profondità a questa espressione, studiandola dal punto di vista della sua storia e dal punto di vista della Costituzione italiana, cioè dei valori fondanti della nostra democrazia, scoprendo che il "sentimento" che sta dietro questa espressione è antico e collega come un filo rosso l’Italia del medio evo all’Italia di oggi.

Perché “sentiment”? Un semplice esotismo, o qualcosa di più profondo?

"Sentiment", all’inglese, è un termine più ampio della parola "sentimento", perchè ha dentro il concetto di stato d’animo ma anche di opinione, orientamento, modo di pensare. Il sentiment antipolitico ha molte forme di espressione, in Italia e fuori d’Italia. Spesso si intreccia con un atteggiamento populista, con la ricerca dell”uomo della provvidenza’, "perchè la politica è sporca", perchè "sono tutti uguali", perchè "il Parlamento è una perdita di tempo troppo costosa". Gli esempi sono tanti: per non andare assai lontano nel tempo, va ricordato l’antiparlamentarismo di Mussolini (‘L’aula sorda e grigia’) e del comunista Amedeo Bordiga, Guglielmo Giannini dell’Uomo Qualunque, per poi arrivare ai giorni nostri con Berlusconi, Di Pietro, Grillo, che, con sfaccettature diverse, rappresentano forme di antipolitica che si promuove in politica. Già, perchè l’obiettivo finale è sempre quello: criticare ad alzo zero per prendere il posto dell’oggetto della critica.

Siamo alla vigilia di elezioni in cui il “sentiment” antipolitico promette di essere un fattore determinante: che scenario crede che ci si offrirà all’indomani delle prossime politiche?

L’antipolitica si versa, certamente, con qualche contraddittorietà, nel momento elettorale. tutti i populismi ai nastri di partenza ne agitano la bandiera. Ma, attenzione, accanto all’antipolitica "bassa", che punta alla "pancia" dell’elettorato meno attrezzato culturalmente, c’è una forma di antipolitica "alta", quella che prende le mosse da una degenerazione dell’idea schumpeteriana: è l’antipolitica della finanza che ritiene di poter condizionare i partiti e i parlamenti, l’idea di chi crede solo nelle virtù salvifiche del capitalismo sregolato e intende debellare ogni forma di Stato sociale, l’idea che sostiene la necessità dei governi dei tecnici che fanno da corona al leader assoluto. Brutta storia.

Quanto e in che modo crede che potrà incidere, se potrà incidere, il potere montante dell’antipolitica nel processo di rinnovamento della classe politica?

La classe politica, ma, se mi permette, direi tutta la classe dirigente italiana, deve avere un rinnovamento profondo di idee e di persone. Occorre mentalità nuova e visione strategica, che non subisca le prigioni e i labirinti di ideologie sorpassate. Attenzione, però, a semplificare il tutto immaginando che cambi di persone e di generazioni siano sufficienti: si deve ricordare che a partire dal 1994 il Parlamento italiano è stato rinnovato ad ogni legislatura nella misura del 72, poi del 50, e successivamente del 40-45% ogni volta, con presenze anche di molti giovani. Non mi pare che le cose siano cambiate in meglio. Allora il problema centrale è la qualità di chi ci rappresenta, la sua formazione: la politica non è un mestiere, certamente, ma chi la esercita ha il dovere di farlo con competenza e professionalità. ed onore, aggiungerei, richiamando l’art.54 della Costituzione.

Secondo lei è il caso di ripensare in Italia i partiti politici in forme nuove, diverse da quella attuale, tenendo anche conto delle istanze provenienti dall’opinione pubblica?

I partiti europei sono nati nel novecento, figli di ideologie superate. Vanno rinnovati profondamente nella loro forma organizzativa, nel loro rapporto con la realtà, nella funzione che esercitano all’interno delle istituzioni elettive. Ma rtestano strumenti insostituibili della democrazia moderna. Dobbiamo aprire i partiti, renderli democratici così come dice l’art. 49 della Costituzione, dobbiamo renderli trasparenti e orientarli a fare formazione per le giovani generazioni, ruolo che hanno svolto in passato e che oggi si è smarrito. Dobbiamo, infine, scrivere una legge elettorale onesta, che rimetta nelle mani dei cittadini la possibilità di scegliersi i propri candidati, buttando alle ortiche il "porcellum".