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"lezioni“Aula” piena e grande partecipazione per la prima “Lezione” di Rock, 50 anni di rock, del nuovo “anno accademico”. I professori Gino Castaldo ed Ernesto Assante continuano, in questa terza edizione, a catturare l’attenzione per più di due ore, nella nuova “classe”, trasferitasi dal cinema Armenise al multisala Showville, arrivando praticamente al sold out.
La “spiegazione” parte con il cantante-chitarrista del Tennessee, che salì sul palco cantando “ehi, stai attenta, non pestarmi le mie scarpe scamosciate blu” (blue suede shoes), è, infatti, con Elvis Prestley e il suo rockabilly che inizia ad avere importanza, al di là della musica, il look, la pettinatura, lo stile. Diversamente da quanto si crede il rock non è solo musica e accordi, né solo testi impegnati e di denuncia, ma è un nuovo modo di comunicare ed in questo diventa maestro Bob Dylan, che con la canzone Like a rolling stone, crea un vero e proprio nuovo linguaggio.
La lezione prosegue arrivando al 1965 e ai prodigiosi e rivoluzionari quattro ragazzi di Liverpool, i Beatles che con Ticket to Ride, pezzo emblematico della fase matura della loro produzione, diventano il punto di riferimento in quegli anni.
Con un testo di completa rottura arrivano poi i Rolling Stones che, con un reef di semplicità estrema fatto di sole tre note ripetute per l’intera canzone, dichiarano la loro insoddisfazione, I can get no satisfaction, il senso di rifiuto e inutilità, l’inadeguatezza di non raggiungere alcun risultato.
Si continua passando per la chitarra elettrica dei Led Zeppelin e, spostandosi sulla west coast americana, si arriva ai testi di Crosby. Sono infatti gli anni della California, centro della protesta giovanile e dell’esperienza hippie dove l’utopia sembrò diventare realtà: qui, nel ’68, con il concerto di Woodstock si realizzò una tre giorni musicale improvvisata che solo lo spirito hippie e la illimitata fiducia nelle possibilità di cambiamento nei giovani di quel tempo potevano permettere.
Tracciando questo panorama musicale per lo più maschile, i “professori” non possono non citare la regina del rock, Patti Smith, che nel ’79, qualche anno più tardi, sale sul palco ed inizia a cantare in Gloria che “Dio è morto per i peccati di tutti, ma non per i miei”. Il rock è quindi in una fase dove il live vale più di qualsiasi disco o registrazione, poiché la performance diventa parte stessa e potenziale della musica. E’ il caso di Jimi Hendrix che, alla fine di un concerto, arriva a dar fuoco alla sua chitarra: al pubblico sembra di sentire direttamente le fiamme suonare lo strumento, in una sorta di rito sacrificale purificatorio, in cui si arriva ad immolare il simbolo stesso della musica.
Diverso invece il rock per un altro gruppo storico, i Pink Floyd, per i quali, la musica si riassume in una profonda ambizione, non nel senso di maggior guadagno, ma di raffinatezza del suono e di originalità di allestimenti. I Pink Floyd diventano veri e propri perfezionisti, come durante il concerto a Pompei, nell’esecuzione di One of these days.
Sarà invece il grande concerto rock dell’85, Live Aid, organizzato allo scopo di ricavare fondi per alleviare la carestia in Etiopia, che celebrerà gli U2: è memorabile, in quella occasione, lo spontaneo abbraccio di Bono Vox che non esitò a sfidare la security pur di esprimere fisicamente il senso di condivisione che ispirava il concerto.
Il rock è anche travestimento, identità ambigua, come dimostra in Space Oddity David Bowie, un cantante che negli anni si è più volte reinventato e trasformato, come ad esempio con Heroes, che segna il successivo periodo di collaborazione con Brian Eno.
E per non essere troppo nostalgici, Castaldo ed Assante parlano anche dei contemporanei Radiohead, per dimostrare che il rock non è morto o comunque non appartiene solo al passato; con Fake Plastic Trees, la band inglese segna una svolta nella propria carriera, allontanandosi dalle sonorità del grunge del loro primo album e andando verso un rock più maturo.
Si arriva così ai giorni nostri con una band indie folk che ha debuttato nel 2009, i Mumford and Sons, in vetta alle classifiche con il loro ultimo singolo I will wait.
Volano due ore e suona la campanella: la lezione volge al termine! e allora perché non chiuderla con la canzone che meglio di altre sintetizza il desiderio e la capacità che il rock, che porta con sé da sempre, di “immaginare” un mondo e una società diversa, unita, giusta? E allora Imagine … perchè non siamo i soli a farlo!