Tempo di lettura: 3 minuti

"StorieDelle tante impressioni che ho ricavato dalla lettura di questo libro (prima fra tutte, un senso di vergogna perché il mio Paese non onora le proprie leggi e per questo viene ripetutamente umiliato e condannato al pagamento di salate ammende dalla Corte europea di giustizia; una profonda empatia per tutti gli accusati e/o condannati che poi risultano innocenti; un senso di ribellione per le condizioni e i trattamenti inumani in cui sono costretti in generale tutti i detenuti; un senso di rabbia impotente nei confronti di un diffuso atteggiamento tra i magistrati a “vedere”, senza poter “provare” il reato; ecc.), delle impressioni, dunque, una soltanto ne voglio evidenziare: ho sentito aleggiare qua e là, sulle storie dall’Autrice pazientemente ricostruite, il fantasma dei campi di concentramento.
In particolare il fantasma del Gulag, o meglio, dell’anticamera del Gulag, consistente nel carcere preventivo e negli interrogatori interminabili, spossanti, intervallati da indicibili sofferenze psicofisiche, miranti ad imporre una condanna stabilita in precedenza, come documenta questa breve citazione tratta dalle memorie di un ex internato russo (Dmitrij A. Bystroljotov, alla traduzione delle cui memorie è attualmente impegnato il mio amico Alberto Zisa): “Cerca di capire: tu non sei stato solo arrestato, ma condannato! Hai capito il significato di questa parola? Ti hanno già condannato! Sul verdetto puoi solo congetturare a seconda di come procederà l’inchiesta. Estorceranno da te una confessione che confermi la colpa che ti hanno attribuita e unicamente dell’entità da loro decisa, cioè a dire commisurata alla pena già stabilita. Su questa poi metterà il suo timbro il tribunale”.
Ricorrenti sono nel libro espressioni riferite alla giustizia carceraria in Italia, che evocano cupe assonanze con la giustizia gestita dall’NKVD, la famigerata polizia segreta sovietica; sicché si prova certa angoscia leggendo storie di soprusi, prepotenze, stillicidi gratuiti, terribili e inconcepibili in un moderno Stato di diritto, quasi che la cultura del Lager/Gulag sia non solo presente, ma addirittura consentita e legalizzata. Per questo trova piena giustificazione il leit-motiv che percorre, ininterrotto filo rosso di denuncia, l’intero libro: Italia – Stato fuorilegge; carcere italiano – tortura legalizzata; “i magistrati sono tecnicamente irresponsabili”; “condannati che non scontano la pena e indagati che solcano le porte del carcere”; “la pena di morte l’abbiamo abolita, eppure si muore di pena”; “stiamo allevando nelle nostre prigioni i mostri di domani, persone che non usciranno rieducate, ma più desiderose di vendetta e più preparate «professionalmente» al crimine”; “la funzione rieducativa è rimasta lettera morta”.

"AnnalisaNon si vuol credere che simili nefandezze del secolo scorso possano essere sopravvissute e vengano perpetrate in un Paese, come l’Italia, per altri aspetti ritenuto luce del mondo civile e, purtroppo, governato non da una democrazia, ma da una “democratura” (ibrido di democrazia e dittatura), come in maniera originale Predrag Matvejević ha definito le democrazie (irrealizzate) in Europa e in particolare quella italiana. Ed ecco ancora un’eco proveniente da un’altra vittima dei Gulag (Julij B. Margolin, Il caso Berger, in “www.lsdmagazine.com”): “Guai a quella società che non è piú capace di reagire a gran voce e con forza ad una scandalosa ingiustizia e combattere contro il male. Una tale società è un cadavere morale, e là dove si presentano i primi sintomi di simile degrado, anche la decadenza politica non si fa a lungo attendere”.
Libro, quello di Annalisa Chirico, realizzato con grande impegno civico, competenza e onestà professionale, ricco di spunti per svariate riflessioni e certamente in grado di stimolare “onesti” operatori della sana politica ad avviare azioni ed iniziative che la smuovano dallo stallo in cui è stata vergognosamente inchiodata.