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Un momento di confronto con il presente e l’altrove, ma soprattutto di riflessione sensibile. Questa la sintesi del corposo workshop internazionale “Il coraggio del cambiamento”, organizzato dal Forum sulla Responsabilità Sociale d’Impresa di Confindustria Bari BAT e svoltosi ieri, giovedì 22 novembre, presso la sala Convegni della sede sociale dell’omonima associazione di categoria nel capoluogo pugliese.

«Occorre favorire lo sviluppo creando lavoro attraverso un cambiamento  ha dichiarato Alessandro Laterza, presidente della Commissione Cultura di Confindustria –, magari  anche stabilendo rapporti di collaborazione con i Paesi del Mediterraneo, una delle possibili soluzioni chiave per sopravvivere a un clima di timore fomentato dalla crisi economica. Una maniera per agire con rinnovata responsabilità», ha aggiunto Laterza in anteprima al dibattito.

L’appuntamento di ieri, evento di spicco della Settimana della Cultura d’Impresa promossa dall’omonima associazione di categoria e da Museimpresa, è stato moderato da Laura Ruggiero dell’azienda Faver, coordinatrice del Forum RSI, e ha sostanzialmente analizzato, tra gli altri, i casi più significativi di cambiamento a tinte rosa. «Il coraggio manifestato da donne imprenditrici quale modello esemplare per affrancare nuovi modelli aziendali di buone pratiche può davvero fare la differenza», ha spiegato la Ruggiero.

Dall’agricoltura biologica dell’imprenditrice egiziana fino all’azienda di salute e igiene pubblica della rappresentante libanese, a dispetto del pregiudizio strisciante in alcune comunità “integraliste” del genere, anche nel nostro Occidente. Una breve sequenza di argomenti trattati con un attitudine distante anni luce dalla retorica socio-economica di partito tanto in voga al giorno d’oggi. L’uditorio ha potuto apprezzare la veracità di giovani imprenditrici con il coraggio di trasformare concretamente la propria mentalità. Nel nome del cambiamento. Sospirato, incitato, predicato, e ora anche avviato. L’egiziana Nada Ayad, la libanese Karine Barakat, la marocchina Veronica Navarro,  le italiane Eleonara Ciciriello, Marina Mastromauro, e infine Rosanna Quagliariello, dell’Istituto Agronomico Mediterraneo, prima di tutte, a suffragare la tesi di cui sopra.

D’altronde, perché ci sono sempre pochissime donne nei consigli di amministrazione? Verosimilmente poiché altrimenti sgominerebbero, o almeno soggiogherebbero, gli uomini. Non a caso “Un salvagente per la crisi”, sono state definito le imprese italiane al femminile da Teresa Caradonna della Caradonna Servizi Logistici, responsabile del gruppo politiche di genere del Forum RSI, intervenuta sul tema traendo spunto dal dato oggettivo secondo cui l’Italia è il Paese europeo con la percentuale sorprendentemente più alta delle suddette. La deduzione si collega al concetto secondo cui l’impresa debba necessariamente valorizzare anche i beni culturali, come ha illustrato in maniera convincente Sergio Fontana, della Fondazione Archeologica canosina.

A conclusione del confronto le precise considerazioni esposte a turno da Domenico Longo, vice direttore generale della Banca Popolare di Puglia e Basilicata, Luigi Montemurro, direttore territoriale di Ubi Banca Carime e Giuseppe Macario, Ceo della MJM , secondo i quali, in accordo coi bisogni del territorio, occorre vincere la crisi dando fiato a quei valori sottaciuti e decretati banali. Prendendo coscienza di ciò che già appartiene al proprio DNA. L’inizio di un idillio a cui anche il profitto aspira da sempre.

«La ferma volontà di non mollare, anzi rilanciare un nuovo stile imprenditoriale – ha osservato infine Mariana Bianco della Torrefazione Caffè Crème e responsabile del Gruppo di lavoro Forum RSI (a proposito del connubio donne e impresa virtuosa) – magari cominciando a puntare sulle nuove generazioni attraverso gli istituti, affinché i valori di responsabilità sociale che serviranno a formare la classe imprenditoriale del futuro siano applicati dai ragazzi sin da ora».