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In “Palombella Rossa” il nostro Nanni Moretti urlava: “la parole sono importanti!!!”. Vero, anzi verissimo. Ma a volte nella vita sono importanti anche i fatti, non solo le parole che si usano per raccontarli. “The Words” (appunto “le parole”) ci racconta come nella storia personale di un grande autore si possano nascondere segreti vitali per la sua sfavillante carriera.
In questo film ci sono tre protagonisti maschili: Dennis Quaid, Bradley Cooper e Jeremy Irons (alias Ben Barnes per buona parte del film). Tutti e tre di professione scrittori, ma ognuno esistente all’ interno del racconto dell’ altro.
Abbiamo un drammatico e incisivo Dennis Quaid (Clay Hammond) che all’ inizio sembra solo il narratore della storia: alla presentazione del suo nuovo best-seller dal titolo “The Words” racconta al pubblico la trama del suo romanzo, che vede come protagonista Rory Jansen, interpretato da un bravissimo Bradley Cooper. Anche Rory è scrittore, come l’autore della sua storia…e a sua volta, grazie ad un colpo di fortuna che gli cambia la vita, ha a che fare con un terzo scrittore: un Jeremy Irons a dir poco colossale.
L’ intreccio non è banale, ma studiato nei minimi particolari, continuando a tenere alta la concentrazione dello spettatore che deve entrare e uscire prima da un romanzo, poi da un altro. Ma qual è la realtà? O meglio: qual è la verità?
Il giovane Rory ha davanti a sé un’ opportunità incredibile e fortuita e deve prendere una decisione: sfruttarla in modo del tutto immorale o lasciar perdere? La sua situazione personale è al palo: con la moglie Dora (Zoe Saldana) comincia ad andare male a causa delle incertezze che Rory ha sulla propria vita e sulla propria professione. Il lavoro che fa non lo appassiona affatto, suo padre lo mette davanti alla realtà di dover fare qualcosa nella vita per arrivare a fine mese, anche sacrificando per sempre le proprie passioni. Punto di non ritorno: Rory approfitta della fortunata occasione e diventa ricco e famoso, riuscendo nel contempo a soddisfare la sua passione più grande, cioè la scrittura. Sembra filare tutto liscio finchè si presenta l’autore dell’ occasione capitata a Rory, un vecchio misterioso (nel film non ha nome) interpretato da Jeremy Irons. La dura realtà e le conseguenze del gesto immorale e avventato si scagliano contro Rory e lo mettono spalle al muro.
Ma prima bisogna ricordarsi che stiamo seguendo un romanzo, non una realtà. Questo è semplicemente il romanzo scritto da Clay Hammond? O è qualcosa di più?
Il vecchio narra la propria storia e qui i registi/sceneggiatori Brian Klugman e Lee Sternthal prendono ampiamente spunto da “Il Padrino – parte II”, con un flashback seppiato che ci immerge negli anni 40, durante e dopo la Guerra, dove il giovane Jeremy Irons (in questo caso Ben Barnes) vive gli avvenimenti più importanti della sua vita (sia felici sia tragici) che daranno vita ad un romanzo. Questo sarà, circa settant’anni più tardi, il “deus ex machina” del giovane Rory, il suo colpo di fortuna piovuto casualmente dal cielo.
Ma bisogna ricordarsi che è il personaggio di Dennis Quaid che sta raccontando la storia. E nel frattempo la sua narrazione si sposta nel suo appartamento di New York, dove una giovanissima studentessa (Olivia Wilde) cerca di inserirsi nei meandri dei suoi segreti con ogni mezzo possibile, per primo il gioco della seduzione senza mezzi termini, volto a mettere a nudo ciò che si cela dietro alle parole del romanzo “The Words”.
Non proseguo con la trama del film, altrimenti sarebbe impossibile evitare degli spoilers e vi rovinerei le sorprese.
I due registi e sceneggiatori di questo film sono stati secondo me davvero geniali. Hanno realizzato un’ opera che ruota attorno ad una delle massime più famose al mondo, soprattutto in ambito artistico: “ruba dal migliore”.
Il film ci mette davanti alle conseguenze che può avere questo tipo di gesto, studia la morale delle persone (se ne hanno una) e ci porta all’ interno dell’angoscia che una persona prova quando sa di aver compiuto un’ azione scorretta.
I registi hanno scelto un espediente molto efficace per porre i protagonisti di fronte alle loro responsabilità: ognuno dei tre personaggi maschili ha una scena in cui osserva la propria immagine allo specchio. Espediente emblematico e davvero ben riuscito.
Da questo punto di vista forse lo troverete troppo “americano”, ovvero “film moralizzatore” se mi passate il termine; però per fortuna c’è il personaggio di Jeremy Irons che mette in dubbio questo aspetto: se rubi dal migliore e nessuno mai potrà saperlo, puoi tranquillamente fregartene e goderti il successo, anche se non è merito tuo. O non puoi? O non dovresti?
Film davvero bello, strutturato abbastanza bene nella sua complessità narrativa, girato senza sbavature e con una colonna sonora che rimane in testa qualche ora dopo averla ascoltata, perchè sottolinea perfettamente lo stato d’animo dei protagonisti, crescendo insieme all’aumentare delle loro paure e delle loro angosce. Il flashback color seppia negli anni ’40 dura un po’ troppo e non ha molto ritmo, ma per il resto è stato montato molto bene.
Forse i produttori avrebbero dovuto dare più credito a questi due giovani autori, quando nel 1999 si presentarono con in mano questa sceneggiatura. Hanno aspettato più di dieci anni, ma alla fine il loro lavoro è stato premiato.
Godetevelo.

PRODUZIONE: Animus Films e Serena Films
DISTRIBUZIONE: Eagle Pictures
REGIA/SCENEGGIATURA: Brian Klugman e Lee Sternthal