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"toniUna sedia di legno chiaro, un leggio e, sullo sfondo, un pannello su cui riverbera una luce azzurrina. Terra e cielo. Piedi ben radicati nella realtà nuda e cruda, con l’anima che s’affaccia confidente e curiosa nell’altrove, in uno spazio finalmente diverso da questa vita che lieve non è.

A Taranto "Toni Servillo legge Napoli”. E celebra una città, il sud, lo spirito incarnato, la vita sporca e santa, l’eterna alternanza fra paradiso, purgatorio e inferno nell’ "al di qua". Un viaggio onirico e carnale, quello del noto attore di cinema e teatro che, solo al centro del palco, azzerati supporti visivi e sonori, offre una magistrale prova di mimica, voce e interpretazione.
Rovescia il pellegrinaggio dantesco, Servillo, partendo dall’ascesi –un paradiso quanto mai terreno e umano-, per attraversare un limbo di espiazione –il purgatorio di povere anime che hanno perso tutto e sperano di ritrovarsi- , fino al magma infernale di una terra che brucia di passioni, miserie e virtù evolute in vizi. Dieci voci, scelte da Servillo, che della napoletanità hanno eviscerato ogni traccia genetica e sedimentata dalla storia. Eccelsi autori della tradizione (‘800-‘900) mescolati con leggerezza e sapida armonia ai nuovi esponenti della vena drammaturgica partenopea.
Salvatore Di Giacomo, con Lassammo Fa’ Dio, Eduardo De Filippo con Vincenzo De Pretore, Ferdinando Russo con A Madonna d’e’ mandarine e E’ sfogliatelle, raccontano un paradiso popolato da santi “guappi” e una sacra famiglia che si allea con l’uomo in vizi e virtù. Fravecature di Raffaele Viviani e A sciaveca del giovane Mimmo Borrelli immergono in una terra desolata d’espiazione in cui la morte è la pausa caritatevole concessa da Dio e le bestemmie sono ammesse purché democratiche, contro il cielo e la terra. La lunga e vorticosa tappa, forzata ma inevitabile, nell’inferno della vita, è amplificata dalla disordinata umanità di Litoranea di Enzo Moscato, deturpata dal dolore nel ‘O vecchio sott’o ponte’ di Maurizio De Giovanni, salvata nell’apocalisse da un barlume di ascesi in Sogno napoletano di Giuseppe Montesano, fino al tributo a Totò con ‘A livella,’ in cui la morte -deo gratias- impone un po’ di serietà.
Un lungo torrente di storie antiche e attualissime, illuminate dal dialetto, idioma vivo, vibrante, eterno, sorgente zampillante di suoni e parole il cui significato è avviluppato al ritmo e alla musicalità, come un canto evocativo. E proprio la lingua è la seconda protagonista in scena: quella “lengua foresta-selvaggia”, “lengua annura-nuda” magistralmente dipinta in Cose sta lengua sperduta del contemporaneo Michele Sovente.

Il viaggio di Toni Servillo si arricchisce di deviazioni rispetto alle cantiche dantesche, affidate a testi materici e profondamente radicati nella terra: Nfunno di Eduardo e Primitivamente di Viviani in cui, al di là di ipotesi di inferno, purgatorio e paradiso, resta la realtà, l’oggi, il presente, fatto di piaceri, cadute, peccati e passioni.
La fine della maratona di sudore, risate e riflessioni amare, arriva in apnea, con il fiato corto nelle rutilanti declinazioni di Napule di Mimmo Borrelli: Napule figlieme, Napule patete, Napule nonneme, Napule fratetete, Napule in dall’anema, Napule tumore, Napule d’ammore”. E il saluto di Toni Servillo a Taranto, battezzata ieri per la prima volta dopo 35 anni di memorabile carriera, è nel canto, per fedeltà a Napoli che, pur nelle lacrime, non smette di musicare la sua storia. Con una sublime versione di A casciaforte di Mangione–Valente e il suo “Pi-ri-pi-ri-pi-ri-ppi-rí….” finale, la voce si fa trombetta che dissacra e sbeffeggia la vita, troppo seria per prenderla seriamente.