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"Nedry_copertina"I Nedry gettano nella mischia il loro secondo album. In a dim light cerca di rendere meno evidente, se non invisibile, il confine che separa la manciata di generi racchiusi nelle 10 tracce del disco. Sembra il primo comandamento delle nuove band indie, solo che qui il test è parzialmente riuscito. Certo, l’elettronica è predominante e pulsa alla stregua di luci stroboscopiche ogni volta che deve spezzare le linee pulite della voce di Ayu Okakita. Prodotto da dancefloor dunque? Havana Nights e TMA inaspriscono lo stordimento e sembrano brani buoni per cavalcare l’adrenalina alcoolica di certe notti. Per contro momenti pervasi da moderno electro-soul coabitano con gli immancabili rintocchi sintetici. A comandarli, le macchine amministrate da Matt Parkerope e Chris Amblin partner munifici per Ayu, abile a plasmare una voce capace di rimandare agguerrita irriverenza o di trasfondere intensa armonia. Float, episodio di spessore, ha timbro meditativo e approccio lounge che esordisce con solennità tale da tradire le origini orientali della nipponica. La conclusiva Home, cullata dal preludio d’organo, lascia il terreno a un loop martellante che si rifugia in un tormentoso trip hop sfrenato, tanto quanto quello padroneggiato dai maestri Massive Attack. Come loro i Nedry vengono dall’Inghilterra, terra di quel dubstep che per tutto il disco serpeggia e a tratti lascia il posto a cenni di drum’n’bass.
In a dim light è il seguito di Condors, debut album pubblicato nel 2010 dal giovane trio che incrocia destini provenienti da Londra, Osaka e Bristol. Equamente diviso tra lampi rinfrancanti e buio denso, il mood musicale è ben espresso dall’evocativo titolo (traducibile con un vago “nella penombra”) e dall’enigmatico arnese che spicca nel buio che avvolge l’immagine di copertina. Non certo avveniristici, ma difficilmente catalogabili, i Nedry s’impongono all’attenzione per l’originalità con cui riassestano la simmetria tra la piacevole fallibilità della voce umana e la fedeltà asettica della macchina.