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"paolo-patrizi" Continuano le interviste ai finalisti dell’Accademia Apulia Photography Award 2011, il concorso annuale di fotografia promosso dall’Accademia Apulia UK e vede come media partner dell’iniziativa il quotidiano on line www.lsdmagazine.com diretto da Michele Traversa. Questa volta tocca a Paolo Patrizi.

Paolo Patrizi è un fotografo documentarista, i cui recenti servizi esplorano le contraddizioni presenti tra tradizione e modernità, nonché le disconnessioni culturali prodotte dalla rapida crescita economica.

Patrizi ha iniziato la sua carriera a Londra, lavorando come assistente di fotografi professionisti. Mentre svolgeva incarichi freelance per riviste inglesi e gruppi di progettazione, ha cominciato a sviluppare progetti propri. Oggi, il suo lavoro consiste di pubblicazioni di spicco ed è esibito a livello internazionale. Le sue foto hanno vinto premi con The Association of Photographers of London, The John Kobal Portrait Award, The Lens Culture International Exposure Awards, The World Press Photo, The Sony World Photography Awards, The Anthropographia Award for Human Rights, The Taylor Wessing Portrait Prize. Alcuni lavori di Patrizi fanno parte della collezione permanente del Museum of Fine Arts di Houston.

I servizi fotografici di Paolo Patrizi sono apparsi su Observer Magazine, Stern, Panorama, Corriere della Sera, GQ, Courrier Japon, Geo, XL Semanal, Przekroj, K-magazine, Handelsblatt, Fotografia Europea, Kaze no Tabibito, Vanity Fair, Sunday Times Magazine.

Paolo Patrizi è finalista del concorso Accademia Apulia Photography Award 2011

Cosa l’ha portata a diventare fotografo?
Mio padre era sempre molto entusiasta di documentare le vacanze in famiglia con la sua Kodak Retinette. Quando decise di aggiornarsi acquistando una più moderna Fujica, io ero solito fotografare i miei amici e stampavo i miei scatti in bianco e nero. E ciò è accaduto finché non mi sono trasferito a Londra, a metà degli anni ’80, dove ho iniziato la mia carriera professionale lavorando come assistente fotografico, ma anche svolgendo commissioni freelance per diversi gruppi di progettazione e per numerose riviste.

Che tipo di attrezzatura usa?
Digitale e analogica – non vedo alcuna ragione per sostenere o preferire un tipo di pellicola piuttosto che l’altra. Non vorrei rinunciare a nessuna delle due. Per il progetto "Migrazione, Storia di Viaggi" ho usato una macchina fotografica di medio formato e una pellicola negativa a colori.

Per il concorso fotografico organizzato da Accademia Apulia lei ha presentato un saggio sul la presenza di prostitute nigeriane presente in Italia. Cosa ha motivato questo lavoro?
Percorrendo strade di campagna alla periferia di Roma non ho potuto fare a meno di notare le donne seminude che punteggiavano il paesaggio. E’ un servizio che ho iniziato a preparare qualche tempo fa, ed ho continuato ad aggiungere immagini per un periodo di tre anni. Purtroppo, la situazione rimane sostanzialmente invariata.
Ho usato immagini paesaggistiche per indagare il fenomeno della prostituzione delle donne immigrate. I segni che indicano parcheggi per auto e i tempi di attesa si mescolano con quelli che evidenziano il passaggio dei clienti. Ciò che emerge è la condizione sub-umana in cui vivono queste persone, ricattate dal miraggio di una regolarizzazione del loro status.
Ho cercato di trasmettere l’emozione e l’atmosfera di quei luoghi inquietanti, permettendo all’osservatore di analizzare le immagini di improvvisati campi del sesso, ricoperti di immondizia. Questi pozzi di sporcizia e abuso sono santuari alle storture della globalizzazione e alla rete di sicurezza sociale. Spero che le immagini comunichino informazioni sufficienti per capire il dolore che queste donne stanno provando. Sono esseri umani e non solo corpi facenti parte di un difficile racconto sociale contemporaneo.

Come narratore visivo, cosa cerca in termini di temi/luoghi?
Credo che ci sia la necessità di raccontare storie che siano lontane dai sentieri battuti.

Il suo lavoro esprime un certo grado di compassione e di empatia per le persone e le situazioni catturate dalla sua fotocamera. Come osservatore e testimone, in che modo gestisce i confini tra lei e il/i soggetti che si è lasciato dietro?
Sono stato appassionato di fotografia per la maggior parte della mia vita, è un modo di vivere, una disciplina. Ho bisogno di essere parte dell’esperienza per poterla catturare. La mia prospettiva personale, i miei sentimenti inevitabilmente entrano a farne parte, ma è l’onestà alla base di qualsiasi tipo di comunicazione.

C’è un fotografo del passato o contemporaneo che ammira in modo particolare?
Ammiro il lavoro di molti fotografi. Luigi Ghirri, Alex Webb e Sebastião Salgado solo per citarne alcuni.

Qual è stato il momento più gratificante della sua carriera?
Nel novembre dello scorso anno ho istruito un gruppo di bambini socialmente svantaggiati della Cambogia durante il Photo Festival di Angkor. Il loro entusiasmo, il loro approccio spontaneo alla fotografia e i risultati del workshop sono stati per me l’esperienza più gratificante.

Su cosa sta lavorando in questo momento?
Le contraddizioni fra tradizione e modernità e le disconnessioni culturali prodotte dalla rapida crescita economica.

Il suo prossimo sogno?
Non so prevedere cosa sognerò stanotte.

Cosa consiglia a coloro che aspirano a diventare fotografi?
Leggete voracemente, fidatevi di voi stessi e del vostro istinto e investite denaro per l’attrezzatura più importante: un buon paio di scarpe comode.