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"Glenn-Hughes"Ci sono al mondo persone diverse da tutte le altre, non migliori, non peggiori ma semplicemente diverse. Che hanno dentro qualcosa che brucia, e sono pronta a scommettere che ciò che di loro ci arriva non sono altro che delle ceneri, scaglie di un anima infuocata che si posano lì tra un riff ed un assolo e vanno a comporre pezzi miliari della musica rock di tutti i tempi. Cerini umani pronti ad infuocare palchi e spettatori. Glenn Hughes è uno di loro. Militante rock nella folta schiera di musicisti e cantanti che a partire dagli anni ’70 hanno dato voce, ma anche contribuito, ad una rivoluzione generazionale, nonché dato vita ai più grandi raduni musicali che la storia ricordi.
A soli 17 anni il suo primo singolo, "Send me no more letters", con i Trapeze segna l’inizio di quella che adesso possiamo definire una lunga, proficua ed invidiabile carriera. Con i Deep Purple dal 1973 realizzarà brani indimenticabili come Burn, Stormbringer, Mistreated , You Keep On Moving e non ultima You fool no one. Le sue collaborazioni non si contano, accreditate o meno sono decine. Anche Tony Iommi lo vorrà per il suo "Seventh Star", e con il quale per un breve periodo collaborò nei Black Sabbath. Dal 1986 ad oggi Glenn Hughes non è mai davvero mancato dalle scene, e nel 2010 entra a far parte dei Black Country Communion, insieme a l’ex tastierista dei Dream Theater Derek Sherinian, Jason Bonham (figlio di John batterista dei Led Zeppelin n.d.r.) e il chitarrista americano Joe Bonamassa. Il cui album di debutto è "Black Country".

Per noi di Lsdmagazine Glenn Hughes ha lasciato uscire ricordi e pensieri, sorridendo e scherzando, ma sempre serio. Serio come il Rock!

Glenn vorrebbe raccontarci i suoi ricordi di California Jam?

Si, c’era un pubblico di  350.000 persone , 100.000 persone scavalcarono le barriere.  Noi eravamo gli headliner del concerto. Blackmore fece il pazzo, spaccò la chitarra su una telecamera, tutti conoscono quello show. Fu un momento esplosivo, anche i giovani ne parlano ancora è una specie di evento storico.

David Coverdale in un’intervista precedente ha dichiarato di non sentirsi parte della scena musicale metal. Anche lei si senti di poter affermare questo?

Sai cosa sono? Un personaggio del rock’n’roll, come posso spiegartelo, sono come un personaggio teatrale. Vedi il mio personaggio nei “Black Country Communion”. Quello sono io. Ma non sono quel personaggio in questo momento. Sono quel personaggio quando vado sul palco e David Coverdale è come me, noi non abbiamo tatuaggi non siamo “dark”, so perfettamente cosa vuole dire, sono d’accordo con lui,  perché nel metal la gente sa quando qualcuno non è metal. Si capisce quando qualcuno è heavy metal. I Judas Priest sono metal, gli Iron Maiden sono metal, i Black Sabbath sono metal. Anche se Tony Iommi odia se lo si definisce metal, è vero! Sono Metal? Sono tutto. Sono rock’n’roll, hard rock, classic rock, jazz,  funk,  freak e cool.

Considerando che la sua città natale è Birmingham, e che anche i Black Sabbath e i Judas Priest lo sono, si può affermare che essa sia stata un fulcro importante per la nascita della musica rock e metal?

Mi piace questo! Nella Black Country dove sono nato abbiamo i Priest, i Sabbath, metà dei Purple. È realtà industriale di lavoratori, macchine, acciaio… una realtà operaia. Tutti veniamo dalla strada: i Black Sabbath, i Purple, i Led Zeppelin, e ci siamo fatti un nome. Abbiamo un suono particolare noi che proveniamo dalla Black Country. Quel suono lo potete ascoltare nella nostra band  “Black Country Communion”.

Attualmente le sue sonorità sono particolarmente orientate verso il genere funk. Il suo strumento, il basso, che importanza riveste in questa scelta, e "Glenn-Hughes1"produrrà mai qualcosa di completamente jazz?

Si certo, (sul fatto che l’album ha il suono del basso molto funk n.d.r.). Be’… è una bella domanda. Se mi avessi chiesto questa cosa tre anni fa avrei risposto diversamente.   Formare i Black Country Communion  ha segnato  il ritorno di Glenn Hughes al rock. E’ molto chiaro … il rock. Confonderei l’intero mondo se tornassi completamente al funk ora. Io ho il funk nel mio sangue, il rock…insomma…io sono entrambe le cose sono funky e rock, posso fare entrambe le cose. E’ come essere divisi questa parte è funk (ed alza la mano destra) e questa è rock (ed alza la mano sinistra). Non è una cosa facile da fare. I fans rock vogliono che faccia rock e i fans funk vogliono che faccia funk. Ho idea che tu sia più una fan del funk, vero?  

Io:A dire il vero rock.

Glenn: Oh, ok.

Conosce e le piace qualche rock band italiana?

Lo sapevo che mi avresti fatto questa domanda. L’unico che ha avuto un certo successo è quel cantante… Zucchero.  Che ha avuto un po’ di successo in America. Non c’è molto rock italiano in America (Hughes ora vive in USA n.d.r.). È un peccato, no? Non è che non voglia, ma non mi capita di ascoltare nessun artista italiano, tranne che quando mi trovo in Italia. Mi dispiace (davvero dispiaciuto n.d.r.).

Glenn: Cosa dovrei sentire? Mi vuoi consigliare tu?

Noi: Magari qualcuno del passato, ad esempio la PFM, o altri gruppi progressive degli anni ’70
Glenn
: Ah si ricordo quel gruppo, ricordo il loro nome.

Ti piace l’Italia?

Ti dico una cosa, mi piace questo Hotel. È come una delle mie case con un grande cancello e viale…è molto bello.

Resta ancora a lungo?

No, torno a Londra domani.

A questo punto, ma già da un pò, l’intervista cambia: Glenn fa domande, è curioso di sapere, spiegare e raccontare e si può ben dire che non sia più una intervista ma una conversazione,  e noi cogliamo l’occasione al volo, eludiamo le pressioni del manager affinché il tutto termini e tiriamo avanti … o forse siamo trascinati proprio da lui.

Glenn: Vieni allo show?

Francesca: Maybe!

Glenn: Mi piace vedere tanti ragazzi ai miei show.

Francesca: Bè è vero i ragazzi continuano a chiedere Voi, i giganti del rock. Come se lo spiega lei questo?

Glenn: Sai, la vera risposta … La vera risposta è che i gruppi di oggi vogliono essere come i Led Zeppelin, i Black Sabbath, i Deep Purple. I loro genitori sono cresciuti ascoltando le mie canzoni e ora i loro figli vogliono ascoltare ciò che i loro genitori ascoltavano e ascoltano! È fantastico! Per la prima volta, voi amate ciò che piaceva ai vostri genitori. Alcuni miei fans sono i figli e le figlie dei miei amici. In Sud America, nel mio pubblico ci sono ragazzini di 12 -13 anni, non sanno l’inglese ma cantano tutte le mie canzoni.

Francesca: Ma se le cose stanno così un errore da qualche parte c’è sicuramente, perché fermo restando che lei e i tutti i suoi colleghi siete e resterete delle star assolute, è possibile che nessuno attualmente riesca a produrre quasi nulla di buono?

Glenn: Sai perché? Perché si sforzano troppo … si sforzano troppo  di copiare. Devi essere libero … essere libero, devi essere te stesso, capire chi sei. C’è solo una Madonna, c’è solo un Paul Mcartney, c’è solo uno Zucchero, c’è solo un … Glenn Hughes, capisci cosa voglio dire? c’è n’è solo uno!

Francesca: Grazie.

Glenn: Grazie.

"Glenn-Hughes2"

E si conclude così tra abbracci, saluti e foto quello che è stato un incontro con un uomo del rock, e se in questo testo non siete riusciti a cogliere la sua straordinaria gioia nel parlare della sua musica ve la assicuro io, che ovviamente ad un invito non potevo dar buca e quindi eccomi lì sotto il palco del Demodè a sentirlo suonare e cantare.

L’apertura del concerto è affidata al gruppo barese dei Southborn, che si dimostrano subito all’altezza del compito. I Southborn suonano un ottimo hard rock anni ’70, massiccio e senza compromessi. Il suono è limpido e potente. Si sente la forte influenza dei Black Sabbath nei loro pezzi, ma anche una notevole energia derivante dalle influenze dei diversi membri della band che militano anche in altre decisamente più orientate verso un metal estremo. In evidenza la gran voce di Nico Bavaro e gli ottimi assoli di chitarra. Sono tutti musicisti di enorme esperienza e componenti di gruppi come i Cruentus e Natron, le punte di diamante della scena metal italiana ed europea. Ricordiamo i loro nomi perché ne sentiremo parlare ancora molto in futuro: Nicola Bavaro (vocals), Domenico Mele (guitar), Antonello Maggi (guitar), Toni Carrassi (bass), Max Marzocca (drums).

Un concerto pieno di energia quello di Glenn Hughes, in cui non mostra alcun segno di cedimento dovuto al tempo. Voce squillante e calda come sempre e grande maestria nell’esecuzione dei pezzi  con il suo basso, come nel passato. Coinvolto, preso e posseduto dai suoi stessi brani si dà al pubblico. E il pubblico c’è, è tutto con lui e non gli nega l’affetto che gli è dovuto.  Il gruppo che lo accompagna in questo mini tour italiano è la Matt Filippini Band.  Il gruppo regge bene il confronto con un mostro sacro che ha suonato davvero con i migliori musicisti del mondo. I pezzi sono tutti intrisi di un sound molto funky oltre che hard, piacevoli da ascoltare e ballare. Il repertorio da cui attingere per lui è infinito, esegue  brani dei Trapeze e dei Deep Purple, ma nessun pezzo dei Black Sabbath (con i quali Hughes ha cantato in un album). Come prevedibile, da chiunque abbia la vaga idea di chi lui sia, vengono eseguiti  i classici dei Deep Purple accolti da boati e applausi alla prima nota come “Burn” e “Mistreated” tratti dall’album "Burn". Tra i più recenti esegue “Soul mover” dell’album solista omonimo. Per il sottoscritto i pezzi forti del concerto sono senza ombra di dubbio “Gettin’ tighter” e “You keep on moving” brani tratti da "Come Taste the Band", mitologico album dei Deep Purple, composto con il compianto Tommy Bolin alla chitarra. “Come Taste” non è il tipico album dei Purple ed è per questo che risulta avere un suono fresco anche oggi. Non potevano mancare i ricordi e le dediche ed infatti in diversi momenti del concerto,  ricorda Tommy Bolin e Mel Galley (Trapeze n.d.r.) i suoi amici chitarristi che non sono più tra noi e nel farlo guarda teneramente in cielo. Poi arriva la fine, ma non per molto, un bis chiamato a gran voce fa rientrare Glenn Hughes sul palco. Canta ancora, si diverte e fa divertire per il tempo di due canzoni ma poi davvero tutto finisce e rimangono solo i diversi minuti di applausi tributatigli dal suo, ormai infuocato, pubblico.

Interprete, traduttore testi e recensione concerto a cura di Michele Langiulli.

Foto Francesca Sisci.

Organizzatore dell’evento RockCult.