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"Maurice-Sachs""Bello" – sottolinea Ena Marchi nella postfazione – "non era proprio: a 30 anni era pingue, quasi calvo, pieno di malattie psicosomatiche piuttosto repellenti. Eppure era pronto a scommettere, vincendo, di riuscire a portarsi a letto chiunque, uomo o donna che fosse, a Parigi al massimo in otto giorni".

Maurice Sachs era un uomo dal fascino straordinario, avvincente quanto la sua vita turbolenta e scandalosa; così al limite, da essere definita da lui stesso un "Sabbà". Titolo che dette al suo libro che, scritto nel 1939, uscì nel 1946, aprendo la strada ad un clamoroso successo letterario con ben otto romanzi successivi in pochi anni. Sachs conobbe da morto (era deceduto in Germania nel 1945) quella fama che in vita non ebbe, ma certo non era stato per lui un problema tale da impedirgli quella vita scandalosa che ne fece un personaggio della Parigi tra le due guerre. Imbroglione, truffatore, alcolizzato, in caccia perenne di soldi, omosessuale dichiarato con qualche avventura femminile, ebreo che si fa battezzare, che entra in seminario dove è accusato di corruzione di minore, che scappa in America dove sposa la figlia di un pastore protestante che abbandona dopo pochi mesi per un giovane americano, fino a diventare durante la guerra una spia della Gestapo. Insomma un uomo irregolare in tutto e in tutto dimentico di se stesso, che sognava di scrivere un grande romanzo senza rendersi conto che la sua stessa vita era quel romanzo come poi divenne. Amico di Cocteau, di Gide e della migliore intelligenza francese del primo dopoguerra, Sachs è stato un cronista arguto e sarcastico, dalla scrittura fantastica, della "gay Paris" di quegli anni: un Oscar Wilde redivivo che narra la sua "giovinezza scandalosa" con un rimpianto che prescinde da ogni senso di colpa, tranne la semplice ammissione di "aver lasciato incresciosi ricordi nella memoria di molti".

Ena Marchi parla di Sachs usando l’espressione "candore dell’infamia" ed ha ragione: nella vita di questo uomo/scandalo vivente c’è una coscienza distratta, on c’è nè immoralità nè amoralità, solo una sua (presunta e rivendicata) "innocenza" che, a suo dire, l’assolverebbe. Sul suo essere ebreo – per di più in tempo di antisemitismo nazista e di Shoah – la questione proprio non si pone: non c’è il caratteristico "odio di se" che ha segnato altri, c’è piuttosto semplicemente "una dimenticanza". Così candida – ma imperdonabile – da fargli guardare al suo popolo massacrato solo perchè "l’uomo è pazzo e crudele" e gli "ebrei non lo sono da meno". Detto questo, basta leggere "Sabbà"per restare stupefatti da una scrittura scintillante e assoluta, come è quella del suo secondo libro più famoso "La chasse a courrè" che ben presto Adelphi manderà in stampa.

Maurice Sachs: "Il Sabba" (Adelphi; pp.332; 22 euro)