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"logo"Eugenio Marrari ha raccontato in esclusiva ai microfoni di LSDmagazine il suo nuovo ed inedito esperimento web-cinematografico.

Vorrei anzitutto chiederli di illustrare ai lettori dove e quando sia nata l’idea di un web-film “cortometrato”. Perché l’idea di un film raccontato con 6 “corti”

L’idea nasce dal mezzo scelto per distribuire il prodotto. Quando ho deciso di intraprendere questa avventura l’idea di fare un film tradizionale, pur attraendomi molto, non era quello che sentivo di voler fare. Nella mia vita lavorativa ho sempre avuto a che fare con i mezzi di comunicazione digitale come creativo. Il mio sogno era riuscire a mixare il formato cinematografico con i linguaggi della rete. Non sono certo il primo ad aver pensato in modo organico a questa soluzione, ma direi che l’esigenza di “spezzare” il film in corti viene proprio dalle modalità della rete. Dove la fruizione delle storie è molto più breve di quella del cinema. Ed ecco perché il frazionamento in più parti.

La sua originalissima idea di raccontare la “crisi” dentro la “crisi” ovvero provare a raccontare come il disastro della economia mondiale riesca a frammentarsi in tante piccole tragedie umane è molto efficace. Le va di parlarcene? La scelta del soggetto “crisi”, più che mai attuale, è riconducibile a qualche motivo in particolare?

La scelta di far nascere un film in rete porta con sé non solo delle esigenze di linguaggio ma anche delle esigenze tematiche. La rete non si emoziona per i meccanismi, ma segue le buone cause. Questo incontrava la mia volontà di far tornare il cinema ad un ruolo sociale, di riflessione comune. Nel momento in cui ho pensato all’articolazione del soggetto, era il 2008 ed era appena scoppiata la crisi. La rete era piena di fotografie di famiglie che vivevano nelle macchine parcheggiate ai bordi delle strade, di lavoratori con gli scatoloni tra le mani, e di file ai bancomat. E sempre i giornali riportavano il titolo “da dove nasce la crisi”. Così ho solo deciso di chiedermelo anche io.

Il concetto di “web-film” è solo il segno di un “nuovo corso” cinematografico o rappresenta una linea proiettata verso il futuro? Quanto di sociale c’è nella scelta dei canali di distribuzione a supporto di questa inziativa? E perché?

Il concetto di web-film è la sintesi che i centri di osservazione e ricerca sulla comunicazione utilizzano per descrivere i formati narrativi distribuiti sul web. Ancora non esiste una definizione univoca perché le produzioni sono diverse e hanno caratteristiche differenti. Il mio punto di vista, ma è solo un parere, è che questa formula sarà qualcosa che si disseminerà velocemente divenendo uno standard. Questo perché il web conferisce al cinema una potenzialità prima sconosciuta. Che è quella sicuramente dell’ascolto del tessuto sociale. Che naviga e si trova ogni giorno in rete. La dimensione sociale è forte nei canali scelti nella distribuzione. Sociale nell’ascolto tramite i social network quando attraverso la pagina facebook chiediamo di aiutarci ad approfondire le tematiche relative alla crisi; sociale nell’esposizione del making del nostro film sul nostro blog, in cui già oggi è possibile leggee, ascoltare, vedere i retroscena della pre-produzione (anche se ancora il film non esiste ancora e non sappiamo se arriveremo davvero in fondo all’avventura), sociale nella distribuzione nel momento in cui speriamo di poter innestare un meccanismo virale di diffusione utilizzando i blog personali, i portali e meccanismi come il pay per tweet.

Lei “nasce” in un “laboratorio sociale” non virtuale (una zona di Milano densa di significati e “colori”). Quanto di quel laboratorio di vita esiste in Lato2? Cosa rappresenta esattamente Lato2?

Lato2 è un laboratorio di indagine sulla creatività e i contenuti new media. Non ha un luogo fisico in realtà, è costituito dall’unione di più professionisti che creano un tavolo di confronto nel momento in cui nasce spontaneamente un progetto dai membri stessi che lo sottopongono al resto della comunità che forma un team di lavoro liberamente. I progetti sono tutti a scopi di ricerca e vengono sviluppati con il diretto investimento dei soci che propongono il progetto e/o con uno scambio reciproco delle professionalità. Purtroppo Lato2 è ancora in ricerca di una vera formula sostenibile, cosa per niente facile. 

Qualche giorno fa il Teatro Strehler e il suo Milano Film Festival hanno aperto una spazio ai suoi sogni ed al suo progetto. Ci parli di questa esperienza e delle emozioni che hai vissuto?

Sì i ragazzi di Esterni, che ringrazio di aver creduto che fossimo degni di raccontare il nostro progetto allo storico MIFF, ci hanno dato uno spazio per raccontare il nostro progetto prima della proiezione della gara di corti del sabato pomeriggio. Diciamo che le emozioni sono difficili da raccontare, ma potrei dire che quando sali pensi “non posso crederci” e quando sei lì a parlarne cerchi di non pensarci per non balbettare. E’ stata un’esperienza importante, per quanto breve, come è normale che sia ad un primo festival. 

Quali sono i progetti per il suo futuro e cosa ha in programma per la crescita del suo laboratorio “culturale” itinerante?

I miei progetti sono semplici. Personalmente spero di proseguire nel mio attuale percorso di autore cross-media che seguo come professionista. In parallelo spero con Lato2 di costruire una realtà in grado di sviluppare un modello valido per fare ricerca, che possa essere replicabile in altri settori e non solo in quello delle arti e della cultura. Ma ripeto, siamo ancora troppo all’inizio. Oggi ancora chi si associa a lato2 investe personalmente nei propri progetti o lavora gratuitamente, scambiando la professionalità o a copertura spese. Ma mi piace molto pensare che chi avesse voglia di ricercare possa un giorno considerare un modello alternativo a quello delle università per farlo e che non sia costretto a portare oltre i confini un’intelligenza di alto livello.