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"XuBing"
Lo stato delle cose – Uno sguardo sull’arte oggi” è stato il tema scelto per la conversazione organizzata presso l’Hotel Oriente di Bari dalla sezione barese di Italia Nostra e curata dal critico d’arte Pietro Marino.
Riprendendo il titolo di un film di Wim Wenders, “Lo stato delle cose”, che narra di un team di cineasti che cerca di girare un film tra mille difficoltà, il critico d’arte si è cimentato nel complesso racconto della realtà dell’arte contemporanea degli ultimi dieci anni.

Marino ha scelto, pertanto, di partire dalla controversa figura di Maurizio Cattelan, l’artista italiano attualmente più famoso e quotato, le cui opere (la statua di Papa Wojtyla colpita da un meteorite, i fantocci di tre bambini impiccati esposti in piazza XXIV Maggio a Milano) hanno fanno discutere e continuano a creare polemiche, non ultimo il dito medio esposto in piazza della Borsa a Milano, chiara provocazione al sistema economico e alla realtà che stiamo vivendo. In particolare ci si è soffermati su un’opera, Untitled (2001), – venduta all’asta nel 2008 da Sotheby’s per circa 8 milioni di dollari –, dove un furtivo Cattelan sbuca dal pavimento nel centro di una sala di un museo dell’800 e sembra chiedersi “che ci faccio qui?”. La stessa domanda si pone, ovviamente,  anche il visitatore che rimane come spiazzato da tale “sorpresa”.  Eppure la sorpresa, ha fatto notare Marino, metafora della condizione dell’arte contemporanea, è un sentimento ormai centenario; basti pensare all’opera di Picasso, Les demoiselles d’Avignon, che nel 1907, fece scalpore e determinò una svolta decisiva,  così come nel 1962, l’apparizione delle prime serigrafie di Andy Warhol produssero un effetto sconvolgente nel panorama artistico contemporaneo.
A partire dalle Avanguardie, infatti, ha sottolineato il critico, l’arte è dominata dai new media e dalla riproducibilità tecnica delle opere;  in essa, inoltre, fanno irruzione oggetti, corpi e azioni che danno vita ad installazioni e performance, che contribuiscono ad abolire così le barriere tra i diversi linguaggi.
Marino, a proposito dell’arte contemporanea, ha citato il titolo di un libro,"Arte si fa con tutto"di Angela Vettese, che è anche il principio alla base del concetto innovativo di ready made dell’artista Marcel Duchamp, per il quale un oggetto, sottratto al suo uso comune, diventa opera d’arte “pronta e fatta”. Una concezione che ha rivoluzionato l’esperienza dell’arte, intesa non  più come dimensione contemplativa,  ma come ricerca di diversi punti di vista sul mondo. Il continuo rapporto di in e out, come lo definisce il critico, per il quale l’opera d’arte esce dal museo per diventare oggetto di uso quotidiano e poi vi rientra sotto nuova forma che ne legittima l’artisticità, non è altro che la declinazione di etica ed estetica, temi cardine che hanno da sempre caratterizzato l’arte.
"Diventa del resto più difficile", ha continuato Marino, "orientarsi in questo settore nel momento in cui, a partire dalla metà degli anni’80, scompaiono i movimenti e i relativi manifesti, che per lungo tempo avevano incasellato i vari generi". Se infatti per l’artista moderno si può parlare di due dimensioni temporali: il passato da negare ed il futuro da affermare, l’artista post-moderno si muove nel presente, il tempo orizzontale della frammentazione. Eppure, con la fine di questo decennio, secondo Marino, ci stiamo congedando anche dal Post-modernismo, addentrandoci in quella dimensione temporale che Zygmunt Bauman ha definito “liquida”.
Ad illustrare tale tesi, il critico ha poi proposto l’opera The Clock dell’artista americana "fortheloveofgod"Christian Marclay, un film di 24 ore composto da sequenze di diverse pellicole, in cui i personaggi interagiscono con il tempo, quasi un mosaico di storie che, intrecciandosi, modificano presente e passato.

Diverso, ma esemplificativo di come i temi nell’arte si ripropongano in diversi momenti storici è il caso dell’artista inglese Daniel Hirst, che nel ’97 propose, in occasione di una mostra, The Physical Impossibility Of Death In the Mind Of Someone Living (ovvero, L’impossibilità fisica della morte nella mente di un vivo): si trattava di uno squalo di 4 metri e mezzo “imbalsamato” nella formaldeide. Un’altra opera di Hirst ancora legata al tema della morte, ha suggerito Marino, è For the Love of God (Per l’amor di Dio), esposta nel 2007 a Palazzo Vecchio, il tempio del Rinascimento italiano. Essa consiste in un calco di platino di un teschio umano in scala reale, tempestato da 8.601 diamanti per un totale di 1.106,18 carati: la vanitas, intesa come memento mori, diventa nell’opera di Hirst, un teschio che ride e si fa beffa dell’immensurabile valore che porta in sé.
Un altro artista, ha fatto notare il critico, riprende il medesimo tema del teschio, questa volta come spunto di denuncia politica e sociale. Si tratta dell’indiano Subodh Gupta, che nel 2006 ha realizzato lungo il Canal Grande, di fronte a Palazzo Grassi, Very hungry God (Dio molto affamato), un enorme teschio umano realizzato con un assemblaggio di pentole, contenitori e utensili da cucina in acciaio inossidabile. Un memento mori che sorprende non solo per le dimensioni e la scintillante materialità, ma anche perché riesce molto bene a trasformare questi oggetti quotidiani in un monumento alla caducità della vita umana. La propensione dell’artista ad accumulare “cose” suggerisce l’accelerazione dell’economia indiana, mentre la povertà dei materiali domestici riflette l’estrema miseria delle classi piu’ povere dell’India. E’ evidente il contrasto tra il dio “brillante” di Hirst e quello “lucido” di Gupta, che rappresenta uno degli elementi  protagonisti che irrompono ad inizio secolo nel panorama artistico: le culture orientali (Cina, India, Medio Oriente) che in qualche modo anticipavano l’esplosione delle nuove potenze economiche e politiche.

Marino ha proseguito l’interessante conversazione, definendo il fenomeno del Glocal,  che consiste nella contaminazione di linguaggi internazionali con immaginari che si nutrono di identità locali. Significativo in tal senso l’esempio da lui citato dell’artista cinese Ai Wei, che ha portato cento milioni di semi di girasole nei mille metri quadri di una sala della Tate Modern di Londra. Sunflower seeds è, infatti, una distesa gigante, alta dieci centimetri, creata utilizzando 150 tonnellate di semi di porcellana, realizzati e dipinti a mano da artigiani cinesi. L’artista dissidente ha inteso così ricordare il tempo della carestia, tra il 1959 e il 1961, quando il popolo cinese aveva duramente sofferto la fame, attraverso un’opera di forte impatto  estetico, ma, al tempo stesso, ispirata da un’arte tipica della  tradizione cinese, come la lavorazione della ceramica.
Rivolgendo poi lo sguardo alle mostre del prossimo autunno e inverno in Italia, che si muovono,  da un lato intorno all’Arte Povera e dall’altro sono vicine alle Transavanguardie e, quindi, segnano un ritorno, ancora una volta, al passato, Marino ha voluto tentare un’analisi di tale fenomeno, individuando una serie di “sintomi”. In primis il comune e diffuso avvertire una situazione di persistente disagio e, quindi, la conseguente necessità di appigliarsi a ciò che è già stato fatto. Ciò, tuttavia, non significa riproporre semplicemente il passato, ma riscoprire da nuovi punti di vista e rileggere storie e avvenimenti che ci sono appartenuti. Il critico ha indicato il caso dell’artista pugliese Francesco Arena che, con l’opera La cella ha ricreato in scala 1:1 l’ambiente ricavato all’interno di un appartamento in via Montalcini 8, a Roma, dove, in base alle testimonianze di Anna Laura Braghetti, Prospero Gallinari e Mario Moretti, tra il 16 marzo e il 9 maggio 1978, Aldo Moro avrebbe trascorso i suoi ultimi cinquantacinque giorni di vita, prigioniero delle Brigate Rosse. Un altro “sintomo”, secondo Marino, è la domanda crescente di New Realisme che sta alimentando l’Arte Pubblica declinata in diversi modi. In primo luogo, infatti, un’arte che privilegia spazi pubblici quali luoghi marginali, soprattutto le periferie, dove gli artisti intervengono con istallazioni site specific o con context specific. L’Arte Pubblica, inoltre, assume una valenza sociale nel momento "subodh-gupta"in cui corrisponde ad un’iniziativa soggettiva. E’ il caso, suggerisce il critico, dell’artista belga Francis Alÿs, che lavora sul tema del margine, della frontiera e nel 2002 ha dato vita alla performance When Faith Moves Mountains (Quando la fede muove le montagne), realizzata fra le dune di Lima:  egli ha persuaso 500 studenti peruviani a camminare in linea sotto il sole spalando la sabbia, con lo scopo di spostare di pochi centimetri la duna, esaltando il concetto di massimo sforzo e minimo risultato. Questa opera, che nasce dalla riflessione sul fallimento del governo peruviano di allora, intende coinvolgere gli abitanti, ponendo le basi per una discussione, non solo sulla politica, ma anche sul ruolo dell’arte.
In terza istanza, l’Arte Pubblica è politica come, ad esempio, nella performance dell’artista Cesare Pietroiusti, il quale in Eating money ha creato un’asta in cui si possono offrire cifre corrispondenti alla somma di due banconote (es. minimo 10 euro, max 1000 euro), che gli artisti ingeriscono davanti al pubblico, impegnandosi a restituirle al vincitore, una volta evacuate e ripulite, insieme ad un certificato.

La interessante conversazione ha poi fatto riferimento ad alcuni temi di strettissima attualità, quando Marino ha segnalato la mostra, in corso presso il Centro di cultura contemporanea a Palazzo Strozzi, Declining Democracy, Ripensare la democrazia tra utopia e partecipazione, a proposito della necessità di denuncia del disagio che la società vive attualmente. Il critico ha inoltre citato il fenomeno degli Indignados, prima spagnoli ora anche americani, e il un nuovo movimento “Occupy Wall Strett”, luogo simbolo della finanza. A tale proposito Marino ha fatto presente che si sta iniziando a parlare e a leggere sul web della possibilità di indire la Biennale dell’occupazione (ne è nato anche un sito); tutte azioni, insomma, volte ad alimentare la protesta e quindi ad incoraggiare ad essere parte attiva nei processi democratici.
"Tuttavia", ha concluso il critico, "l’arte non offre risposte, ma pone domande" ed ha voluto citare, ancora una volta, un’opera che l’artista cinese Xu Bing ha  inaugurato nella vetrina di un negozio in disuso a Madison Square Park; si tratta di alcune parole di un poema zen disegnate sul sottile strato di polvere:"As there is nothing from the first, Where does the dust itself collect” (Dal momento che in principio c’è il nulla, dove può posarsi la polvere?). La materia prima dell’installazione è la polvere, la stessa raccolta dall’artista al World Trade Center nel settembre del 2001.