Tempo di lettura: 2 minuti

"marc-augè"Migrazioni contemporanee come indicatori di vitalità, del desiderio di vivere altre vite; decentramento nella città come lo spostamento di forze vitali dal centro storico alla periferia e viceversa. Lo ha detto l’etnologo e antropologo Marc Augè che, insieme con l’antropologa e architetto Alessia de Biase e l’architetto Piero Zanini, ha parlato di "Un desiderio di citta", cioè di quale sia il modello di città possibile, in un incontro organizzato da ‘Frontierè, iniziativa in corso a Bari fino al primo ottobre. La rassegna, con incontri, proiezioni e happening, si propone di dimostrare come ogni frontiera non sia uno sbarramento ma possa essere considerata piuttosto un luogo di passaggio, di comunicazione."Ogni città" – è stato detto nell’incontro con Augè – "in passato era delimitata da confini, da frontiere con valore difensivo, le antiche mura che servivano a proteggere dai nemici esterni. Il senso primo della frontiera era" – hanno detto – "l’attraversamento che preannuncia l’incontro, l’anelito a compiere il salto oltre e il timore di spostarsi al di là. E se la civiltà del XX secolo, costruita sul modello europeo, è il massimo esempio della modernità, il mondo urbanizzato realizza nella frontiera il desiderio di relazionarsi con l’altro conservando la propria identità e arricchendosi al confronto". "Ma il decentramento" – ha continuato Augè – "è anche all’interno di un individuo che tenta con le nuove tecnologie (cellulari, computer) di mettersi in relazione con altri".Le massicce migrazioni possono però portare a città abitate da fantasmi e questo effetto deve spingere gli studiosi non soltanto a cercare nuove forme di comunicazioni, ma anche nuove forme di città.