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"BiennalePer chi desiderasse vedere a catalogo il più vituperato Padiglione Italia della storia della Biennale di Venezia, a firma Vittorio Sgarbi, dal sibillino titolo “L’arte non è cosa nostra”, ebbene si prepari ad attendere, perché ad oggi non c’è ancora. Soprattutto non è inserito nel catalogo generale della 54esima kermesse veneziana, intitolata “Illuminazioni” e affidata alle svizzere mani di Bice Curiger.
Imprevedibilmente in ombra tipografica, anche se nei bookshop assicurano che prima o poi arriverà, il Padiglione Italia ha saputo raccogliere la luce delle peggiori critiche nazionali ed internazionali. Al punto da offrire il fianco ad un comune sospetto. Non sarà che accumulare sconsideratamente le segnalazioni di circa duecento intellettuali italiani, affastellando opere di ogni foggia, grandezza e tipo segni una valevole rivoluzione nel panorama artistico, e nonostante sia dileggiatissima al presente incontri inatteso consenso in futuro? Chissà.

Qualcosa però val la pena di evidenziare. La presenza del Museo della Mafia, nato da un’idea dell’eccessivo Vittorio e realizzato da Cesare Inzerillo sempre nel Padiglione Italia. Installata in alto, e raggiungibile con una scala, pare soggiogare con la sua oscura presenza tutto ciò che vi sta sotto. Pareti nere, poca luce, il suono ticchettante ed ormai desueto di una macchina da scrivere ad alto volume, questo museo a tema, guida un inquietante percorso dove alle pareti, in grande formato, campeggiano le prime pagine dei giornali italiani con le uccisioni di mafia, a partire dalla controversa storia del bandito Giuliano ad oggi.

"BiennaleUn cartello recita: “Sentite la mafia. Uscite. Passate alla cabina successiva. L’ordine non importa”. Qui dieci cabine della grandezza di quelle telefoniche, propongono il meno omertoso ritratto della mafia italiana; dei suoi rituali, dei suoi uomini, delle sue pratiche, del male di cui sono portatrici. Una cabina propone in filmato un ancor giovane Mike Buongiorno enunciare il famigerato allegria, immediatamente seguito da raccapriccianti immagini dei telegiornali dell’epoca. La numero 10 è una cabina parlatorio, con vetro che divide ed un citofono in cui si sente un colloquio registrato. La cabina è doppia, e qualcuno può entrare dall’altro lato. Metafora spietata di un paese avvezzo a vedere la mafia in volto, troppe volte separato soltanto da un vetro sottile.
Il guazzabuglio estetico del Padiglione Italia, degno di un decadente Vittoriale D’Annunziano, rimane qualcosa di assurdo e inguaribile, il Museo della Mafia merita una considerazione differente.
C’è coraggio, coraggio e verità. Vecchie, risorgimentali, commoventi, talvolta ancora possibili, bandiere, per un’arte che “Non è cosa nostra”.