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"Bari"
Continua il viaggio dedicato alla storia della Puglia e del Meridione, descritta dall’appassionato di storia e cultura barese Nicola Mascellaro che da più di trent’anni fotografa questa realtà e la racconta. Al suo attivo ha diverse pubblicazioni. 

Ufficialmente il 22 maggio scorso la squadra del Bari è retrocessa in serie B. Ufficiosamente, unica compagine fra le 20 squadre di serie A, ci stava già da diverse settimane.
È una ‘tradizione’, alcuni direbbero una persecuzione della sorte, per i ‘galletti’ scendere all’inferno della serie B dopo una breve, a volte brevissima, permanenza in serie A.
Quale che sia la causa fa male lo stesso.
Una retrocessione questa volta ancora più incomprensibile dopo l’esaltante campionato 2009/2010. Una beffa che, onestamente, la città, i cittadini del più grosso centro commerciale, industriale e politico della Puglia, non meritano. Una città metropolitana che con il suo interland può raggiungere i sette, ottocento mila abitanti – e una tifoseria che al San Nicola può fare il pieno per ogni gara interna – è ‘costretta’, dalla sorte, a soggiornare quasi stabilmente nella serie dei cadetti.
Ma così è. Così è sempre stato. Tanto che il massimo esperto di calcio barese, Gianni Antonucci, l’ha definita ‘squadra ascensore’. È un ‘destino’ che ci sta stretto. Dopotutto la massima aspirazione della tifoseria ‘biancorossa’ non è quella di vincere lo scudetto di Campione d’Italia, ma di avere una squadra attrezzata per ‘abitare’, il più a lungo possibile, ai piani medi di quel grattacielo che si chiama serie A; per non essere sbeffeggiati dal Chievo – una squadra di quartiere – e, se non altro, per il piacere di ‘intrattenersi’ con gli inquilini che solitamente abitano i piani alti, avere, se capita, la soddisfazione di spuntare la cresta al Milan, all’Inter e ai più blasonati juventini.
Invece no! Ogni volta che ci siamo guadagnati l’ascensore per il ‘palazzo’ della serie A, non abbiamo fatto in tempo a mettere piede sul pianerottolo che d’un balzo s’è avvicinato un ‘tizio’, inviato dalla sorte e, con cortesia e fermezza ci ha fatto osservare: «amici, questo non è il vostro piano. Non vi è consentito salire a questo livello senza giacca e cravatta!».
Quando si dice ‘la sorte’!
"Bari"Nel 1990 si svolgono in Italia i campionati mondiali di calcio. Bari, città designata ad ospitare alcune gare, per l’occasione ha costruito lo splendido stadio San Nicola. Nella stessa stagione calcistica 1990/91, i ‘galletti’ del Bari, insieme alla squadra del Lecce, militano in serie A.
Finito il campionato, il Bari, sia pure per un pelo, riesce a rimanere nei quartieri alti. Il Lecce, invece, guidato dal grande campione polacco Zibi Boniek, retrocede in serie B. Don Vincenzo Matarrese, giustamente orgoglioso, fiero della permanenza in serie A e del nuovo, magnifico stadio San Nicola che in ogni gara interna è gremito di pubblico, plaudente e pagante, decide che per la stagione 1991/92, bisogna fare un salto di qualità: dare alla squadra quell’uomo in più, il campione che dovrebbe poter fare la differenza, per mettere in campo una squadra competitiva e realizzare il sogno della tifoseria: restare, per più di qualche anno, fra le grandi di serie A.
La nuova stagione calcistica vede la Puglia presente in serie A con due squadre: i ‘galletti’ del Bari e i neo promossi ‘diavoli’ rosso-neri del Foggia. Il Foggia delle meraviglie, quello guidato dal tandem Casillo e Zeman, il ‘mago’ boemo.
Anche Vincenzo Matarrese, consigliato dal suo allenatore, Gaetano Salvemini – anche questi di Molfetta come l’omonimo storico-meridionalista – che è riuscito a tenere i ‘biancorossi’ in serie A, è determinato a costruire una grande squadra. E, fin da maggio 1991 avvia una lunga telenovela con gli inglesi dell’Aston Villa. Una trattativa tesa ovviamente a risparmiare, per l’acquisto del centravanti David Platt, calciatore più volte convocato dalla Nazionale britannica.
È un tormentone che appassiona tutta la città e che farà dire a Salvemini… «ho deciso di restare al Bari – ma nessuno l’aveva mandato via – perché la Società punta in alto». E la Società annuncia che Platt… è l’uomo che ci porterà in Europa.
Finalmente il 17 luglio la trattativa con l’Aston Villa è risolta. Naturalmente a vantaggio dell’Aston e di Platt. Solo il biondo albione è costato, alla Società ‘biancorossa’, 19 miliardi di lire. Una enormità per le tasche di don Vincenzo che, a beneficio delle casse della Società, farà passare l’idea che il Bari abbia acquistato il più abile centravanti del mondo.
Quando però inizia il campionato ci si accorge che sì, c’è Platt, e poi? Chi fornisce i necessari ‘assist’ allo statuario inglese? Il Bari ha veramente un grande centravanti ma non una squadra, tant’è che dopo un mese e mezzo i ‘galletti’ hanno già la cresta piuttosto abbacchiata: hanno realizzato due soli punti in cinque partite. Matarrese corre ai ripari.
Il 30 settembre esonera, insieme, l’allenatore Salvemini e il direttore sportivo Franco Janich artefici di una campagna acquisti disastrosa. Il trainer molfettese è sostituito dal polacco Boniek che chiede a don Vincenzo rinforzi per il centrocampo. Il Presidente si rivolge a ‘Sua Emittenza’ Silvio Berlusconi, presidente del Milan, che invia a Bari, in prestito naturalmente, prima il centrocampista Angelo Carbone e, a novembre, il croato Zvonimir Boban cui segue l’altro croato Roberto Jarni acquistati dal ‘generoso’ Cavaliere per un tozzo di pane. I calciatori slavi sono praticamente in fuga dalla loro sventurata patria dilaniata da differenze etniche, sociali e religiose. La Jugoslavia è sull’orlo della guerra civile. Rinforzato il centrocampo, il 4 novembre, un soddisfatto Boniek afferma: «questo Bari si salverà»… e colleziona sei sconfitte consecutive e un pareggio. Un mese dopo, nuovo colpo di scena: Matarrese richiama Salvemini, ma i calciatori e la tifoseria lo contestano. Boniek resta. La ‘piazza’ ha inventato una nuova massima: allenatore che perde non si cambia! Come finisce? Esattamente come i Lettori stanno immaginando. Il Bari prende l’ascensore per l’inferno della serie B e Boniek colleziona il secondo ‘insuccesso’ della sua breve esperienza da allenatore. Quanto è costato il sogno di don Vincenzo? «Quaranta miliardi – scrive il cronista sportivo della Gazzetta, Vito Marino – quaranta miliardi bruciati in pochi mesi alla fiera dei sogni. Quaranta miliardi di illusioni e di veleni. Un colossale fallimento che ha pochi precedenti nella storia del calcio italiano». Per Bari e il Bari, la stagione calcistica ’91/92 si chiude all’insegna dell’incredulità e della rassegnazione. E Zibi Boniek, che voleva diventare un grande allenatore, che fine ha fatto? Dopo aver collezionato due retrocessioni consecutive, del Lecce e del Bari, il Polacco rinuncia a fare l’allenatore. Ma doveva proprio infelicitare due squadre pugliesi prima di porre fine alla sua carriera di allenatore? Ancora una volta il… destino cinico e baro.
"Bari"Che altro può essere? Nessuna squadra al mondo ha nella sua storia l’incredibile avvicendamento di ben sette allenatori, nella stagione 1950/51, per la speranza di salvare ‘la Bari’ dalla retrocessione in serie C!
La lunga storia del Bari.
Il Bari Foot-Ball Club nasce il 5 gennaio 1908 per iniziativa di quattro ragazzi. Tre sono stranieri di nome, ma italiani e baresi di fatto e di sentimenti. Si chiamano: Giovanni Bach, Gustavo Kuhn e Floriano Ludwig. Il quarto è Giovanni Tiberini. Sono tutti rampolli di commercianti di vario genere naturalmente benestanti.
La sede sociale e gli spogliatoi sono situati in un locale di fronte all’odierna Caserma Rossani dove c’è un rettangolo di gioco a tutti noto come il San Lorenzo. Colori: casacca rossa e mutandine bianche.
I quattro sono, insieme, soci e calciatori. Per far parte del Foot-Ball Club e avere il diritto di giocare, bisogna pagare una quota d’iscrizione e un’altra fissa settimanale per l’acquisto di scarpe e palloni. La stoffa per magliette e mutandine è fornita, a prezzi stracciati, dal negozio di tessuti del padre di Ludwig.
Le adesioni non mancano. In breve tempo si organizzano tre squadre che giocano più o meno assiduamente tra loro in combattute partite amichevoli. Gli scontri veri, con il pubblico, naturalmente non pagante, si giocano la domenica: chi perde paga le già famose ‘gazzose’ dei fratelli Violante.
Molto attesi, per la verifica dell’abilità raggiunta dai calciatori e dalla squadra titolare, gli ‘scontri’ con gli equipaggi dei piroscafi inglesi che vantano di aver inventato il calcio. E doveva essere proprio vero perché la terminologia giornalistica dell’epoca è piena di vocaboli inglesi.
Di solito le sfide fra i nerboruti marinai di Sua Maestà britannica e i ragazzi baresi, si consumano direttamente sulla banchina del porto, al massimo di fronte al mar Isabella dove c’è più spazio e si può contare sul supporto della tifoseria.
Poi, a Taranto, nasce la Società di calcio Pro Italia e iniziano i derby.
Ma il calcio è ancora uno sport per neofiti. Gli sport che a Bari vanno per la maggiore sono sempre il ciclismo, il canottaggio e l’atletica. Ad affollare il campo San Lorenzo, dunque, sono i giovanissimi di 12/13 anni cui è negata l’associazione al Bari.
Qualche anno dopo, però, un gruppo di studenti della Scuola Industriale, comincia ad addestrarsi al gioco della palla rotonda dando vita, alfine, all’Unione Sportiva Ideale. Quota associativa: 25 centesimi, quota settimanale: 15. Colori: maglia blu con stella bianca sul cuore e mutandine bianche. Presidente è il sedicenne Attilio Coccioli.
I ragazzi dell’Ideale covano un’unica ambizione: misurarsi e battere quei presuntuosi del Bari F.C. che però, non hanno alcuna intenzione di giocare con quei quattro mocciosi. Al massimo gli consentono di giocare con le loro riserve.
Poco a poco, insomma, fra gli accesi scontri dei ragazzi dell’Ideale e le riserve del Bari, le partitelle con equipaggi d’altre città marinare, quelle con gli stranieri e i brevi tornei con squadre interprovinciali, il gioco del calcio comincia a fare proseliti ed a richiamare sempre più spettatori al campo San Lorenzo.
Anche le iscrizioni al Bari F.C. e all’Unione Sportiva Ideale aumentano, ma ancora una volta, ai bordi dei campi di gioco restano altri scontenti: le riserve dell’Ideale e le riserve delle riserve del Bari che protestano vivacemente perché non li lasciano giocare. Dopotutto anche loro, come tutti, sono soci-calciatori paganti eppure costretti a fare anticamera o sperare che qualche titolare s’infortuni, cosa assai improbabile quando si è animati dalla passione.
Finisce che le riserve dell’Ideale e le riserve delle riserve del Bari, stanche di assistere alle partite di calcio altrui, decidono di dar vita ad una terza Società: il Football Club Liberty. Quota associativa: 25 centesimi, quota settimanale: 10 centesimi, per fare concorrenza all’Ideale. Colori: maglia a strisce orizzontali rosso-blu, mutandine bianche. Presidente, Umberto Valletta.
Con gli avvincenti match di quei 22 scalmanati sbarbatelli dell’Ideale e del Liberty – nessuno ha più di 13/14 anni – che corrono come matti e qualche volta se le danno di santa ragione, la squadra dei ‘professionisti’ del Bari comincia a perdere ammiratori. La tifoseria si appassiona e si schiera, come mai prima, alle due nuove squadre che rappresentano, fra l’altro, due diversi ceti sociali: i tifosi dell’Ideale sono i ragazzi della città vecchia e dei quartieri popolari; i tifosi del Liberty, in maggioranza rampolli della terza squadra del Bari, sono i figli dei commercianti, impiegati e professionisti.
Sono nati i derby cittadini.
Poi, la guerra, la grande guerra, spazza via tutto. Entusiasmo e ardore sono per la Patria e fra le rovine della guerra finisce anche il Bari Football Club.
Diversi calciatori si perdono sui campi di battaglia, altri perdono la voglia di giocare.
Restano le squadre e le tifoserie, più accese di prima, del Liberty – che ha nuove maglie a strisce verticali bianco-blu – e dell’Ideale con maglie a strisce verticali nero-verdi.
Nel 1919, in occasione della prima Pasqua senza guerra, il Liberty organizza un torneo di calcio interregionale amichevole nell’ormai vecchio campo San Lorenzo esigendo, per la prima volta, il pagamento per l’ingresso.
Al torneo partecipano il Foggia, le squadre tarantine della Pro Italia e Audace; il Lecce, il Brindisi sport, la Pro Gioia e naturalmente l’Ideale. Sfide campanilistiche appassionanti, ma gli scontri più attesi del torneo sono sempre quelli fra l’Ideale e il Liberty. La vecchia tifoseria è tornata a difendere i propri colori acuita da un divario sociale sempre più profondo per l’estrema miseria del dopoguerra.
Accade, dunque, che i proletari-socialisti si ritrovano con l’Ideale e i benestanti liberali parteggiano per il Liberty. Dal 1919 al 1923 è l’Ideale a dominare il calcio cittadino; dal 1924 al 1927, quando Mussolini ha ormai convinto gli italiani che non esistono proletari e liberali… che l’Italia è una, una sola ed è fascista… predomina il Liberty.
"Bari"In realtà, nel 1924 il Liberty è ad una svolta importante: gli ex fondatori del Bari F.C., Floriano Ludwig e Gustavo Kuhn, sono diventati soci del Liberty e a novembre, con nuove risorse economiche in cassa, comprano il calciatore ungherese Janos Hajdu, il primo straniero nella storia del calcio barese. Nella stessa squadra, poi, comincia a mettersi in luce il giovane Faele Costantino… un ragazzo di 17 anni che s’impone come ala veloce dal buon dribbling… è il commento della Gazzetta di Puglia che dedica sempre più spazio al gioco del calcio fino ad editare, nel 1926, la Gazzetta del Lunedì, un ricco settimanale di sport e spettacolo.
Naturalmente anche l’Ideale ingaggia il suo magiaro, un forte goleador, tale Mazuka.
Ma c’è sempre il problema dello stadio. Il campo San Lorenzo è dei militari. È un rettangolo regolamentare, ma c’è poco spazio per la tifoseria sempre più numerosa e accesa. Urge un nuovo campo di calcio. Promotori della nuova esigenza sono ancora una volta gli esperti Ludwig e Kuhn che divenuti dirigenti del Liberty si mobilitano alla ricerca del suolo e dei finanziatori.
L’area è individuata nel quartiere Carrassi. La nuova struttura, realizzata in economia, è inaugurata l’8 dicembre 1925 con l’altisonante titolo di ‘Campo degli Sport’.
Dov’era? Nell’odierna arteria di viale Giovanni XXIII. Nello spazio fra il Carcere giudiziario e le scuole medie prefabbricate. Era ancora lì negli anni Cinquanta.
Nel frattempo Mussolini si è impadronito del Paese e il fascismo comincia ad imporre le regole cambiando la vita culturale e sociale dell’Italia e degl’italiani. Il 3 febbraio 1927 il Liberty, ossequiente al desiderio del Podestà di Bari Araldo Di Crollalanza, cambia ragione sociale per far rinascere il Bari F.C.
La parola ‘Liberty’, come tutti i termini in francese e inglese, vengono progressivamente ‘aboliti’: suggerivano vecchie piaghe della società italiana guarite dalla politica risanatrice del fascismo. Dopotutto la squadra del Liberty non rappresentava più tutta la città.
Rivestiti, dunque, d’ardore e d’entusiasmo ‘fascista’ il neonato Bari F.C., che ha conservato la maglia del Liberty a fasce bianco-blu, nel 1927 tenta la scalata per accedere alla Divisione Nazionale, ma è beffato dalla Lazio proprio all’ultima gara e resta nel torneo di Prima Divisione Sud.
Nella stagione successiva, 1927/28, il Bari milita nel girone D di Prima Divisione Sud composto di otto squadre. Nello stesso girone, però, la Federazione calcistica ha inserito anche la Fiorentina. Perché? Che c’entrava? Era chiaramente una forzatura. E i Viola, che avevano costruito una bella squadra, si guardarono bene dal protestare: avevano l’occasione di vincere facilmente il girone e accedere subito nella Divisione Nazionale.
A nulla valsero le rimostranze delle altre squadre, baresi in testa, presenti nello stesso torneo con l’Ideale e il Bari. Le dirigenze delle compagini pugliesi videro, nell’imposizione della Federazione calcistica, un chiaro intento discriminatorio: si voleva tenere ‘terroni’ lontano dalla Divisione Nazionale.
Ma accadde l’imponderabile. Il 15 gennaio 1928 il Bari batte la Fiorentina per 5 reti a 3, vince il girone e si aggiudica la promozione nella Divisione Nazionale.
La gioia, la soddisfazione dei dirigenti e della tifoseria per aver sfatato un tabù a vent’anni dalla fondazione del Bari, è troppo grande per pensare alle nuove esigenze, ai sacrifici ancora più grandi e necessari per disputare un campionato nella massima divisione.
Passata, poi, l’euforia, i dirigenti ‘della Bari’, come si diceva all’epoca, sono chiamati alla realtà, cominciano a rendersi conto che ospitare dignitosamente gli ‘squadroni’ del Nord pone problemi da incubo.
Bisogna convincersi – scrive Renzo Curatolo l’inviato della Gazzetta a seguito del Bari – che non si può pensare di disputare l’impegnativo campionato nazionale con la stessa mentalità e con l’uguale goliardico entusiasmo con cui si disputano i tornei calcistici interregionali. Ci vogliono atleti competitivi, un allenatore professionista, adeguate disponibilità economiche, competenze organizzative, soprattutto uno stadio. Neppure il nuovo Campo degli Sport è abbastanza capace per accogliere la tifoseria delle grandi squadre del nord.
Bisogna rifare il rettangolo di gioco, le tribune, gli spogliatoi, i servizi e, naturalmente, ridurre il numero dei ‘portoghesi’. Il calcio costa. Si è voluto soddisfare l’orgoglio, la voglia di vincere, di stare al passo con le ‘grandi’ città settentrionali perché Bari non è seconda a nessuna? Bene, queste cose costano.
In realtà con il fascismo la città stava vivendo un periodo di grande sviluppo economico, frutto di un impressionante numero di opere pubbliche messe in cantiere dal Regime, che stava trasformando il volto di Bari fornendo nuova linfa alla sua vocazione commerciale con evidente benessere sociale. Il fascismo voleva fare di Bari ‘un ponte verso l’Oriente’.
Circa un mese dopo, il 27 febbraio 1928, con un nuovo intervento delle autorità fasciste, la Società dell’Ideale è sciolta, la squadra è assorbita dal Bari F.C. che diventa Unione Sportiva Bari. Via, finalmente, quel fastidioso ‘Foot-Ball Club’.
Intanto, anche la Gazzetta ha ampliato il proprio orizzonte. Da due anni edita un settimo numero, quello del lunedì dedicato allo sport e agli spettacoli e, consapevole dell’oneroso impegno della nuova Società, lancia appelli accorati ai dirigenti della Società, all’Amministrazione comunale e alla segreteria federale… bisogna salvare il Bari, mancano fondi, si rischia di restare fuori dalla Divisione nazionale.
L’appello, rilanciato a luglio è raccolto dal segretario federale Leonardo D’Addabbo che, allarmato, conferisce a Raffaele Gorjux pieno mandato per risolvere la crisi dell’U.S. Bari.
Non è una scelta a caso. Il direttore della Gazzetta ha spiccate capacità organizzative e imprenditoriali e in questo periodo gode di notevole prestigio personale anche a Piazza Venezia. A Raffaele Gorjux bastano quindici giorni per capovolgere le sorti della nuova Società calcistica barese.
Il 20 agosto don Raffaele insedia un nuovo Consiglio Direttivo al cui interno non vi sono più solo gli addetti ai lavori, ma commercianti, industriali e banchieri. Inoltre il Direttore della Gazzetta ha chiesto ed ottenuto contributi dal Comune, dalla Provincia, dalla Prefettura, dal neo sottosegretario ai Lavori Pubblici Araldo Di Crollalanza e, imitati dallo stesso Gorjux, da centinaia di baresi. Ai proprietari dei locali pubblici, invece, è chiesto di maggiorare i biglietti d’ingresso del 10% a favore ‘della Bari’.
Resta un ultimo problema. Quali i colori della squadra? Il coro è unico: bianco-rosso. Così, con qualche soldino in più e prima che cominci il campionato di Divisione Nazionale, l’U.S. Bari ingaggia il primo allenatore professionista della sua storia. È un ungherese, consigliato dal suo connazionale calciatore del Bari Janos Hajdu e si chiama Ernest Egri Erbstein.
Risolti, dunque, i problemi economici, pagata la tassa d’iscrizione per l’ingresso nella Divisione Nazionale, il primo campionato del Bari fra le grandi squadre di calcio del Paese, si può definire dignitoso. Il campo di San Lorenzo è gremito fino all’inverosimile quando scendono il Milan, la Roma, l’Atalanta, il Torino. Sono momenti esaltanti e momenti di profondo scoramento.
Il 23 dicembre 1928, dopo undici partite, il Bari è ultimo in classifica. Alla fine però, i ‘pettirossi’ – così li chiamava all’epoca il cronista sportivo – riescono a finire la stagione al quart’ultimo posto.
Ma ecco che riappare la cattiva ‘sorte’.
Proprio alla fine della stagione 1928/29 la Federazione Italiana di calcio attua una riforma dei campionati. La Divisione Nazionale che era formata da 32 squadre di due gironi A e B, diventa Serie A e Serie B entrambe composte da 18 squadre.
La serie A è stata formata mettendo insieme le prime nove squadre del girone A e del girone B; la serie B è composta, invece, delle rimanenti 14 squadre dei detti gironi – compreso il Bari dunque – e 4 neo promosse dai gironi regionali.
In breve il Bari si ritrova in serie B non per demeriti propri, ma per pura fatalità, per cattiva sorte, per un destino cinico e baro. Tanto è vero che si riscatterà subito e nel 1931 l’U.S. Bari torna in serie A… per scendere l’anno dopo in serie B, e poi ancora salire in serie A e così di seguito fino al campionato 50/51 quando dalla B scende in C, dalla C in D e poi… insomma, la squadra ascensore.