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Continua il viaggio dedicato alla storia della Puglia e del Meridione, descritta dall’appassionato di storia e cultura barese Nicola Mascellaro che da più di trent’anni fotografa questa realtà e la racconta. Al suo attivo ha diverse pubblicazioni. 

L’8 luglio del 1883 nasceva a Bari Fra Melitone, un settimanale umoristico che doveva riscuotere, negli anni successivi, un notevole successo negli ambienti baresi soprattutto per le inimitabili vignette e caricature di Frate Menotti, al secolo Menotti Bianchi, nato a Bari il 24 settembre 1863.
Chi era costui? Non si sa. Aveva frequentato qualche Istituto d’arte a Napoli? Non si sa. Dove aveva appreso l’arte del ‘tratto’? Non si sa. Forse, dicono alcuni suoi biografi, è stato il padre Tommaso, pare fosse un ‘valente artista’, ad iniziare il ragazzo al disegno.
"FrateI primi anni della vita di Menotti Bianchi sono avvolti dal mistero. Sembra abbia trascorso l’infanzia e la gioventù in un monastero: nessuno lo ricorda, nessuno lo conosce. Eppure non passava inosservato tanto era eccentrico: barbetta appuntita sotto il mento, occhiali a pince-nez sul naso, cappello a larghe tese – che in età matura sostituisce con un basco bohèmien – palandrana lunga fino alle caviglie, fornello della pipa a schiuma sempre fumante, nerovestito «severo nell’aspetto austero e sereno, eravamo soliti vederlo aggirarsi per le vie della città di solito solo e silenzioso» dicevano estimatori, per lo più detrattori, una piccola cerchia d’intellettuali assidui frequentatori della libreria Laterza che Frate Menotti definiva ‘cariatidi’.
Parlando per assurdo, Menotti Bianchi nasce, come artista e come personaggio, nel 1883, qualche mese dopo la pubblicazione del settimanale umoristico Fra Melitone. Nell’intenzione del direttore, Beppe Catinella, il nuovo periodico barese voleva imitare Il Fischietto, noto giornale di Torino, adottando l’impostazione politica – liberal-moderata e anticlericale – e la consuetudine di organizzare la redazione come un convento nel quale i redattori indossano burleschi ‘sai’ firmandosi con pseudonimi frateschi.
Menotti Bianchi dunque comincia a conoscere una qualche notorietà quando austeri personaggi pubblici dell’epoca ‘offesi nell’amor proprio’ dalle sarcastiche caricature di Frate Menotti – ci voleva poco nella società di fine Ottocento – iniziarono a protestare. Era una litania, ma Beppe Catinella non si lasciava intimidire. Il disegnatore, «che possedeva dell’umorismo tutta la gamma», era la gallina dalle uova d’oro per il periodico barese.
All’inizio, Menotti Bianchi non usò il suo pseudonimo per esteso. Si dilettava a disegnare solo caricature di personaggi influenti della città e le firmava semplicemente con la sigla ‘Fm’. Poi farà vignette sempre più ricche e sagaci «dove l’arguzia l’ironia, il sarcasmo, perfino lo scherno erano incomparabili, ma non gli accorse mai, neppure di straforo – che in quelle sue caricature, quadri di vita pieni di movimento, d’azione – di cadere nella volgarità o nella trivialità. Tanto era grande l’innata, serena nobiltà del suo spirito altero e sdegnoso».
Era nato un sodalizio simbiotico fra l’Autore e l’Editore. Il settimanale predilige i toni sornioni, le chiacchiere dei signorotti e degli Amministratori cittadini nei crocicchi di via Sparano, alla libreria Laterza, o davanti all’enorme ingresso del Municipio. Il pomeriggio, fra i tavoli della pasticceria Stoppani e del Gran Caffè Risorgimento, Frate Menotti attingeva i suoi personaggi a piene mani.
Infatti, è dallo stesso Fra Melitone che si possono ricavare alcune notizie sul grande disegnatore. Nel 1885 il giovane Menotti è a Bitonto impiegato presso la Banca Bitontina. Tre anni dopo torna nella sua città natale dove la banca ha aperto una succursale, mentre in quello stesso 1888 esce a Bari un nuovo quotidiano, Il Mattino, diretto da Ciccio Terranova. Frate Menotti, che non ha mai legato la sua firma ad una testata, anzi distribuiva vignette e ritratti a giornali ed amici come fossero caramelle, invitato a collaborare con il nuovo quotidiano, non si fa pregare.
Così, il buon Catinella, che non intende perdere l’anima del suo settimanale, non solleva obiezioni. Anzi, è perfino felice: non sarà più il solo a cercare di ammansire amici e notabili locali sbeffeggiati dalla matita irriverente di Frate Menotti.
Purtroppo, Menotti, raramente badava alla diversa collocazione politica dei giornali cui collaborava. Seduto ad un tavolo di marmo in un angolo del gran caffè Risorgimento, disegnava vignette in continuazione anche su fogli volanti. Accadeva perciò, non di rado, che le caricature destinate a Fra Melitone finivano alla redazione del Mattino o viceversa. Nulla di grave finché alla direzione del Mattino c’era Ciccio Terranova. Ma quando don Ciccio è avvicendato da Carlo Filangieri, il neo direttore del Mattino e Catinella cominciarono a beccarsi: l’uno accusava l’altro d’istigare Frate Menotti per fini politici.
"FrateCatinella cerca di convincere il collega che un artista del valore di Frate Menotti è ingovernabile, bisogna accettarlo così com’è oppure rinunciare alle sue vignette. Ma Filangieri non vuole sentir ragioni e dopo un’infuocata polemica, il dissidio culmina in un duello alla sciabola consumato il 10 ottobre 1888. Ad avere la peggio sarà il direttore di Fra Melitone che subirà una leggera ferita al braccio destro.
Interrotta la collaborazione con il Mattino, nel 1890 Frate Menotti inizia uno sporadico rapporto col giornale satirico Sancio Panza che avrà vita breve. Sono tempi duri per l’economia pugliese basata essenzialmente sull’esportazione di prodotti alimentari.
Nel 1887 il governo di Francesco Crispi, nel tentativo di proteggere l’industria settentrionale, s’imbarca in un’insensata guerra doganale con la Francia dalle conseguenze drammatiche per le regioni meridionali.
Per ritorsione la Francia blocca l’importazione dei vini da taglio pugliesi mettendo in ginocchio l’intero sistema economico della regione. Falliscono, tra il 1889 e ’90, centinaia d’aziende vitivinicole e diverse banche esposte con i viticoltori.
I ricchi olivicoltori di Bitonto resistono fino al 1891 poi, anche loro cedono alla grande depressione e Menotti Bianchi finisce per perdere il suo impiego presso la succursale barese della Banca Bitontina che fallisce.
Menotti Bianchi resta disoccupato fino al 1892. Poi è assunto dalla Camera di Commercio di Bari come ‘secondo applicato fuori ruolo’. «Egli non volle mai abbandonare il suo modesto lavoro di burocrate per dedicarsi unicamente alla sua arte» scrivono i colleghi giornalisti del Corriere delle Puglie «gli pareva che questo passaggio lo avrebbe costretto a commercializzare la sua ispirazione». Ed egli voleva essere indipendente, soprattutto libero di ‘donare’ il suo lavoro tanto che neppure lui riusciva a tenere il conto delle sue collaborazioni.
Intanto, Fra Melitone, confortato dal successo compie il salto che gli sarà fatale: trasforma il settimanale in quotidiano e nonostante il ricco ventaglio di collaboratori – scrivono sul nuovo giornale Giovanni Bovio, Gabriele D’Annunzio e Matilde Serao – nel giro di pochi mesi è costretto a cessare le pubblicazioni. L’ultimo numero esce il 21 ottobre 1895.
Ma la lunga militanza di Menotti Bianchi nelle ‘creature’ di Beppe Catinella hanno consacrato Frate Menotti fra gli artisti più intelligenti e acuti della satira barese. Le sue caricature non risparmiavano nessuno. Ironizzava e spesso sferzava finanche i suoi amici, pochissimi, colleghi, la borghesia intellettuale e politica della città, mercanti e banchieri. Né mancava di autoironia.
Corteggiato dalla stampa periodica satirica, ma anche dagli editori dei quotidiani Frate Menotti, amato dal popolo ‘minuto’ e temuto dalla borghesia, specie amministrativa, era diventato il simbolo della coscienza critica cittadina.
Nel 1894 firma caricature in rima per Lanterna Magica; nel ’95 collabora con il quindicinale letterario Il Salotto, nel 1896 con i settimanali Yorik e Spartaco e contemporaneamente lavora al progetto di una rivista periodica, contenenti solo sue vignette e caricature. Ne inaugura tre, tutte fallimentari.
Nel 1900 appaiono nelle edicole cittadine due nuovi settimanali satirici, Figaro ad aprile e Don Ferrante a luglio. Menotti lavora per tutti e due. Sforna vignette a tutto spiano. Ancora una volta senza badare ai diversi interessi politici e sociali dei due periodici.
"FrateAlla fine è costretto a scegliere. Nel settembre del 1902 cessa di collaborare con Figaro, che nel 1903 diventa quotidiano. Continua, invece, a lavorare per Don Ferrante, divenuto anche questo giornale quotidiano, fino al 1907 senza che ciò gl’impedisca di inviare vignette e ritratti a diverse altre testate: al democratico Il Popolo, a Il Rinnovamento, L’Attualità e perfino al settimanale radical-socialista Il Sordello di Trani.
Nella redazione del Don Ferrante Menotti Bianchi conosce e stringe un’amicizia spirituale e intellettuale con il poeta Armando Perotti che vi scrive con lo pseudonimo Innominato. E’ un incontro che segna l’esistenza di entrambi. Un sodalizio culturale che si spegne soltanto con la morte di tutti e due, a pochi mesi l’uno dall’altro.
Nel 1904 Bari si arricchisce di tre nuovi quotidiani: Il Mezzogiorno, L’Indipendente e L’Oggi che appare più autorevole dei primi due. Diretto dall’avv. Nicola Bavaro, futuro sindaco di Bari, L’Oggi non si fa mancare la firma di Frate Menotti che realizza una serie di ritratti e caricature di noti personaggi politici regionali e nazionali.
L’unico giornale che non riesce ad avere la sua firma, se non qualche sporadica caricatura concessa per le intercessioni di alcuni colleghi, è il Corriere delle Puglie, il cui direttore-proprietario, Martino Cassano, lo corteggia e lo lusinga da anni facendogli giungere sollecitazioni anche attraverso l’amico comune Armando Perotti. Ma senza esito.
L’autorevole Corriere, seppure liberale, era espressione del potere e Frate Menotti non è mai stato benevolo con il potere che caricaturava con malizia e ironia, ma con grande onestà intellettuale. «La sua produzione – ha scritto Armando Perotti – il segno, la trovata, l’arguzia, la puntura, persino la sferzata, rispondono sempre ad un proposito di onestà, di sincerità, di fede e testimoniano di un felice temperamento artistico sorretto da un nobile spirito».
Nel 1907 Menotti Bianchi, pone fine a lunghi anni di vita da scapolone bohémien, il giovanotto che ha 44 anni, si sposa con la leggiadra Linda Grassi ed inizia un periodo di astinenza artistica per la carta stampata. Sono anni di scarsa committenza, ma Menotti Bianchi non se ne sta con le mani in mano. Si chiude in casa, in via Sagarriga Visconti, e disegna una serie di album di caricature molte delle quali rimaste inedite.
Sono anni in cui periodici e quotidiani pur proliferando hanno vita grama. Alcuni si spengono come candele senza cera, altri avranno una seconda e qualche volta una terza possibilità spesso sotto altre bandiere. Non sarà così per Fra Melitone che per aver convertito il settimanale in quotidiano subirà un tracollo economico così grave che per pagare i debiti è costretto a vendere, nel 1896, la propria tipografia a Giovanni Laterza, fondatore della nota casa editrice barese.
Fino alla vigilia del primo conflitto mondiale Frate Menotti pubblica le sue caricature su diversi periodici umoristici e quotidiani radicali, sono vignette che scavano, irridendo, vizi e virtù popolari, schernisce il bigottismo e l’alterigia, senza distinzione di classe o di appartenenza politica e, all’inizio della Grande Guerra, si schiera decisamente contro nazionalisti e militaristi.
Paradossalmente sarà proprio questa presa di coscienza politica che conduce Menotti Bianchi alla Gazzetta di Puglia, fondata nel 1922 dal liberale Raffaele Gorjux, che ha abbandonato il Corriere delle Puglie divenuto, nelle mani di Leonardo Azzarita, nazionalista e militarista.
Fin dal primo numero della Gazzetta l’ormai noto ed ambito disegnatore Frate Menotti, ha uno spazio che diventa sempre più grande nella cronaca dell’edizione domenicale. Le vignette, molto efficaci, denunciano il dilagante trasformismo della vecchia classe dirigente liberale barese. Ma sono tempi rivoluzionari e all’inizio del 1923 anche la Gazzetta di Gorjux finisce per passare dall’attenzione all’adesione al fascismo.
E per Frate Menotti, che è sempre meno indulgente con gli uomini del Regime, è la fine. Per il fascismo l’ironia, la satira è una condizione spirituale e intellettuale decadente dei paesi demoplutocratici. Il nuovo corso politico dell’Italia è una cosa seria. Non è tempo di adagiarsi al sollazzo.
L’ultima caricatura di Frate Menotti sul nuovo quotidiano barese è del 13 maggio 1923. Tre mesi dopo egli disegna una sferzante vignetta in cui denuncia l’avvenuto inizio di un nuovo sodalizio politico professionale fra Raffaele Gorjux e Araldo Di Crollalanza segretario provinciale del Partito fascista.
Menotti Bianchi si spegne l’11 settembre 1924. Nonostante la sua enorme popolarità e la vasta produzione artistica, Frate Menotti finisce i suoi giorni in povertà. «Se quest’uomo invece che a Bari fosse stato lanciato, poniamo a Parigi, probabilmente avrebbe la celebrità e, quel che non guasta, i quattrini» ha scritto il professor Angelo Tosti Cardarelli.